My own private Introfada

Ho scoperto “Introfada” di Hamja Ashan circa un anno fa. Si chiamava ancora solo “Shy Radicals” (“Introfada” è il titolo italiano) e nella mia bolla non lo conosceva ancora nessuno o quasi. Non che io, del resto, abbia grandi meriti per la mia scoperta, che è stata del tutto randomica: una notte, come tante altre notti, non riuscivo a dormire e stavo cazzeggiando su Instagram. All’epoca ero in fissa con le fanzine autoprodotte americane e mi sono imbattuta, sempre in modo del tutto randomico, in un account che si chiama @adisorderedmind_zines, che raccoglie foto di fanzine autoprodotte e vendute su etsy sul tema della salute mentale (spoiler: ho in programma di avviare un progetto simile a breve, incrociate le dita per me!). Non ricordo se l’account di riferimento di Shy Radicals fosse tra i related o se fosse semplicemente citato in un qualche post, sta di fatto che ci ho cliccato su, ho lurkato un po’ e dopo pochi secondi senza nemmeno accorgermene ero già a cercare di procurarmi il libro prima e a leggerlo (nonostante all’epoca facessi ancora un sacco di fatica con le letture in inglese) poco dopo.

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All’epoca vivevo a Napoli da sei mesi e le mie speranze stupide e infantili di vedere improvvisamente la mia vita e soprattutto il livello delle mie relazioni e interazioni sociali migliorare grazie al trasferimento dal paesello di duemila abitanti alla Big City si stavano infrangendo contro una realtà molto diversa e molto crudele: quella della mia cazzo di ansia sociale che mi impediva (e mi avrebbe impedito nei mesi successivi, e in parte mi sta impedendo ancora adesso) di costruire legami significativi da un lato e distruggeva quelli che avevo dall’altro. Intanto le mie coinquiline dell’epoca organizzavano cene e pranzi invitando gente un giorno sì e l’altro pure e io combattevo con un misto di disagio che mi rendeva difficile e pesante addirittura attraversare lo spazio della cucina per arrivare in bagno dalla mia camera e senso di colpa derivato dal suddetto disagio.

Quando ho scoperto che “Shy Radicals” sarebbe stato tradotto in italiano col titolo di “Introfada” ero nel bel mezzo della ricerca di una nuova casa e ancora una volta credevo ingenuamente che sarebbe stato facile e bellissimo, che avrei trovato una stanza fica e dei coinquilini simpatici perchè sì. Ovviamente non è andata così: dopo due mesi di viaggi di due ore sotto al sole d’agosto in treni regionali scalcagnati, provini terribili in cui in circa mezz’ora di conversazione degli sconosciuti ti valutano non-si-sa-su-quali-basi per decidere se sei degno o meno di vivere con loro (o in casa loro, qualora a provinarti sia il landlord) e annessa ansia da prestazione, risposte vaghe del tipo “Ti faremo sapere” (spoiler: non ti fanno sapere mai), serate passate a spulciare i gruppi Facebook con gli annunci di affitti e/o a mandare a cagare tizi supercreepy dei gruppi Facebook con gli annunci di affitti ho accettato per disperazione la prima offerta di una stanza che sembrava simile ad una stanza vera a un prezzo più o meno accettabile. Le cose sono precipitate piuttosto rapidamente e sono precipitata anche io, crollando immancabilmente sotto i colpi del sovraccarico da interazioni continue ed eccessive con coinquiline estroverse e incapaci di capire le mie esigenze di introversa da un lato e dell’aumento vertiginoso della mia percentuale (già altina in partenza) di ansia sociale, con annessi attacchi di panico per strada mentre cerco di andare a compleanni a cui non andrò mai e fughe senza salutare nessuno da eventi non ancora iniziati dall’altro.

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Una delle mie (ormai ex) coinquiline estroverse, quando tentai di raccontarle degli attacchi di panico e dell’ansia sociale mi rispose qualcosa come “L’interazione con le persone è un motivo stupido per farsi venire l’ansia” con un overload di saccenza che in realtà, a pensarci a freddo, è una summa perfetta dei socialpensieri normie sul tema. Un’altra delle mie (ormai ex) coinquiline durante lo scazzo finale, quello di quando annunciai di volermene andare, mi disse che avrei dovuto interagire e parlare di più con lei e con le altre, come se non aver voglia (o non essere in grado) di interagire fosse una colpa, come se aver bisogno di tempo per sè perchè i contatti, le conversazioni e anche la semplice condivisione dello spazio del salotto ti tolgono le energie fosse qualcosa da correggere, come se aver scelto di prendere una casa in condivisione solo perchè (come gran parte degli studenti/precari nel tempo dell’ultracapitalismo) sei povera e non perchè “YEEEEE CHE BELLA LA CONDIVISIONE FACCIAMO TUTTO INSIEME AMICHE FOREVER” fosse una roba da stronza aliena (non che essere una stronza aliena mi dispiaccia, comunque, eh).

Insomma, la scoperta in inglese prima e l’uscita in italiano poi di “Introfada” sono accadute proprio (sincronicità junghiana?) nell’anno in cui la dittatura estroversa ha sferrato i suoi colpi contro di me nel modo più devastante di sempre e sapere di non essere sola nella lotta contro la necessità di essere socievole, di sorridere, di essere solare e tutte quelle altre cose false che si scrivono nei curriculum perchè altrimenti non ti prendono nemmeno a lavorare, è stato confortante.

Per capire quanto è stato confortante, perchè ci tenevo a parlare di questo libro qui nel blog e perchè sono contenta che se ne parli un sacco in giro, però, dobbiamo fare più di un passo indietro: dieci anni fa, quando iniziai a preoccuparmi troppo per il mio aspetto fisico, a litigare col mio corpo e a litigare col cibo che mangiavo al punto di rivomitarlo puntualmente, scrissi su uno dei miei vecchi blog ormai abortiti un post contro il francescanesimo e la dimessocrazia dei movimenti degli anni ’00 e nel giro di un paio d’anni (non per merito mio, sia chiaro) le cose sono cambiate e lo spazio dei movimenti – sia quello fisico che quello virtuale – è diventato un florilegio di feste, corpi in movimento, luccicanza e dintorni. Bello, bellissimo. Lo spazio virtuale dei media liberal, intanto, si è riempito di corpi difformi, corpi grassi come quello che sentivo di avere io, corpi bassi, corpi non-bianchi, facce stranette eccetera eccetera. Bello, bellissimo anche quello – totale assenza di critica politica e potenziale di narrazione di lotta a parte, s’intende.

E invece no. E invece bello, bellissimo un cazzo: anche la nuova rotta intrapresa sia dai movimenti che dai media liberal, la celebrazione del cosiddetto empowerment, il beyonceismo e tutto il resto ha mostrato ben presto, almeno per le persone come me – introverse, con ansia sociale e/o difficoltà di varia natura nell’interazione col prossimo – il lato oscuro. Perchè per stare nei movimenti devo per forza aver voglia di ballare di continuo? Perchè non ci si inventa una modalità di interazione che faccia sentire a proprio agio i poveri stronzi che cercano di sforzarsi di parlare per tutta l’assemblea e quando finalmente ce la fanno parlare non ha più senso perchè si è passati all’argomento successivo? Perchè la maggior parte delle narrazioni sulla sex positivity è la celebrazione di un libertinaggio che sì, bello in teoria ma in pratica per noi introversi, ansiosi e insicuri è un incubo? Perchè (e viene proprio da chiederselo leggendo alcuni passaggi di “Shy Radicals” in cui si celebra il valore delle strade silenziose) se non riesci a stare nella festa, se ti piace il silenzio, se non ti piace il libertinaggio, allora devi necessariamente essere un fan del decoro di merda? Perchè esistono le sentinelle in piedi (silenziose) da un lato e l_ compagn_ del famoso striscione (che mi piace pure, beninteso) “La violenza sta in silenzio, l’amore fa rumore” dall’altro? Non può esistere una terza via, una lotta a misura di introversi, un amore silenzioso a misura di insicuri, una rappresentazione mediatica che non sia “o sei bella, o sei sicura di sè e se non sei nessuna delle due cose ti attacchi”? É colpa del capitalismo e del patriarcato se ci sentiamo insicuri e a disagio nell’interazione con gli altri? Probabile, ma fino a quando non ci liberiamo del capitalismo e del patriarcato che facciamo? Stiamo male, ci autofustighiamo condannandoci ad eventi sociali in cui ci sentiamo a disagio e fuori luogo?

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Il libro non risponde a nessuna di queste domande, ma la speranza è che parlarne aiuti quanta più gente possibile a farsele.

Ci sarebbe ancora molto da dire sul tema (per esempio parlare di nerd, incel e otaku e della narrazione che riguarda queste tre categorie), e forse lo farò più avanti. Intanto, lascio un paio di suggerimenti di lettura per allargare il dibattito e dare altri punti di vista: “Potere ai timidi” (Not) e “Guida all’Introfada” (il Tascabile).

«Ten years ago I went blind» aka I LISTONI DEL DECENNIO

Disclaimer vari: (1) si tratta di liste, non di classifiche. L’ordine è assolutamente casuale e non implica che una cosa scritta prima mi sia piaciuta più di una scritta dopo e viceversa. Le classifiche non le so fare, le lascio alle persone meno indecise di me sulla vita, l’universo, i gusti e tutto quanto. (2) nessuna pretesa di universalizzazione qui. Si tratta delle cose che, per un motivo o per l’altro, sono state più significative per me in questo decennio. Se mi scrivete anche le vostre liste mi fa un sacco piacere così magari scopro cose nuove, se invece mi dite “Avrei messo questa cosa piuttosto che quest’altra” o “COME HAI OSATO METTERE IL FILM/LIBRO/DISCO TALDEITALI PIUTTOSTO CHE QUEST’ALTRO” faccio spallucce. (3) in questo post ci sono solo le liste, poi arriveranno delle recensioni fatte a modo mio, probabilmente per gruppi tematici.

Film

  • Frances Ha, Noah Baumbach
  • Paterson – Jim Jarmush
  • Me and Earl and the Dying girl – Alfonso Gómez-Rejón
  • Inside Llewyn Davis– Joel e Ethan Coen
  • Melancholia – Lars Von Trier
  • The Vvitch – Robert Eggers
  • A ghost story – David Lowery
  • Mad Max: Fury Road – George Miller
  • Ladybird – Greta Gerwig
  • Marriage Story – Noah Baumbach
  • La nuova trilogia di Star Wars – Vari
  • The Lobster – Yorgos Lanthimos
  • The Killing of the Sacred Deer – Yorgos Lanthimos
  • Her – Spike Jonze
  • Ex Machina – Alex Garland
  • Coco – Lee Unkrich e Adrian Molina
  • Moonrise Kingdom – Wes Anderson
  • Clouds of Sils Maria – Oliver Assayas
  • Blue Valentine – Derek Cianfrance
  • Hagazussa – Lukas Feigelfeld
  • Inside Out – Pete Docter

Libri

  • La straniera – Claudia Durastanti
  • Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti
  • Il cardellino – Donna Tartt
  • Ghosts of my life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures – Mark Fisher
  • Borne – Jeff VanderMeer
  • Limonov – Emmanuel Carrere
  • L’inconfondibile tristezza della torta al limone – Aimee Bender
  • Dieci dicembre – George Saunders
  • 1Q84 – Murakami Haruki
  • Tutto il nostro sangue – Sarah Taylor
  • Ballardismo Applicato – Simon Sellars

Serie tv

  • Mad Men – Matthew Weiner
  • Stranger Things – Matt e Ross Duffer
  • Black Mirror I/II – Charlie Brooker
  • Utopia – Dennis Kelly
  • Sense8 – Lana e Lilly Wachowski
  • Les Revenants – Fabrice Gobert
  • Fleabag – Phoebe Waller-Bridge
  • True Detective I – Nic Pizzolatto
  • Mozart in the jungle – Roman Coppola, Jason Schwartzmann, Alez Timbers, Paul Weitz
  • Master of None – Aziz Ansari
  • Bojack Horseman – Raphael Bob-Waksberg
  • Adventure Time – Pendleton Ward
  • Twin Peaks – David Lynch
  • You’re the worst – Stephen Falk
  • Parks and Recreation – Greg Daniels e Michael Schur
  • Homeland I/II – Howard Gordon e Alex Gansa
  • Mr Robot – Sam Esmail
  • Dark – Baran bo Odar e Jantje Friese
  • The chilling adventures of Sabrina – Roberto Aguirre-Sacasa
  • Game of Thrones – quei due tizi lì
  • Girls – Lena Dunham
  • Euphoria – Sam Levinson
  • The haunting of hill house – Mike Flanagan
  • Shameless USA I/II/III – Paul Abbott
  • I love Dick – Sarah Gubbins e Jill Soloway
  • The end of the F***ing world – Jonathan Entwistle
  • Steven Universe – Rebecca Sugar

Dischi

  • Cattive Abitudini – Massimo Volume
  • Il nuotatore – Massimo Volume
  • Trouble will find me – The National
  • Sleep well beast – The National
  • High Violet – The National
  • Push the sky away – Nick Cave and the Bad Seeds
  • Scialla semper – Massimo Pericolo
  • Come over when you’re sober I/II – Lil Peep
  • Hellboy – Lil Peep
  • Suffer On – Wicca Phase Spring Eternal
  • If you leave – Daughter
  • Inside the rose – These New Puritans
  • Field of Reeds – These New Puritans
  • Carrie and Lowell – Sufjan Stevens
  • Blackstar – David Bowie
  • Norman Fucking Rockwell – Lana del Rey
  • Aventine – Agnes Obel
  • Ghosteen – Nick Cave and the Bad Seeds
  • Grimes – Visions
  • 6 Feet Beneath the Moon – King Krule
  • Ruins – Grouper
  • Halcyon Digest – Deerhunter
  • Glamour – I cani
  • FKA Twigs – LP1
  • ANTI – Rihanna
  • Still Smiling – Blixa Bargeld + Teho Teardo
  • Are We There – Sharon Van Etten
  • Beyondless – Iceage
  • Apocalypse, girl – Jenny Hval
  • No Shape – Perfume Genius

Nelle prossime settimane arrivano recensioni a gruppi/per temi di queste cose qui (non tutte, impiegherei un altro decennio e poi nel post del 2029 non saprei che cosa scrivere) e altre due liste (che però forse non scriverò sottoforma di liste vere e proprie): momenti memorabili e cose dell’internet.

 

Manifesto intimo del culto di Sailor Saturn

I: Dark Kingdom

Quello tra me e Hotaru Tomoe non è stato un amore a prima vista.
Quando ho visto Sailor Moon S, che è la stagione di Sailor Moon in cui compare per la prima volta, ero in quarta elementare, non so come avevo fatto a convincere i miei genitori a comprarmi un bellissimo vestito da Sailor Moon con tanto di parrucca e nella banda di Sailor Moon – una specie di versione infantile dei LARP che era il gioco must di tutte le ricreazioni – ero Sailor Moon. Non Usagi Tsukino, proprio Sailor Moon: non era identificazione con la persona goffa che ha un rapporto complicato col cibo e col concetto di diventare una persona adulta e responsabile che è Usagi quando è sè stessa, era voglia – al limite della pretesa prevaricatoria – di fare il capo.
Fino a metà delle medie, infatti, ero la nemesi della me stessa che sarei diventata dopo e che a grandi linee sono tuttora: volitiva, carismatica, capace di impormi, di essere amata e rispettata come una Blair Waldorf in grembiulino blu, in anticipo di un lustro e senza insicurezze. Alla bambina detestabile che ero, Hotaru Tomoe sembrava un personaggio come un altro nella migliore delle ipotesi, una sfigata pallosa nella peggiore, tipo la tizia – tale Elisa – che in quinta elementare, col passaggio dalle bande di minilarper alle bande di minicriminali, era il bersaglio preferito di tutte le nostre prepotenze, giudicata colpevole senza possibilità di appello di venire dalla campagna e di essere povera e che, a differenza di Hotaru Tomoe, non riusciva nemmeno a diventare fica trasformandosi in Sailor Saturn (e comunque non fica come Sailor Moon, che era e restava il capo).

La punizione karmica per le nefandezze dei primi dieci anni della mia vita (che probabilmente sto scontando ancora oggi, che di anni ne sono passati venti) arrivò sottoforma di catastrofe ormonale: alle medie la trasformazione dei corpi delle mie amiche fu un glow-up simile a quello delle guerriere Sailor, la mia invece fu una deformazione da body horror alla Cronenberg o da personaggio di un qualche racconto di Junji Ito. La pancia e lo stomaco diventarono più grandi del seno, il collo si allargò, le cosce e i polpacci pure, diventai progressivamente tozza e flaccida. In terza media iniziarono ad appiopparmi nomignoli del cazzo, che non riesco nemmeno a riscrivere. Se questo fosse un film americano con un lieto fine e una morale, finirebbe con me che capisco gli errori della mia infanzia, mi scuso con Elisa e con tutte le altre Elisa marginalizzate da me e dalle mie bande di minicriminali alle elementari e poi, tutte insieme, ci rivoltiamo contro gli aguzzini.

Invece non è un film americano, e nemmeno una favola a lieto fine. Al massimo è una versione venuta male di “La Bella e la Bestia” in cui sono contemporaneamente la Bestia, il principe arrogante trasformato in un mostro dalla maledizione ormonale di una strega invisibile, e Belle, con la Sindrome di Stoccolma nei confronti degli aguzzini: ero terrorizzata dall’idea che se mi fossi ribellata sarei rimasta da sola, quindi fingevo compiacenza, mi mettevo addosso una maschera di autoironia e ogni volta che mi davano quel nome o un qualsiasi nome affine, cioè praticamente sempre, piuttosto che ribellarmi ridevo, come se trovassi davvero davvero divertentissime le loro battute, sebbene ne fossi l’oggetto, manco avessi dentro al cervello uno di quei tizi che sotto ad un joke sessista, razzista, omofobo, transfobico o abilista non riesce a fare a meno di commentare “EFATTELAUNARISATADAICHEPALLECHESEI”.

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Mentre in pubblico ridevo, in privato compensavo maldestramente l’incapacità di chiedere scusa ad Elisa e a tutte le Elisa del paesello e del mondo chiedendo scusa ad Hotaru Tomoe ed imparando ad amarla.

II: Black Moon

Come gran parte delle mie coetanee per circa vent’anni o giù di lì pensare a Sailor Moon per me equivaleva a pensare all’anime, quello con i tagli, le censure e i nomi tradotti alla cazzo che davano su Italia 1 nel primo pomeriggio, durante Bim Bum Bam. Sapevo – durante l’adolescenza – dell’esistenza del manga, ovviamente, ma non lo avevo mai letto e non riuscivo a pensare a nient’altro che non fosse l’anime.

Nella versione italiana dell’anime Hotaru Tomoe si chiama Ottavia e compare per la prima volta nel ventiduesimo episodio della terza stagione, Sailor Moon S (il 111 nel conteggio complessivo che parte dalla prima puntata della prima stagione). La scena immediatamente precedente alla comparsa di Hotaru è ambientata altrove e apparentemente non ha alcun nesso con lei: Usagi, trasformandosi per la prima volta in Super Sailor Moon grazie al Calice Lunare (una versione sailormoonesca del Sacro Graal che nell’anime italiano hanno tradotto letteralmente come Sacro Graal) generato dai talismani posseduti dalle tre guerriere del sistema solare esterno, Sailor Pluto, Sailor Neptune e Sailor Uranus, è riuscita a sconfiggere Eudial, una delle 5 Witches al servizio dei tanto famigerati quanto misteriosi Death Busters. La trasformazione, tuttavia, l’ha lasciata completamente priva di energie e semi-svenuta e questo induce le tre guerriere del sistema solare esterno a dichiarare che Sailor Moon non è la presunta salvatrice che stanno cercando, colei che impedirà l’imminente distruzione del mondo ad opera di non-si-sa-ancora-chi.
Stacco, la scena si sposta altrove, in una camera da letto piuttosto grande. La luce è soffusa, fredda, grigio-bluastra, quasi asettica. Al centro della stanza c’è una ragazzina completamente vestita di nero, la vediamo solo di schiena, è rannicchiata su sè stessa e sta apparentemente soffrendo per qualcosa. Altro stacco, vediamo quello che sembra il classico scienziato pazzo standard ed iconico nel suo laboratorio, intento ad armeggiare con provette e macchinari e a fare esperimenti con “embrioni di demone”. Lo abbiamo già visto in altre puntate, ma finora ci è sembrato solo un altro membro random dei Death Busters che dà ordini alle 5 Witches. Nemmeno stavolta ci viene detto granchè sulla sua identità, lo vediamo solo interagire con un’altra delle Witches, Mimete, che gli comunica quello che è successo con la Coppa Lunare e propone di impadronirsene e trovare qualcuno che possa sfruttare il potere della coppa a vantaggio dei Death Busters. Ultimo stacco della puntata, viene inquadrata di nuovo la ragazzina sofferente di prima, stavolta di profilo e più da vicino. Fine.

Nella puntata che segue scopriamo che la ragazzina si chiama Ottavia Tomoe (traduzione infamissima) e che è la figlia dello scienziato pazzo clichè e la vediamo fare amicizia con Chibiusa. L’amicizia tra Hotaru e Chibiusa diventa un elemento ancora più interessante se la correliamo al fatto che nella stagione precedente – Sailor Moon R – la crescita di Chibiusa e la sua personalità oscura, Black Lady, sono elementi narrativi fondamentali: anche Hotaru, come scopriremo, nel corso delle puntate che seguono, ha una personalità oscura, dal momento che suo padre l’ha resa ricettacolo dell’embrione della regina demone Mistress 9, e anche Hotaru quando assume la sua forma oscura diventa adulta. Un’amicizia tra outcast, Hotaru la emo fragile e Chibiusa l’insopportabile piagnucolona, che poi, come è prevedibile, nelle fanfiction si trasforma in amore, anticipando, anche nel cromatismo violanero / rosa oltre che nell’attitudine, la coppia Marceline + Bubblegum di Adventure Time (viene quasi da pensare che la cosa sia voluta).

La trasformazione di Hotaru in Sailor Saturn e il legame tra Hotaru, Sailor Saturn e la suddetta regina demone Mistress 9 nell’anime è affrontata e resa in modo piuttosto confuso: sul lato mistico, simbolico e filosofico prevale, in definitiva, quello emotivo.

La me stessa liceale, quella dilaniata dalla conflittualità tra il “farsi una risata” e la sofferenza, quella che cercava di trasformare la sofferenza in espressione artistica perdendosi in un cosmo fatto di My Chemical Romance, Placebo, David Bowie, Joy Division e la bellissima, oscura e ormai dimenticata (non si trova più nemmeno su youtube) scena darkwave molisana, viveva la trasformazione di Hotaru in Sailor Saturn come l’ultima speranza di un glow-up post-adolescenziale e post-emo, una sorta di desiderio di un futuro mitico in cui anche io da ragazzina triste, emarginata e non più in grado di essere la Sailor Moon di niente, avrei potuto ambire a trasformarmi in Sailor Saturn e a diventare – per usare una parola cara ad un certo femminismo e sulla quale personalmente (prima o poi ne scriverò) sono piuttosto critica – empowered.

Non è andata così, e per qualche anno, sentendomi tradita, mi sono dimenticata di Hotaru. Poi ho imparato ad amare la catastrofe.

III: Infinity

«Credevo un tempo che parlare di esseri umani significasse parlare di palazzi che crollano, di ragazze che credono di essere grattacieli destinati a implodere per un attacco terroristico interno. Ma quando penso a certe esistenze, mi vengono in mente solo geopolitiche che non sono state aggiornate, vecchie versioni del Risiko! lasciate a prendere polvere, in cui ci sono state nazioni devastate dal dolore, ma in cui c’erano anche roccaforti inespugnabili, condannate a resistere, convinte che l’assedio sarebbe passato, finchè non sono rimaste solo loro e il corpo circostante non è diventato uno stato di cui erano le uniche dittatrici. É difficile raccontare questi corpi rimasti, la memoria va sempre al paese in tempo di guerra e non a quello in tempo di pace, al Vietnam che non si fa mai California. Un tempo scrivevo a un’amica “Spero che qualsiasi Apocalisse ti ucciderà sia meravigliosa”, ma l’Apocalisse richiede una coerenza che gli esseri umani non hanno: il disastro è per forza di cose incrementale, un’accumulazione quotidiana, per la maggior parte di noi, e prima di vederne gli esiti moriremo. 

(“La straniera“, Claudia Durastanti)

“La Straniera” di Claudia Durastanti è stato uno dei miei libri preferiti del 2019 e questo passaggio in particolare è uno dei miei preferiti. C’è un gruppo su Facebook – un tagging group, come si dice in gergo – che si chiama “I feel personally attacked by this relatable content” e credo che niente esprima meglio di così il sentimento di doloroso riconoscimento che provo ogni volta che lo rileggo: speravo di trasformarmi in Sailor Saturn dopo il liceo, o quantomeno di andarmene da qui, di scappare da me stessa, dai traumi e dal farsi una risata imperativo. Non ci sono riuscita (e forse probabilmente non sarebbe servito a niente comunque) e i miei disastri hanno cominciato ad accumularsi, come gli errori di sistema nei computer dopo anni di utilizzo un po’ sconsiderato. Non so se sia come dice la Durastanti e le Apocalissi interiori siano impossibili a prescindere o se sono io ad essere ed essere stata troppo poco coraggiosa per generarne e viverne una, diventando quantomeno speciale attraverso l’auto-martirio. So solo che ho smesso presto di sperarci, e poi ho anche capito che sarebbe stato individualismo egoista: era tutto il mondo ad aver accumulato disastri, errori di sistema, non solo la mia vita. Era tutto il mondo ad aver bisogno di una catastrofe.

Uno dei miei libri preferiti di sempre è “White Noise” di Don De Lillo, anche se quando è diventato uno dei miei libri preferiti di sempre non sapevo esattamente perchè. Sul significato politico e filosofico del libro sono state fatte centinaia e centinaia di analisi nel corso degli anni, ne ho lette un sacco, ne ho condivisa qualcuna. Non lo rileggo da almeno un paio d’anni, ma quello che mi è rimasto dentro, che mi si è quasi sedimentato nel cervello, è il modo in cui De Lillo descrive l’interazione tra la disfunzionalità della famiglia (e delle persone) protagoniste della prima parte del romanzo e la catastrofe di massa che invece occupa la seconda parte, il modo in cui la catastrofe modula e deforma le vite e le emotività di queste persone, sospende lo spazio-tempo, aggrega emotivamente in un modo che nessun movimento e nessuna religione riesce a raggiungere e contemporaneamente disgrega l’ordinarietà, la routine e il cumulo di responsabilità, schematismi, costrutti e ruoli creati dalla società capitalista borghese. Non ne ero ancora del tutto consapevole ma era esattamente quello che avevo iniziato a desiderare.

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Ieri sera ho scoperto per caso un sito bellissimo che si chiama Dictionary of Obscure Sorrows. La missione del suo creatore John Koenig è quella di “riempire i buchi del linguaggio” inventando definizioni per stati emotivi più o meno complessi che non ne hanno ancora una, o raccogliendo eventuali definizioni già esistenti ma misconosciute. Koenig ha definito il sentimento che provo lachesism (presumibilmente traducibile con lachesismo), dal nome di Lachesi, una delle tre Moire (le altre due erano Cloto ed Atropo, ed erano tutte e tre sorelle, figlie della Notte in alcune versioni e di Mnemosine, la memoria, in altre), precisamente quella che distribuiva la quantità di vita e decideva il destino di ogni essere umano.

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n. the desire to be struck by disaster—to survive a plane crash, to lose everything in a fire, to plunge over a waterfall—which would put a kink in the smooth arc of your life, and forge it into something hardened and flexible and sharp, not just a stiff prefabricated beam that barely covers the gap between one end of your life and the other.

Sì, ok, tutto molto bello, ma che nesso hanno tutti questi stralci del mio rapporto con le catastrofi con il culto di Sailor Saturn e con Hotaru Tomoe? É solo per il clichè un po’ trito ma comunque sempre bello che ricollega più o meno arbitrariamente emo e morte e interpreta la catastrofe semplicemente come una morte in scala più vasta? Non esattamente.

Pretty Guardian Sailor Moon Crystal è una nuova versione dell’anime, più fedele al manga originale, uscita per la prima volta in Giappone nel 2014 e in Italia nel 2015, per celebrare il ventennale della nascita del Moonverse. L’arco narrativo di Sailor Saturn, che qui (e nel manga) si chiama Infinity, è la terza stagione ed è andata in onda nel 2016 in Giappone e nell’estate del 2017 in Italia.

Non ricordo esattamente cosa sia successo nella mia vita nel 2017, ma ricordo distintamente di aver visto Infinity in autunno, a settembre, forse ottobre, e di essere rimasta folgorata come San Paolo sulla via di Damasco dalla nuova (almeno per me, che fino ad allora non avevo mai letto il manga) versione della storia di Sailor Saturn.

In questo caso la storyline di Hotaru (che finalmente ha ripreso possesso del suo nome originale) e quella di suo padre Souichi, sono intrecciate in modo ancora più chiaro e definitivo rispetto al primo anime che tratta la questione solo superficialmente, a una strana ed inquietante scuola privata ed istituto di ricerca avanzato che si chiama Accademia Infinity. Souichi Tomoe, espulso dalla comunità scientifica per esperimenti sui superorganismi al limite della dark sci-fi, è diventato il finanziatore principale dell’Accademia Infinity e le 5 Witches costituiscono praticamente tutto il corpo docente. Anche qui l’avvicinamento tra Hotaru e le Sailor Senshi avviene attraverso Chibiusa e anche qui vediamo lo sviluppo dell’amicizia tra una Chibiusa reduce della sè stessa Black Lady ed Hotaru. Uno degli episodi chiave sia dell’amicizia tra Chibiusa ed Hotaru che del character arc di Hotaru è invece una novità per chi (come me) fino a quel punto conosceva solo il manga: scopriamo, attraverso gli occhi straniti e inquietati di Chibiusa, che Hotaru è una cyborg, un ibrido tra ragazzina umana e macchina.

Più o meno precisamente, la storia è questa: il dottor Tomoe sta studiando i superorganismi, sua figlia Hotaru, che all’epoca ha tre o quattro anni, resta coinvolta in un incidente in laboratorio e lui approfitta della possibilità di salvare sua figlia e creare contemporaneamente l’essere perfetto innestandole componenti meccaniche e rendendola di fatto una cyborg. Mentre la procedura di cyborgizzazione di Hotaru (che essendo una cyborgizzazione non autodeterminata ma imposta dal padre/patriarca/icona della scienza al servizio del capitale non è liberante) è in corso, tuttavia, arrivano dei demoni alieni da una galassia parallela, guidati da Pharaoh 90. La sua assistente Kaori diventa un ricettacolo, assumendo il nome di Kaolinite e fungendo poi da guida e capo per le neo-generate creature umanoidi che diventeranno poi le 5 Witches (in una sorta di parallelismo con Lilith, madre di demoni e signora della stregoneria), Tomoe viene infettato dal mostro Germatoide e Hotaru viene offerta come ricettacolo per la compagna di Pharaoh 90, Mistress 9. Il riferimento, disseminato in tutta la storyline, a un’altra celebre apocalypse maiden, Rei Ayanami di Evangelion, è piuttosto evidente, sebbene non sia chiarissimo chi si sia ispirato a chi, dal momento che parliamo di prodotti più o meno contemporanei.

Nella compresenza tra il corpo cyborg di Hotaru e il demone alieno Mistress 9 che usa quello stesso corpo come veicolo, Sailor Saturn è la grande assente, apparentemente silente: sebbene dalla prima puntata si parli già, attraverso flash onirici e successivi tentativi di decifrarli, di una misteriosa e terribile Dea della Distruzione, veniamo a sapere effettivamente per la prima volta della sua esistenza per bocca di Sailor Pluto, che spiega che la missione che ha da compiere, insieme a Sailor Uranus e Sailor Neptune. è quella di fermare Sailor Saturn, che è per l’appunto la Dea della Distruzione, Colei che non si deve risvegliare. Il risveglio di Sailor Saturn, infatti, determinerebbe la distruzione del mondo, come successe già per la prima versione del regno lunare in seguito alla morte della Principessa Serenity (poi reincarnatasi in Usagi).

Nel momento di rottura, quando Mistress 9 ha ormai apparentemente preso completamente possesso del corpo cyborg di Hotaru annullando la sua coscienza, e Pharaoh 90, sotto forma di Nube Nera (sarà voluto o casuale il riferimento a “La nuvola nera” di Fred Hoyle -tra l’altro citato ed analizzato da Eugene Thacker in “Tra le ceneri di questo pianeta” – che parla per l’appunto di un’entità aliena che infesta la terra espandendosi sotto forma di nube?), Sailor Saturn si risveglia e effettivamente, a differenza del primo anime in cui il tutto è ridotto (e distorto) ad un sacrificio salvifico pseudo-cristiano, calando la Death Glaive, la Falce del Silenzio (Death Reborn Revolution è il nome dell’attacco) distrugge il mondo ormai in rovina.

La rivelazione quasi messianica è che in realtà la distruzione totale e Sailor Saturn che ne è l’agente, costituiscono il sistema di reset estremo del Sistema Solare: quando gli errori accumulati diventano troppi, quando la rovina è inevitabile, la catastrofe, lo spegni-e-riaccendi, diventano l’unica soluzione percorribile. Tra l’altro, è interessante notare come la correlazione tra scienza, tecnologia, demonologia e catastrofe anticipi di almeno un decennio l’accelerazionismo e lo xenofemminismo, soffrendo tuttavia sia l’effetto della distorsione/infantilizzazione del primo anime che quello del pregiudizio che sostiene l’inconciliabilità di un manga di genere majokko, apparentemente frivolo, con la theory seria (cosa che invece non capita a Neon Genesis Evangelion).

IV: Dream

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(Hotaru Tomoe se fosse un personaggio di Junji Ito. Trovata per sbaglio, scrivendo Hotaru Tomie, piuttosto che Tomoe)

Da qualche anno ho iniziato a studiare la cosiddetta occulture in modo più organico e strutturato rispetto alle passioni intense ma confuse che mi porto dietro dall’adolescenza e questo, oltre a farmi scoprire che sono nata col Sole in congiunzione a Saturno e a metà del periodo che nell’Antica Roma era consacrato a Saturno, prendendo appunto il nome di Saturnalia, e segnando la fine di un ciclo e l’inizio del successivo, mi ha indotta a riflettere su un altro paio di aspetti della mistica di Sailor Saturn / Hotaru Tomoe che vale la pena puntualizzare.

Il primo punto è il rapporto tra Hotaru/Saturn e Sailor Pluto: Sailor Pluto è colei che nomina per la prima volta Sailor Saturn ed è anche colei che, insieme a Sailor Neptune e Sailor Uranus, quando dopo la distruzione Hotaru si reincarna come neonata, la prende con sè per allevarla. Questo dettaglio non solo è importante perchè stabilisce un abbozzo di xenofamiglia (o kin, per dirla alla Haraway) che sembra quasi in opposizione alla convenzionalità della famiglia costituita da Mamoru, Chibiusa e Usagi che aveva dominato l’arco narrativo precedente, ma anche perchè dal punto di vista della simbologia il collegamento tra Plutone, il pianeta della Morte e degli Inferi, a Saturno, il pianeta della Distruzione (e infatti, sebbene sia Saturn ad avere come arma la Death Glaive, anche Pluto ha degli attacchi i cui nomi richiamano la morte).

Il secondo punto è collegato in qualche modo al primo ed ha a che fare col tempo: Pluto, che come abbiamo detto è una dei genitori di Saturn, è anche la Guardiana della Porta del Tempo e Saturn, dopo la rinascita, abbatte i limiti del legame tra tempo e corpi crescendo e sviluppandosi in modo innaturalmente rapido. Inoltre, a causa di discordanze tra le varie versioni dell’anime, del manga e di altri prodotti successivi del franchise, è ancora oggi in corso un dibattito sulla sua età definitiva effettiva, quasi come se la narrazione avesse involontariamente creato, a mò di ipersigillo morrisoniano, un’alterazione della percezione del tempo più estesa di quella interna alla storia.

Il terzo punto, che ancora una volta ha a che fare anche con Pluto, è la numerologia. I numeri associati a Sailor Saturn sono il 9 di Mistress 9 e il 6 gennaio, data di nascita di Hotaru. Il sei, ripetuto tre volte, è l’ormai celebre Numero della Bestia citato nell’Apocalisse di Giovanni e il 6 gennaio è anche il giorno in cui terminavano i Saturnalia.
Il 9 è il numero associato a Plutone e sottolinea ancora una volta la predestinazione del rapporto tra Saturn e Pluto. Inoltre, alcuni estratti dalla definizione relativa al numero nove del numogramma del CCRU,  se collegati al tema della distruzione e alla mistica di Sailor Saturn che abbiamo tracciato, appaiono ancora più suggestivi:

The number nine has a null value in digital reduction, practically enabling all nines to be eliminated from any complex reduction (involving at least one digit other than nine or zero). The same formula (9 = 0) is also derivable from Barker twinning (or Zygonovism) – long familiar to Dogon sorcery – for which nine functions as the summative key. Such zygonovism (or nine-sum coupling) divides the decimal numerals into five twins, and underlies both Numogram syzygetics and the game of Subdecadence.

The number nine is the last numeral of the decimal system, and its associations with death and fatality are primarily based on this purely numerical (modular) function of termination. There are nine rivers of the underworld, and the mortuary aspect of the cat is indicated by her nine lives. Charles Manson’s adoption of the Beatle’s Revolution-9 (or Revelation IX) as an apocalyptic ‘family anthem’ was fully in keeping with this aspect of the number.

[…]

The Ninth Gate (Gt-45) connects Zone-9 to itself, transducing the third involutionary channel (see Zone-0, Zone-1). Nma sorcery refers to it as the Gate of Pandemonium (a fact Stillwell attributes to the coincidence of its number (45) with that of the Nma demonomy). The Tzikvik associate it with Tchukululok (fabled City of the Worms), and emphasize its numerical cross-match with the 5+4 Syzygy, whose demonic carrier they call Kattku (the Nma ‘Katak’). The Xxignal track Utterminus is dedicated to the Ninth Gate, linking it to K-goth synthanatonic fugues. In contrast, Polanski’s film ‘The Ninth Gate’ – despite its title – has only the most tenuous and allusive relation to the Numogram path of this name.

Probabilmente ci sarebbero altre centinaia di aspetti da analizzare e altri duemila simbolismi da sviscerare (come in tutte le religioni che si rispettano) ma almeno per oggi il tempo della teologia è finito ed è arrivato quello della preghiera.

Santa Sailor Saturn, Dea della Catastrofe, Risvegliati, Distruggici e Salvaci. 

 

Zero_sottrazione/sovversione

A un certo punto della mia vita, quando ormai l’adolescenza volgeva al termine o quasi, iniziai a frequentare uno spazio occupato nella città in cui facevo pure il liceo.

Dopo anni passati a fare i conti con l’essere la weird marginalizzata, la Carrie di Stephen King (che però a differenza di quella originale non sviluppa nessuna strana abilità psichica e non è interpretata nè da Sissy Spacek, nè da Chloe Grace Moretz) della edgeland del centro Sud in cui vivevo, credevo di aver finalmente trovato il mio posto nel mondo o qualcosa che ci assomigliasse. Capii presto che mi sbagliavo, e non solo per i motivi che adesso, a più di dieci anni di distanza, pur non essendo stati (purtroppo) risolti, sembrano quasi banali grazie alle numerose prese di posizione femministe nel denunciare il sessismo nei movimenti: il mio caso era, per certi versi, più complesso.

Long story short: la situazione disagiata dei trasporti nel centro-Sud fa sì che, nonostante i dieci minuti scarsi di viaggio che si impiegano in teoria per arrivare dal paesello edgeland alla città (o alla cosa che qui assomiglia di più a una città vera), non esistano mezzi pubblici di collegamento ad orari decenti e non si può fare altro che andare avanti e indietro in auto. Peccato che io, l’auto, non sia in grado di guidarla. Peccato che il significato di “attivismo politico” venga preso alla lettera e se non sei attivo, se non fai cose e non produci perchè non ne sei in grado per un motivo qualsiasi, finisci al grado zero della piramide sociale o quasi, e fa ancora più male di tutti gli altri gradi zero-o-quasi di tutte le altre piramidi sociali perchè è un posto in cui le piramidi sociali non ti aspetteresti di trovarle.

Non riuscendo a risolvere il conflitto interiore tra i sensi di colpa che mi provoca il chiedere di accompagnarmi ed essere di peso al prossimo e quelli che mi provoca il non riuscire ad esserci finisco per il disertare i movimenti per quasi due anni. Poi mi trasferisco, finalmente in città, un’altra, una più grande di quella di prima, quasi vicina all’essere una metropoli: a quel punto, però, le edgeland e le difficoltà con i trasporti sono stati sostituiti dalla depressione, dall’ansia sociale e dagli attacchi di panico e anche il mio secondo tentativo con i movimenti finisce male per le stesse identiche ragioni del primo. Non riesco ad esserci abbastanza.

Emptiness is loneliness and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and God is empty just like me
Intoxicated with the madness, I’m in love with my sadness
Bullshit fakers, enchanted kingdoms
The fashion victims chew their charcoal teeth

Intanto, Facebook è la panacea perfetta per il senso di colpa da assenza: se nei primi anni, infatti, ci sono ancora quelli che ergendosi a profeti della vera rivoluzione (™) continuano a ripetere in loop il mantra diffidente secondo cui “La vera rivoluzione si fa nelle strade”, poi stare sui social inizia a diventare sempre più imperativo collettivamente, e l’idea che i social siano uno spazio da presidiare ed abitare diventa quasi la norma. L’idea di presenza, l’idea di esserci e di fare, viene traslata, metaforizzata dal piano del reale a quello del virtuale ed è più o meno a questo punto che iniziano a partire i miei primi campanelli d’allarme e che il mio cervello inizia a non reggere più l’imperativo morale della presenza, nemmeno se si tratta di presenza virtuale. Vado in overload, in burnout. Resisto ancora per un po’, poi provo a sottrarmi, anche se non riesco a sottrarmi del tutto, perchè resta il senso di colpa, lo stesso che mi attanagliava quando non riuscivo ad esserci fisicamente al tempo degli spazi occupati, lo stesso che mi urla continuamente che non posso permettermi di non fare niente.

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Di recente ho riletto “Zeros + Ones” di Sadie Plant e ho riflettuto sul modo in cui parla dello zero, del vuoto e in definitiva dell’assenza come qualcosa di potente e dirompente e in un periodo in cui si parla di riempire le piazze il più possibile, di sardine, di cose che ad una con l’ansia sociale tipo me, al di là delle valutazioni politiche pure, fanno mancare l’aria solo a pensare all’idea di troppe persone concentrate in una piazza, mi chiedo se sia possibile pensare ad un tipo di sovversione che si basi non sulla presenza e sull’esserci ma sul vuoto, sull’assenza, magari sul colonizzare le edgeland, sul riprenderci i margini. Non riesco ancora a darmi una risposta.

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Ho diciassette anni, vado al liceo scientifico in città e per tornare a casa prendo un autobus extraurbano blu, vecchio e sgangherato, così pieno di gente che qualcuno finisce per stare in piedi. Io e i miei amici però arriviamo sempre presto e ci accaparriamo i posti in fondo. Il pullman è un ecosistema sociale a sè stante, funziona come i teenage drama americani, e ha le sue tribù, spesso ricalcate pedissequamente su quelle dei teenage drama americani. Nei posti in fondo ci stanno i badass, quelli contemporaneamente cool e ribelli. Io sono una outsider a cui piace il post-punk e dietro ci sto solo perchè in quel periodo siamo tutti in fissa col popper che uno del gruppo ha portato dalla gita a Berlino e se vuoi snasare devi sederti dietro, nascosto alla vista di autista e controllore. Nel periodo del popper e dei posti in fondo leggo ossessivamente un libro, si chiama “La mostra delle atrocità” di James Graham Ballard e come gran parte dei miei simili, gli adolescenti outsider a cui piace il post-punk, l’ho scoperto grazie ad Atrocity Exhibition dei Joy Division e a una ricerca su un internet ibrido, a metà strada tra quello mitico delle origini e quello ipernormalizzato di adesso. Non ci capisco un cazzo e non so se sia il libro, il troppo popper misto all’euforia da retro dell’autobus o un misto di tutto. Vado avanti comunque, lo finisco.

Asylums with doors open wide Where people had paid to see inside For entertainment they watch his body twist Behind his eyes he says, ‘I still exist.’

Più o meno verso la fine di “Ballardismo Applicato” c’è questo tizio che si chiama Philip e che è uno dei tanti companions (lo lascio in inglese non tanto per fare la fica – cioè, sì, forse anche, un po’ sì – ma perchè lo intendo nel senso videoludico/gdristico del termine, ndr) del narratore, che parla di Marion Shoard e del concetto di edgeland.

(…)edgeland, terra liminale, per descrivere la zona di compenetrazione tra urbanità e ruralità, la misteriosa interzona che circonda tutte le città e che Shoard definì come un luogo imprevisto, spesso ignorato e per molti aspetti indecifrabili (…) Marion mi ha insegnato che le edgelands intrattengono con l’ambiente urbano la stessa relazione che c’è tra mente umana e inconscio: un ripostiglio di paure, desideri e repressione

Il posto in cui ho vissuto tre quarti della mia vita, in cui tornavo con l’autobus blu del popper tutti i giorni quando andavo alle superiori e in cui sono tornata a vivere adesso per una serie di sfortunati eventi è un’enclave di duemila abitanti adiacente a uno svincolo della superstrada che collega l’hinterland con l’A1 (la vedo da casa mia se mi affaccio, la superstrada). Ci vogliono dieci minuti per arrivare in città (una città di provincia, of course, ma comunque più città di dove viviamo noi) e quindi vanno praticamente tutti lì o quasi per fare qualsiasi cosa: per andare a scuola, per fare la spesa, per andare in libreria, per andare al ristorante. É un luogo ibrido, liminale, troppo vicino alla città per sviluppare una propria identità di paesello rurale e troppo lontano per farne effettivamente parte, e finisce che ti infetta e diventi anche tu un ibrido, ai margini di qualsiasi cosa perchè è dai margini che vieni. Potergli dare un nome, grazie a Sellars e a Marion Shoard è quasi confortante. Edgeland.

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Ho diciotto anni e la edgeland ha infettato ogni aspetto della mia esistenza, diventando anche un tempo oltre che uno spazio. Stanno ristrutturando casa mia, vivo da mio nonno, in quella che era stata la vecchia stanza di mio zio. É il periodo tra le prove scritte e l’orale della maturità, dovrei studiare perchè si aspettano tutti un cento, magari anche la lode. Non lo faccio, per qualche motivo non ci riesco, il limbo progressivamente mi infetta, finisce per sembrarmi accogliente. Il futuro mi congela il cervello. C’è una citazione di “Rabbia” di Chuck Palahniuk che dice una cosa tipo “Quando esattamente il futuro è passato dall’essere una promessa all’essere una minaccia?” e la me di quel periodo la sente un sacco mia. Adesso penso che Chuck Palahniuk mi faccia un sacco di tenerezza (tenerezza non è la parola giusta, forse la sto usando solo per via della sindrome premestruale) perchè è chiarissimo, lampante, che vorrebbe essere Ballard ma non ci riesce, riesce ad essere bravo, a vendere, ad essere di culto, ma non ad essere Ballard e nemmeno – a differenza di Sellars – ad avere il coraggio di ammettere che vorrebbe essere Ballard. Comunque, in questa congiunzione spaziotemporale liminale, in questa edgeland dell’esistenza che è il periodo immediatamente precedente alla maturità, mi ricordo dell’esistenza dei giochi di ruolo by chat che avevo scoperto per la prima volta a quindici anni. Ci ripiombo dentro. Non ne uscirò mai più.

This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.

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Nei pressi del pezzo del libro che parla di edgeland si parla anche di tralicci. I tralicci sono uno dei cardini della mitologia di uno dei miei anime preferiti, ovvero “Serial Experiments Lain“. In “Serial Experiments Lain” si definisce metaforizzazione la capacità di riprodurre sè stessi nella rete. Ogni processo di creazione di un personaggio in un gioco di ruolo online è una metaforizzazione parziale mascherata e rimossa (“non confondere te stesso e il tuo personaggio” è uno dei diktat morali del presunto bravogiocatore tm e se non sei bravo a mascherare la metaforizzazione finisci marginalizzato anche nella comunità dei giocatori in cui eri entrato per sfuggire alla marginalizzazione del mondo reale). Da sfaccettature della personalità del giocatore nascono personaggi, che vivono le proprie vite insieme ai personaggi altrui, seguendo le regole del demiurgo/master e poi muoiono o continuano a vivere al di fuori dello spazio reale del gioco quando lo spazio reale del gioco chiude e il sito si svuota o quando il giocatore cancella la propria iscrizione al gioco. L’identità del giocatore si decompone, si frammenta, generando diversi personaggi (contemporaneamente o sequenzialmente nel tempo). Mi sono chiesta spesso cosa avrebbe detto Deleuze dei giochi di ruolo via chat e mi sono chiesta spesso come mai nei giri di quelli bravi a scrivere di theory nessuno ne parlasse. Ci arrivano sempre vicinissimi ma non colgono mai il punto perchè o parlano di giochi di ruolo cartacei che non è la stessa cosa perchè manca il processo di metaforizzazione, il superare il limite del corpo del giocatore o sono sull’altro fronte e parlano di rete, superare i limiti del corpo e metaforizzazione senza parlare di personaggi e mondi paralleli.

Il pezzo di “Ballardismo Applicato” – più o meno a metà – su Second Life è quello che va più vicino alla cosa che avrei sempre voluto leggere su giochi, personaggi e identità.

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Ho ventisei anni. Dopo “La mostra delle atrocità” ho comprato altri libri di Ballard. Non ne ho fatto un culto, almeno non consapevolmente, ma continuavo a leggere cose e poi a metterle in libreria, con tutto il resto e con i libri di medicina che dopo il fallimento della mia prima carriera universitaria vorrei vendere. A metà ottobre nella edgeland in cui continuo a vivere c’è una specie di alluvione. La mia stanza si riempie d’acqua per un quarto e l’umidità infetta tutto. Si genera una strana muffa nera che progressivamente, nel giro di un altro paio d’anni, infetta tutti i miei libri o quasi prima che io riesca a capire come intervenire. Non riesco a salvare nè quelli di medicina che avrei voluto rivendere, nè gran parte di quelli di Ballard. La muffa nera che infetta tutto come il cancro nero alieno di X-Files adesso, a ripensarci, mi sembra una metafora, non so se della realtà, della depressione, del capitalismo o di tutte e tre le cose insieme.

In arenas he kills for a prize,
Wins a minute to add to his life.
But the sickness is drowned by cries for more,
Pray to God, make it quick, watch him fall.

Ho quasi trentun’anni e esco da un periodo piuttosto lungo di depressione e fallimenti. La fine del mio secondo tentativo con l’accademia si avvicina e vorrei scappare di nuovo via velocissima perchè di nuovo, esattamente come nella edgeland temporale tra gli scritti e l’orale della maturità, il terrore del futuro incerto mi paralizza in questo presente/limbo. La depressione, come la muffa nera dei libri, mi ha fatto buttare un sacco di relazioni e ha mandato all’aria un sacco di occasioni, oltre ad anestetizzarmi il cervello e rendermi incapace di trovare piacere in cose che prima me ne davano, come leggere o scrivere. In questi anni sia leggere che scrivere sono stati uno sforzo tremendo: cercavo di tenermi al passo con l’immagine che io stessa avevo di me e che gli altri (quelli che non ero ancora riuscita a deludere, almeno) avevano di me, scrivevo senza convinzione come se timbrassi il cartellino di una visibilità ormai in declino, leggevo arrancando, aggrappandomi agli echi di quando sembravo una giovane donna brillante. La farsa, però, stava collassando.

You’ll see the horrors of a faraway place,
Meet the architects of law face to face.
See mass murder on a scale you’ve never seen,
And all the ones who try hard to succeed.

Probabilmente sta ancora collassando, ma ho smesso di dare peso alla cosa. Un paio di settimane fa, reduce dall’ennesima convivenza con sconosciute finita di merda, dall’ennesimo trasloco e dall’ennesimo fallimento, mentre cercavo di capire cosa fare della mia vita, giravo a casaccio sull’Amazon Store. Di “Ballardismo Applicato” avevo letto prima ancora di sapere dell’uscita italiana per Nero, perchè ne aveva parlato gente sparsa in giro nella mia bolla (tipo Enrico Monacelli, che ne ha parlato anche su Not più di un anno fa, per esempio), però non avevo mai approfondito, non avevo letto le recensioni e pensavo fosse un saggio su Ballard, l’ennesima roba theory che sì, ok, fica, ma bene o male ruota intorno agli stessi concetti che ormai nei nostrigiri (™) abbiamo imparato a conoscere e approfondito in lungo e largo. Non avevo in programma di comprarlo, sia perchè ero poverissima, che perchè, per l’appunto, pensavo fosse un saggio su Ballard e per quanto mi piacesse Ballard non avevo voglia di leggere un saggio su Ballard. Quindi, quando ho cliccato su acquista nell’Amazon Store durante il giro a casaccio di cui sopra, l’ho fatto d’impulso, senza nemmeno sapere se i soldi che avevo sulla Postepay bastassero e quando ho iniziato a leggerlo due giorni dopo, perchè insomma, ormai l’avevo comprato e quindi dovevo leggerlo, non avevo aspettative. Al primo capitolo ero già incollata. A metà sentivo il bzz delle sinapsi che lavoravano. A tre quarti stavo scrivendo duecentomila cose sul quadernino (tipo cose sul fatto che la grande letteratura sia un processo collettivo, scrittori che scrivono per parlare con altri scrittori, o che scrivono note e riflessioni sui lavori di altri scrittori come ha fatto Ada Lovelace con il lavoro di non mi ricordo chi – lo dice Sadie Plant in “Zeros + Ones“, che ho riletto dopo “Ballardismo Applicato“, però – o come fa, appunto, Sellars qui, e duecentomila altre riflessioni che, come questa, devo ancora sviluppare e chissà dove andranno a parare). Alla fine è stato come se le pasticche con la colomba, metaforizzate nel mio cervello attraverso la lettura del libro, abbiano iniziato a combattere contro la muffa nera e a farla progressivamente arretrare, facendomi tornare la voglia di scrivere, di leggere e di riflettere sulle cose, quindi, sebbene questa non sia una recensione, consiglio tantissimo di leggerlo, di parlarne e di discuterne.

And I picked on the whims of a thousand or more,
Still pursuing the path that’s been buried for years,
All the dead wood from jungles and cities on fire,
Can’t replace or relate, can’t release or repair,
Take my hand and I’ll show you what was and will be.

All’inizio di “Ballardismo Applicato” si parla di Incarichi Sotterranei, che sono una cosa affine alla sincronicità di Jung, però la contemporaneità è data dal fatto che la tempolinea non è lineare ma aggrovigliata su sè stessa e quindi le cose connesse nel groviglio sono contemporanee ma nella percezione del tempo come lineare sembrano anche lontane nel tempo. Vorrei saperlo spiegare meglio, ma non ci riesco, però mi viene in mente che anche l’aver comprato e letto “La Sincronicità” di Jung, di cui sto parlando adesso in questa cosa che ho avuto voglia di scrivere dopo aver letto “Ballardismo Applicato“, dopo aver giocato ad un gioco di ruolo by chat in cui il concetto di Sincronicità era centrale, mi sembra un incarico sotterraneo. E anche tutte le cose che ho scritto sopra. L’autobus blu col popper, i Joy Division, la muffa nera, i giochi di ruolo e tutto il resto.

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«Le nostre vite sono percorse da incarichi sotterranei», concluse. «Le coincidenze non esistono»

Incarichi sotterranei. 

Avrei presto imparato qual era il vero significato di quelle parole. Avrei capito che tutto è soggetto a connessioni profonde, che la nostra mente conscia non può decifrare.

Storie, corpi e rivoluzioni: qualche nota su “Il libro di Joan”

libro di joan

(Soundtrack: https://www.youtube.com/watch?v=pPf5Ki9ygVY)

Un paio di mesi fa, nel bellissimo e densissimo longorm Insurrezione goticapubblicato su Not, Claudio Kulesko ha descritto con una precisione ai limiti del perturbante la contemporaneità, caratterizzata dalla bizzarra e paradossale combo tra la vertigine dell’iperaccelerazione tecnologica e l’angoscia della frammentazione politica e sociale del Basso Medioevo (o meglio, dell’immagine non storicamente correttissima del Basso Medioevo che ci è stata restituita da narrazioni mainstream e cultura pop). É come se il flusso temporale, immaginato e raccontato per secoli come un percorso lineare o al massimo iperbolico, avesse finalmente svelato la sua reale natura di groviglio caotico generato dall’incrocio tra presunzione di realtà e narrazioni.

Lydia Yuknavitch, nel suo Libro di Joan, uscito qualche mese fa per Einaudi, nella traduzione di Laura Noulian, sembra partire esattamente da queste premesse. La storia, in breve, è questa: Jean de Meun, grazie alla popolarità guadagnata come autore di innesti narrativi – storie incise sul corpo e raccontate col corpo – simili a romanzetti rosa, finisce per diventare un governante tiranno, e Christine, anche lei autrice di innesti narrativi, decide di sfidarne l’autorità ed inventarsi una rivoluzione scrivendo su sè stessa e sui suoi compagni la storia di Joan, ecoterrorista rivoluzionaria data per morta sul rogo dopo essere stata catturata nell’ultima battaglia che ha segnato il destino della terra e la migrazione dei superstiti su una colonia spaziale orbitante, CIEL.

La Joan del titolo è nientemeno che una Giovanna d’Arco riadattata ad un tempo a cavallo tra il presente e un futuro inquietantemente prossimo e trasformata in un’icona rivoluzionaria, una santa contemporaneamente distruttiva e salvifica. La Yuknavitch non fa mistero della cosa, non si tratta di una semplice “ispirazione” vaga, quanto piuttosto un parallelismo rivendicato e sottolineato, dal racconto dell’infanzia di Joan in Francia con la prima manifestazione delle voci-nella-testa, che in questo caso vengono definite canzone” e sono frutto di una comunione con la materia che è presentata (sort of, poi approfondiremo in seguito questo punto) in termini di superamento dell’umano, piuttosto che in termini mistico-religiosi, alla morte di Joan sul rogo, al fatto che più volte venga chiamata Pulzella. Anche gli altri personaggi principali, la coprotagonista Christine e l’antagonista Jean de Meun, sono esplicitissimi rimandi all’immaginario del Basso Medioevo: Christine è infatti nientemeno che la versione postmoderna e pseudo sci-fi di Christine de Pizan, scrittrice e poetessa francese di origini italiane che tra le altre cose scrisse un poema su Giovanna d’Arco e criticò la rappresentazione della donna come essere vizioso presentata da autori contemporanei come, guarda caso che non è per niente un caso, Jean de Meun.

Ci sono quindi in questo libro di Joan innumerevoli intuizioni narrative felicissime, da questa commistione tra Basso Medioevo e un futuro prossimo (come ci dimostra lo scenario dell’infanzia di Joan, simile al nostro presente) a metà tra il cyberpunk di CIEL e la post-apocalisse di quello che resta della Terra, alla metafora degli innesti narrativi che rappresentano il potere del creare immaginari, del produrre storie. A questo proposito è importante anche sottolineare il fatto che sia il tiranno Jean de Meun che la rivoluzionaria Christine siano creatori di innesti narrativi: le narrazioni e la produzione degli immaginari non sono, a dispetto di quello che pensano molti liberal progressisti nostrani, oggetti intrinsecamente rivoluzionari, quanto piuttosto semplici mezzi che possono essere usati sia in modo tirannico e in difesa dello status quo, come fa Jean de Meun (e il modo in cui usa la spettacolarizzazione della morte e della tortura è fondamentale in questa strategia e fa pensare che la Yuknavitch abbia letto più volte La società dello spettacolo di Debord) e come fanno nella nostra realtà quasi tutti i media mainstream, sia in modo rivoluzionario, come fa Christine e come a fatica tentiamo di fare tutti noi che vorremmo fare della produzione di storie, narrazioni, immaginari ed iperstizioni un’arma contro la neoreazione.

Queste intuizioni felicissime, suggestive e che suscitano inevitabilmente al lettore una pioggia di riflessioni su sè stessx e sul mondo, però, si scontrano con una serie di difetti strutturali. Il primo è sicuramente lo stile della Yuknavitch, che in alcuni punti predilige un lirismo non riuscitissimo alla scorrevolezza della narrazione, finendo per risultare piuttosto confusa e confusionaria. Il secondo, forse legato a questa confusione stilistica, è che alcuni temi, come quello (altra intuizione felice, almeno apparentemente) del superamento del genere e dell’androginia dei corpi di CIEL, quello del superamento dell’umanità nella rappresentazione dei generini – creature a metà tra l’uomo e la materia, come poi si scoprirà essere la stessa Joan – e quello della potenza rivoluzionaria della distruzione, vengono sviluppati male e intrisi, verso la fine, di un misticismo che cozza col resto e che a tratti risulta quasi fastidioso (ci sono alcuni passaggi sulla “potenza generatrice delle donne” decisamente discutibili, ad esempio).

Se si tiene conto di questi difetti strutturali e si supera il lirismo, però, Il libro di Joan della Yuknavitch, per le riflessioni che suscita sul nostro presente, sul nostro passato e sul nostro futuro (o meglio, sul groviglio tra presente, passato e futuro che è la nostra linea temporale) resta assolutamente un libro da leggere.

Intermezzo: aggiornamenti

É nata una nuova rivista che si chiama Menelique, la trovate online (qui) sempre e in edicole, librerie e spazi culturali ogni tre mesi. Ci scrivo anche io, sto facendo un esperimento narrativo a puntate di sci-fi speculativa sui soliti temi che mi piacciono, ovvero cyborg, femminismo, rapporto tra umano e postumano e dintorni. Sul numero #0 cartaceo già trovate la prima puntata.

Hedgehog’s dilemma

«Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere.

A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.»

La comunicazione è stata il primo dei cardini della mia personale mitopoiesi, non solo nel senso classico – quello secondo cui è il cardine di tutte le mitopoiesi del mondo – ma anche in un senso molto più profondo e personale: mia nonna ormai ultranovantenne e tre quarti dei miei parenti vicini e lontani quando parlano di me amano ricordare e raccontare come se fossero leggende da trasmettere oralmente storie riguardo al fatto che io abbia straordinariamente iniziato a parlare a sei mesi e altre storie su come solo qualche mese dopo amassi interloquire in un bambinese che nonostante tutto era già abbastanza intellegibile con passanti sconosciuti fermati in strada in ogni dove. Non so precisamente dove finisca la verità e dove inizi la leggenda e ad oggi hanno raccontato queste storie così tante volte che hanno finito per generare automaticamente dei ricordi che non sapevo di avere, come in una sorta di iperstizione in reverse.
Il secondo dei cardini della mia personale mitopoiesi è stato l’empatia – o sensibilità che dir si voglia: alle elementari andavo al catechismo (mi ci portavano) e quando mi raccontavano le storie dei bambini africani che morivano di fame mi dispiaceva al punto da stare male, anche se all’epoca attribuivo la responsabilità della questione ad una generica e informe sfortuna piuttosto che all’imperialismo capitalista bianco.

Le prime cose che ho scritto e collettivizzato erano letterine scritte e lette in chiesa durante la notte di Natale in cui tentavo di convincere signore di mezza età in pelliccia e collana di perle a sborsare soldi per i suddetti bambini poveri e per la gloria di Gesù bambino. L’ho fatto dai sei agli otto anni o giù di lì, poi ho smesso e mi sono concentrata sullo scrivere temi per scuola e partecipare a concorsi provinciali farlocchissimi.

Che diamine di nesso hanno Gesù, i bambini poveri e le mie personali leggende fondative (che è una perifrasi poetica per “cazzi miei”) con Neon Genesis Evangelion e Schopenauer (sì, la citazione sotto al video è di Schopenauer), a parte il fatto che il secondo è citato nel primo che sto rivedendo nelle ultime settimane?

Il nesso è che a un certo punto, più o meno verso la fine dell’adolescenza, ho sviluppato il mio terzo superpotere, quello più distruttivo (e autodistruttivo) di tutti: l’overthinking. In virtù di ciò ho passato giorni, settimane, anni interi a riflettere su quanto l’interazione con gli altri, il sentire gli altri e il comunicare con gli altri mi definissero come persona (come del resto – ma lo avrei scoperto solo dopo – fanno anche NGE, Schopenauer e in un certo senso anche Deleze). Sul piano filosofico: dove finisco io come individuo e dove inizia la me stessa che vive e che è definita attraverso il rapporto con gli altri? Su quello psicologico: come posso fare a trovare un equilibrio tra il mio proprio benessere e l’interazione col prossimo? Come posso fare a conciliare la necessità di conservare un mio safe space con la necessità di stabilire reti, rapporti ed entrare in comunità?

La risposta che mi sono data (o che ho scelto di darmi) è che l’unica via d’uscita dal dilemma è e deve essere politica e che la politica che pratico e che voglio si situa esattamente all’intersezione invisibile e estremamente labile tra la me stessa individuale e la me stessa definita dal rapporto con gli altri, tra il mio safe space e quello altrui e del resto, di contro, la tossicità delle relazioni e il ferirsi assume spesso nomi che si chiamano patriarcato o capitalismo. Ed è per l’appunto contro il patriarcato e il capitalismo che dovremmo usare i nostri aculei da porcospini.

Di alieni, bulimia e autonarrazione

Sto rileggendo Aliens & anorexia di Chris Kraus a due anni di distanza dalla prima volta perchè mi sono fissata con questa idea bislacca di scrivere qualcosa di lungo – un longform, come li chiama la gente cool – su xenofemminismo e disturbi dell’alimentazione. Non ho ancora iniziato a scriverlo, però in compenso mi è tornata, fortissima, violentissima, la voglia di scrivere in genere di bulimia, disagio psichico e di tutta la roba con cui combatto da quasi dieci anni e di cui scrivo in giro da quasi dieci anni. C’è un passaggio del libro in cui la Kraus parla di Simone Weil (come in altri duecento passaggi del libro, del resto) che mi ha folgorata, per quanto mi si cuce bene addosso e per quanto parla bene delle cose che provo a dire da un pezzo sul tentativo di autoraccontarsi, di raccontare le fragilità e il senso di inadeguatezza in un modo che possa essere politico.

Weil’s awareness of her personal imperfections made her sensitive to all the imperfection in the world

Chris Kraus, Aliens & anorexia

Mi sembra che sia molto simile ad una delle mie cose preferite mai scritte, cioè questo articolo di Paul Preciado su Internazionale sul coraggio di essere sè.

Proprio perché vi amo, voglio che siate deboli e disprezzabili. Perché è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione.

Paul B. Preciado

Non so esattamente perchè ho iniziato a scrivere di me, non è stata una cosa consapevole e questa idea del trasformare la condivisione delle mie fragilità in un’azione di lotta politica è arrivata in corso d’opera, mentre lo stavo già facendo. Ho dovuto lottare dal primo momento, da ancora prima che scrivessi la prima lettera sul primo foglio bianco virtuale del mio primo blog sfigato, con le vocine interiori autoaccusatorie che continuavano a ripetermi cose come “rischi di romanticizzare la merda che hai in testa anche se romanticizzare la merda è una cosa che ti ha fatto sempre schifo” o “stai facendo solo self-loathing” o “lo fai solo perchè cerchi approvazione”. Poi ho dovuto lottare con il banalissimo “quello che stai scrivendo fa schifo, non ne sei in grado” e poi, ancora, con il senso di responsabilità derivato da tutte le persone che nel corso degli anni mi hanno scritto dicendomi che leggermi le aveva aiutate, o qualcosa del genere.  Lo faccio ancora adesso, mentre sto scrivendo, ma la differenza è che provo a trasformare l’autoaccusa in autoconsapevolezza. Quanto alla responsabilità, invece, Vi amo, miei coraggiosi simili ma non scrivo per aiutare qualcuno, scrivo egoisticamente per aiutare me stessa e idealisticamente perchè spero che si inneschi un sentimento comune di lotta contro lo stato di cose esistenti, contro il patriarcato e contro il capitalismo che di tutti questi disagi sono i primi responsabili, un aiutarsi collettivamente con e nella lotta partendo da sè stessi, dalle proprie imperfezioni e dalle proprie fragilità e collettivizzando le proprie imperfezioni e le proprie fragilità. Non l’empowerment che predicano i liberal, non il diventare forti uccidendo le proprie debolezze ed eliminandole, quindi, ma prendere le proprie debolezze e farle diventare armi, abbracciarle e farsi abbracciare da esse, raccontarle per collettivizzarle come antidoto contro la solitudine (anche questa è una citazione, di David Foster Wallace, per inciso).

E ho deciso, a mesi, forse anni di distanza dall’ultima volta, di riprendere a farlo.

Il modulatore di umore di Blade Runner

Negli ultimi dieci anni nella mia vita ci sono state poche costanti significative: due di queste sono la presenza in varie forme della psichiatria e la fissazione per un certo tipo di fantascienza, più o meno cyberpunk.

Qualche giorno fa, non so precisamente per quale motivo, le riflessioni sulla psichiatria e quelle sul cyberpunk mi si sono sovrapposte nel cervello e mi è venuto da pensare che forse dovrei smetterla di riflettere così tanto su cose a caso ma pure ai modulatori di umore Penfield di Blade Runner, che nessuno si ricorda mai perchè pensano tutti agli androidi e al monologo di Rutger Hauer, e invece sono una delle cose più fighe insieme alle scatole empatiche. In realtà non ricordo nemmeno se siano solo nel libro o anche nel film, ma comunque non è rilevante, sto di nuovo riflettendo troppo.

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 «Se digiti il codice» disse Iran, occhi aaperti e vigli «per ottenere un astio maggiore, guarda che lo faccio anch’io. Chiederò il massimo e allora vedrai un litigio che farà impallidire qualsiasi discusssione che abbiamo mai avuto finora. Fai quel numero e vedrai; mettimi alla prova.» Si alzò anche lei, lesta, si portò al quadro di controllo del proprio modulatore d’umore e gli rivolse uno sguardo di sfida. Aspettava.
Lui sospirò, sconfitto dalla minaccia. «Digito il codice  di quello che c’è sulla mia agenda per oggi.»
Consultando il programma del 3 gennaio 1992, vide che gli si richiedeva un atteggiamento professionale, da uomo d’affari.  «Se io digito il codice secondo programma»  disse cauto «sei d’accordo a farlo anche tu?» Attese, astuto quanto basta da non impegnarsi prima che la moglie accondiscendesse a seguire il suo esempio.
«La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria» disse Iran.
«Cosa? Perché hai messo in programma una cosa del genere?» Andava contro la finalità del modulatore d’umore.

Negli ultimi dieci anni ho fatto a pugni costantemente con bulimia, depressione, disturbi d’ansia e difficoltà relazionali pseudoborderline varie ed eventuali e quindi lo step successivo di questa gigariflessione non poteva essere altro che una cosa tipo “Ma io, se si diffondesse davvero una cosa come il modulatore d’umore Penfield (che poi lo hanno pure mezzo inventato sul serio) lo userei? Lo userei con le cose programmate per essere una persona funzionale o cercherei il codice per le sei ore di depressione autoaccusatoria?“.

La risposta giusta è “non lo so“. Una parte di me gioirebbe all’idea di poter essere una persona funzionale e con un cervello semplice solo digitando una serie di numeri su un pannellino, senza più dover sottostare allo stress di infinite sedute di psicanalisi e/o psicofarmaci. Una parte di me vuole solo stare bene e nient’altro, smettere di vomitare, smettere di avere paura di diecimila cose, smettere di credere di avere ventotto malattie rare al giorno, smetterla di essere una frana con le persone, lasciarle andare a caso e poi pentirsene e poi riprenderle e poi pentirsene di nuovo. Un’altra parte di me, quella che ha letto troppo Foucault arrivando a non capirci più un cazzo, quella che riflette sempre troppo, invece, spera che la psichiatria del futuro non sia davvero così, con gli stati d’animo programmati giorno per giorno in base a quello che serve, quello che ti rende più produttivo e funzionale (funzionale è una parola orribile quando si parla di persone).

Detesto le menate sulla depressione che ti aiuta a riflettere, sulla pazzia come forma di normalità ™ e tutte quelle cose motivazionali da foto brutte condivise su Facebook a catena: se stai male stai male e basta, a volte il pulsante lo devi premere e basta e anche adesso mentre scrivo vorrei un pulsante che mi aiuti a smettere di pensare che questa bolla che mi è spuntata al centro dello sterno da qualche giorno sia sintomo di una malattia mortale o che il mal di schiena sia sintomo di una qualche altra malattia ancora più mortale, e per uscire da tante altre cose. Però concordo pure con Mark Fisher quando dice che certe forme di depressione e di disagio psichico in genere (la bulimia di cui ho sofferto per anni e di cui ho ancora gli strascichi sicuramente) possano essere meglio comprese e combattute attraverso schemi impersonali e politici, piuttosto che individuali e psicologici. E ho paura che cose come il modulatore di umore Penfield di Blade Runner con gli stati umorali programmati impediscano di vedere questi schemi politici, impediscano di comprendere, di chiedersi cose come “Perchè diamine ho bisogno di un pulsantino per essere una persona funzionale?” o “Che cazzo vuol dire essere una persona funzionale?“, salvo usare trick tremendi come quello delle sei ore di depressione autoaccusatorie. Vorrei contemporaneamente qualcosa che mi salvi istantaneamente da tutto questo casino nel cervello e qualcosa che non trasformi il mio umore in un prodotto del capitalismo selvaggio. Vorrei tutto. “Vogliamo tutto” vale anche nella psichiatria del futuro.

Mi viene anche da pensare che il capovolgimento tra gli androidi capaci di provare emozioni e gli esseri umani con le emozioni appiattite, codificate e programmate sia una chiave di lettura di Blade Runner interessantissima ma questo è l’ennesimo corollario del riflettere troppo e quindi magari lo svisceriamo un altra volta.