We are the weirdos (una lettera d’amore)

Questo non è un post, questa è una lettera d’amore.
Per tutti i disadattati, per tutti quelli che si sentono continuamente fuori luogo e indesiderati, per tutti i freak, quelli che hanno fatto dell’autosabotaggio un’arte, quelli che sono sul punto di cedere ottocento volte al giorno, quelli che fanno fatica anche solo ad esistere, figuriamoci a lottare contro l’esistente. Quelli che non hanno ancora trovato il proprio posto nel mondo e forse non lo troveranno mai, quelli che si sentono soli, quelli che si sentono non abbastanza. Non abbastanza bravi, non abbastanza belli, non abbastanza intelligenti, non abbastanza socievoli, non abbastanza niente. Quelli che si sentono sopraffatti dalle proprie fragilità e che non riuscendo a farle scomparire pensano di voler scomparire insieme a loro per liberarsene.

Quelli come me. Quelli che in questi anni mi hanno scritto in qualsiasi forma per dirmi che si riconoscevano nelle cose che scrivevo, quelli che ci sono stati e continuano a esserci nonostante le assenze, le distanze fisiche ed emotive, le alienazioni. Quelli che ogni volta che cado per mesi nel vortice dei brutti pensieri aspettano pazientemente sul bordo che io esca di nuovo fuori perchè sanno come ci si sente a caderci dentro, quelli che ti salvano inconsapevolmente la vita con un come stai?

Non siete soli, non siamo soli. Vi amo, anche se non riesco a dimostrarlo, anche se non sembra, anche se mi sto vergognando mentre lo scrivo. Per voi continuo a lottare (e ogni tanto a scrivere, a testimoniare pezzi di lotta), sperando che voi facciate lo stesso e che tenendoci per mano riusciremo un giorno a distruggere tutti i vortici.

La sesta estinzione (writing challenge #2)

(la challenge la trovate qui. “La sesta estinzione” è il secondo racconto ed è un mito sull’origine del genere umano che è contemporaneamente la storia di un’estinzione. Il titolo è rubato ad un episodio di X-Files)

Mia madre è stata l’ultima a morire nel nostro gruppo e il nostro gruppo, da quanto ne sapevamo, era uno degli ultimi rimasti. Era passato un anno dall’impatto con l’asteroide. I più fortunati, quelli che vivevano nella zona dell’impatto, che includeva gran parte dell’Europa dell’Est, sono morti sul colpo. Per gli altri è stata una morte lenta, un lunghissimo miglio verde verso l’estinzione in un pianeta diventato completamente braccio della morte: alcuni sono stati uccisi dalle polveri che hanno contaminato l’aria, l’acqua e le piante, che sono entrate negli occhi, nelle orecchie, nel naso e nei polmoni privandoli progressivamente della capacità di respirare; altri si sono ammazzati – qualcuno da solo, come è successo a mio padre, qualcuno in gruppo, sulla scia di neonati culti apocalittici che promettevano la speranza di un mondo dopo il mondo, dopo la fine. Qualcuno è morto di fame, quando le piante hanno iniziato a seccarsi e gli animali a morire. Gli ultimi sono morti di freddo, quando lo stravolgimento del clima ha portato ad una nuova glaciazione quasi improvvisa.

Non so dire di cosa sia morta mia madre. A un certo punto ho quasi avuto l’impressione che si sia semplicemente arresa all’idea di doversi estinguere. Vorrei raccontare di ultime parole drammatiche ma toccanti, testamenti morali o qualcosa del genere ma queste cose succedono solo nei film del mondo prima della catastrofe, quelli che probabilmente non vedremo mai più: mia madre, verso la fine, respirava a stento e aveva appena la forza per chiedermi sorsi della poca acqua che avevamo quando non ce la faceva più a resistere alla sete. Non so nemmeno se interpretare tutto quel resistere come un atto d’amore e di sacrificio per me, un tentativo di non consumare troppa acqua per lasciare più speranze a me o se, invece, semplicemente non avesse la forza, il fiato e la presenza d’animo per chiederne più spesso. 

Le ho chiuso gli occhi e ho coperto il cadavere con un telo. Avrei voluto seppellirla ma il terreno gelido e duro e l’assenza di una pala o di qualsiasi cosa che ci assomigliasse me l’ha impedito. Ci ho provato, a scavare a mani nude, ci ho provato fino a farmi sanguinare i polpastrelli. Non ci sono riuscito, ho pianto come non facevo da molto tempo, come probabilmente non avevo mai fatto, cercando invano di sfogare la frustrazione e il senso d’impotenza che cercavano di insinuarmisi dentro e di uccidere anche me. 

É stato più o meno a quel punto che l’istinto di sopravvivenza mi ha indotto a ricordarmi della voce: l’avevo sentita provenire dall’unica radio che ci era rimasta, distorta all’inizio, intervallata da sprazzi di rumore bianco, tanto che pensai si trattasse di un’allucinazione uditiva, la versione sonora di un miraggio nel deserto o qualcosa del genere. Progressivamente, però, divenne sempre più chiara: era il lamento di una bambinetta e ogni tanto, in mezzo al pianto, pronunciava qualche parola stentata in una lingua che non capivo. Mi ripromisi di indagare, di capire se ci fosse davvero una qualche speranza di trovare altri gruppi di sopravvissuti prima di dirlo agli altri. Non riuscii a indagare e finii per dimenticarmene anche io. 

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Nel momento in cui il ricordo è riemerso, però, mi ci sono aggrappato, come se fosse uno scoglio stabile in mezzo ad un oceano in tempesta, interpretandolo come una specie di presagio e convertendomi senza nemmeno rendermene conto ad un pensiero magico a cui non avevo mai ceduto prima.

Dei due anni impiegati per cercare la bambina della radio ricordo poco: lunghe traversate in lande ghiacciate, settimane di fame e allucinazioni, ghiaccio sciolto da bere, paura, momenti in cui ho pensato di essere morto e che a camminare fosse il mio fantasma, animali mutati mangiati nella speranza di non mutare anche io, cadaveri congelati mangiati nella speranza di non essere colpito da qualche maledizione. 

Quando ho trovato Hana stava scuoiando un cadavere appena scongelato e non ho mai capito se lo stesse facendo per mangiarlo, per usare la pelle come vestito o per un rituale di qualche tipo. Mi sono avvicinato come ci si avvicina a un animale selvatico che potrebbe scappare da un momento all’altro o azzannarti e in effetti lo scatto di lei, che impugnava ancora un coltellino piccolo ma affilato, ha dato ragione al mio istinto. Mentre cercavo di farle capire a gesti che ero innocuo e che non avevo nessuna intenzione di farle del male la guardavo. Non era una bambina e non ho mai capito se fosse semplicemente la bambina della radio cresciuta o se invece si trattasse di un’altra persona. A un certo punto ho smesso di chiedermelo. C’era qualcosa di bello e selvatico sotto il viso rovinato dal freddo, sotto i capelli sporchissimi e sotto i vestiti pesanti che le nascondevano le forme, o forse mi imponevo di credere che fosse bella solo perchè eravamo gli ultimi esseri umani e contemporaneamente i primi di una possibile alba di una nuova colonizzazione del pianeta da parte della mia specie. E se fosse andata sempre così, penso a volte, mentre guardo mio figlio, il primo bambino del mondo nuovo, e dormo accanto ad Hana? Se derivassimo da un ciclo infinito di estinzioni di massa e rinascite da due persone sole e disperate?

Conoscere l’inconoscibile. (Writing Challenge #1)

(“Conoscere l’inconoscibile” è il primo racconto della Writing Challenge che trovate QUI.  Il risultato finale non mi convince e soprattutto sul’ultima parte l’ho buttata più in vacca della fine di Lost, però mi sono divertita abbastanza a scriverlo e quindi sono contenta)

Per andare all’università da casa sua Penelope faceva tutte le mattine alla stessa ora la stessa stradina stretta e quasi deserta, costeggiata da palazzi di tre piani, quattro al massimo, che torreggiavano su di lei facendo sembrare la strada ancora più stretta di quanto non fosse. Quando non era in ritardo si soffermava ad osservarli: erano così disordinati e disarmonici nel complesso che le veniva da immaginare che qualcuno li avesse buttati ai lati della strada alla rinfusa piuttosto che costruirli secondo la rigida geometria che regolava tutto il resto della città. Anche la bizzarria, tuttavia, quando è ripetuta per un intervallo di tempo considerevole, finisce per diventare routine, a metà strada tra il noioso e il rassicurante (e Penelope in effetti li trovava noiosi o rassicuranti più o meno a giorni alterni, in base al suo umore). Era arrabbiata, la mattina in cui cambiò tutto, anche se non ricorda nemmeno perchè – probabilmente un alterco di poco conto con la ragazza con cui divideva la casa e l’affitto – e di conseguenza i soliti palazzi strambi assiepati ai lati della solita stradina semideserta come se ce li avesse messi un bambino intento nella costruzione di una città fatta di Lego piuttosto che architetti, geometri e muratori veri, le sembravano noiosi al limite dell’opprimente, simili alle sbarre di una cella in cui era costretta a marcire non proprio per il resto dei suoi giorni ma comunque per un intervallo di tempo relativamente lungo. 

Una variazione, un cambio di scenario, avrebbe dovuto esaltarla, e invece sulle prime il suo cervello derubricò il dettaglio discordante ai margini del suo campo visivo come un innocuo sfarfallio causato da un gatto di passaggio o forse addirittura da un granello di polvere. Dopo un altro paio di occhiate, però, non potè più ignorare quello che ormai era un fatto: c’era un’insegna nuova, c’era una porta nuova e c’era la vetrina di un negozio che sembrava praticamente spuntato fuori dal nulla. Anzi, no. Non un negozio: quando si fece coraggio e si decise ad alzare gli occhi, si accorse che ad essere spuntato dal nulla era un intero palazzo.

La faccenda era già abbastanza assurda – insomma, l’idea sul bambinetto che gioca con le costruzioni era solo un’idea, una metafora del cazzo per rendere più poetica una roba per niente poetica come l’abusivismo edilizio, e nel mondo reale i palazzi, anche nelle strade in cui sono costruiti un po’ a caso, non vengono costruiti in una notte, tra l’altro in  un punto in cui non ci sarebbe nemmeno spazio per costruirli – ma la cosa ancora più assurda era che quel palazzo e quel negozio non sembravano affatto nuovi.

L’insegna di legno era scura ed ammuffita, come se fosse sopravvissuta a stento prima ad un incendio e poi ad un’inondazione. Un tempo dovevano esserci anche delle lettere dorate stampate sopra, ma adesso ne restavano solo delle tracce: una T, tre quarti di una U. La vetrina, invece, era piena di polvere e ragnatele e in esposizione c’erano solo una bolla di vetro di quelle in cui si mettono i pesci rossi, vuota e scheggiata in più punti del bordo e un libro con la copertina che un tempo doveva essere stata rossa e adesso invece era di un colore a metà strada tra il rosa antico e il marrone e un sacco di pagine strappate. A voler essere precisi non si può nemmeno affermare con assoluta certezza che quelle due cose fossero effettivamente in esposizione: erano buttate ancora più alla rinfusa dei palazzi all’esterno sulla tavola di legno marcio e scuro, evidentemente sopravvissuto allo stesso incendio e alla stessa inondazione del legno dell’insegna, poggiata dietro al vetro che fungeva da pseudovetrina e divideva l’esterno del negozio dall’interno. 

Del resto del palazzo, poi, non c’è troppo da dire: era fatiscente e disabitato, i balconcini restavano attaccati al resto della struttura per miracolo, le finestre erano tutte chiuse e non c’era niente – nè vestiti appesi, nè fiori, nè tendine – che facesse pensare a tracce di presenza umana recente.

Un posto così avrebbe dovuto tenere alla larga chiunque, eppure Penelope, sebbene il suo cervello continuasse ad alternare tentativi di razionalizzazione e tentativi di negazione, se ne sentiva inspiegabilmente attratta. 

«C’è nessuno?» disse a voce più alta dei suoi standard, cercando di coprire il cigolio sinistro della porta d’ingresso, di sovrastarlo per riuscire ad ignorarlo, mentre infilava nello spiraglio, nel piccolo varco aperto tra l’interno e l’esterno, prima solo la testa e poi tutto il resto del corpo. 

Era buio e dall’esterno non sembrava arrivare nessuna luce, nonostante fossero appena le nove di un mattino non eccessivamente fosco. La cosa più fastidiosa, tuttavia, era la puzza di muffa e cose rancide che sembrava quasi trasformare l’aria stessa in qualcosa di viscoso e appiccicaticcio, contravvenendo alle leggi della fisica sugli stati della materia. Era immobile, intenta a cercare di capire precisamente di che odore si trattasse – aveva un naso così sensibile da sfidare spesso i suoi amici a riconoscere la marca di sigarette che fumavano dall’odore che impregnava i loro vestiti e vincere più della metà delle volte – quando il rumore della porta che le si era richiusa alle spalle senza preavviso e senza alcuna traccia del cigolio di quando era entrata, la strappò violentemente dalle sue elucubrazioni e la fece sussultare. 

«Stavo dormendo». Era una voce profonda, roca, forse appartenente ad un uomo di mezza età, vagamente burbera – comprensibile, considerando la seccatura del risveglio improvviso. Il buio, tuttavia, rendeva impossibile distinguere sia i dettagli dell’arredamento del negozio che la faccia o il corpo dell’uomo, tanto che Penelope si ritrovò addirittura a pensare per un attimo all’assurda possibilità che non ci fosse niente da vedere e che la voce maschile fosse l’unica caratteristica percepibile di un’entità incorporea. La luce bassa ed arancione che rischiarò l’ambiente meno di un minuto dopo, tuttavia, mise fine a quei pensieri, sebbene, considerando lo squallore di quello che vide, si ritrovò quasi a rimpiangerli: il pavimento, le assi delle pareti e quelle del soffitto avevano lo stesso aspetto a metà tra l’annerito e l’ammuffito dell’insegna e del ripiano della vetrina, il bancone invece era rivestito di un telo rosso che sembrava fatto del tessuto che si usa per i tavoli da poker, pieno di chiazze e bruciature di sigaretta. Sopra c’erano libri vecchi di almeno una ventina d’anni buttati alla rinfusa e cianfrusaglie bizzarre che presumibilmente avevano lo stesso valore dei regali che si trovano nelle confezioni di patatine o nelle uova di cioccolato. L’uomo era sbucato da una porta di un legno ancora più nero di quello del resto dell’arredamento e se l’era richiusa subito alle spalle, impedendo a Penelope di intravedere anche solo un piccolo scorcio della stanza sul retro. Era piuttosto alto e molto magro, aveva almeno sessant’anni, forse settanta, la barba folta e grigia e i capelli di media lunghezza, acconciati in boccoli stretti che lo facevano sembrare simile alla caricatura di un rabbino. Le guance erano incavate, gli occhi neri, luminosi, intelligenti e magnetici, le mani piene di anelli d’argento abbastanza vistosi e i vestiti ricercati, da cosplayer del protagonista di un romanzo steampunk. Decidere se sembrasse più affascinante o più inquietante era impossibile e anzi, probabilmente era proprio la sottile inquietudine che incuteva nel prossimo a renderlo ancora più affascinante e magnetico. Il suo modo di muoversi ricordava ora quello di un grosso puma durante una battuta di caccia, ora quello di un gatto domestico grasso e viziato che passa il tempo a lisciarsi il pelo e a tratti tutte e due le cose insieme. Per quanto tempo rimase a fissare Penelope, a studiarla quasi come se la vivisezionasse con lo sguardo? A lei sembrarono minuti interminabili, forse furono ore, forse invece solo pochi decimi di secondo. 

In ogni caso parlò di nuovo dopo un bel po’ di tempo.

«Vuoi comprare qualcosa, ragazzina.»

«Non sono una ragazzina e – Perchè non suona come una domanda?»

«Perchè in effetti non lo è. Se sei entrata vuol dire che vuoi comprare qualcosa»

«Che teoria del cazzo. Stesso manuale del perfetto venditore dei commessi di LUSH?» borbottò Penelope tra sè, strappando all’uomo, che nonostante tutto doveva averla sentita, un’occhiata che oscillava tra il perplesso e il sottilmente divertito. «E comunque» continuò lei a voce più alta, cercando di ostentare noncuranza e sicurezza di sè «non ho capito che cosa vende. Non sembra nemmeno un negozio»

«Vendo un sacco di cose. Sintetizzando potremmo dire che vendo la conoscenza dell’ignoto»

Penelope non sapeva se ridere o sentirsi presa in giro ed arrabbiarsi, ma qualcosa nel tono dell’uomo, nonostante il risolino sottile che continuava ad increspargli in modo appena percettibile le labbra sotto alla barba, la indusse a trattenersi: era serio, molto serio. 

«É una metafora banale per dire che vende dei libri e che studiando e leggendo si può “conoscere l’ignoto”?» finì per dire, soffermandosi con la voce sulle ultime parole e mimando le virgolette con due dita della mano sinistra, affusolate, con le unghie mangiucchiate e lo smalto nero sbeccato. Ostentare sicurezza le veniva un po’ meno bene rispetto a prima e la smorfia stranita che l’insieme delle rughe sulla fronte e della piega delle labbra disegnavano sulla sua faccia la tradiva.

«Diciamo che offro un programma di apprendimento molto più rapido. Puoi decidere a tuo piacimento se quella che vendo sia scienza, pedagogia, magia, filosofia, una maledizione, un dono. Facciamo il pacchetto completo? Facciamo il pacchetto completo, mi sembri il tipo giusto» disse l’uomo, gesticolando come farebbe un sarto per prendere le misure con un metro invisibile. 

Lei per un po’ non rispose, limitandosi a fissarlo con aria basita, attonita. Alla fine decise di limitarsi ad un’alzata di spalle prima di girare i tacchi e uscire in fretta da lì senza nemmeno salutare quell’uomo che il suo cervello iperrealista aveva catalogato senza appello come un fuori di testa che probabilmente avrebbe avuto bisogno di cure, psicofarmaci o qualcosa del genere. Percorse il resto della strada quasi correndo, senza girarsi per accertarsi che il negozio da cui era appena uscita fosse ancora lì o che l’uomo non l’avesse seguita e quando si lasciò alle spalle la strada stessa per sbucare nel viale luminoso e trafficato lungo il quale si trovava la sede principale della sua facoltà – Filosofia – aveva archiviato quasi completamente quella strana esperienza. Peccato che meno di qualche secondo dopo, nel momento esatto in cui un altro essere umano – un ragazzo che trovava da sempre piuttosto carino e al quale però non aveva mai avuto il coraggio di parlare sul serio, per la precisione – entrò nel suo campo visivo, si rese conto che qualsiasi cosa fosse successa nel negozio era molto di più di una strana esperienza come tante, una di quelle da raccontare per rendersi interessante alle feste e poi dimenticare dopo un po’: accanto alla testa del ragazzo era comparso un pannello bidimensionale sospeso nel vuoto, simile alla finestra di una chat proiettata a mezz’aria come un ologramma non prodotto da nessun congegno visibile. Il pannello, azzurrino e luminoso, era completamente ricoperto di scritte e numeri: alcune erano fisse, altre cambiavano rapidamente, si aggiornavano come se qualcuno di invisibile stesse scrivendoci su qualcosa. Penelope, che era miope e non portava nè occhiali, nè lenti a contatto, perchè rimandava continuamente la visita dall’oculista, dovette stringere gli occhi per riuscire a capire che cosa diamine fossero quelle scritte e quei numeri. “Quella ragazza mi sta fissando. Non è la prima volta che mi fissa. E’ goffa e stramba. Mi mette ansia…Mi sta ancora fissando, stavolta è proprio –” diceva il testo che continuava a scorrere, uno stream of consciousness in diretta. Penelope arretrò di mezzo passo e agitò la testa come se tentasse di svegliarsi a forza da un sogno vivido e molesto, poi però la curiosità la spinse ad avvicinarsi di nuovo di mezzo passo al ragazzo al quale a questo punto stava di fatto bloccando il passaggio dall’altra parte del marciapiede, per leggere le scritte fisse e i numeri. “Emanuele Sannazzaro. (15/07/1991; 21/01/2004)…” e poi continuava, come se fosse la pagina su Wikipedia di un qualsiasi personaggio storico. Penelope stava per aprire bocca e dire qualcosa, non sapeva bene nemmeno lei cosa, quando sul pannello olografico comparve una specie di pop-up sovrapposto alle scritte. Diceva: “L’account full-knowledge non può essere condiviso con altri. Ogni violazione comporterà la terminazione immediata sia del trasgressore che della persona con cui è stato condiviso l’account stesso o informazioni derivate da esso”. Non aveva capito bene cosa ci fosse scritto davvero, ma quel “terminazione immediata” in grassetto, unito all’improvvisa consapevolezza che qualunque cosa avesse detto avrebbe indotto chiunque a catalogarla come pazza, la indusse a tacere e spostarsi di lato, lasciando passare il ragazzo che, infastidito, le blaterava contro qualcosa che non si era nemmeno data la pena di sentire. Si guardò intorno con aria smarrita, senza riuscire a processare esattamente nè cosa fosse successo, nè come si sentisse a riguardo. Fu sopraffatta dalla realizzazione che il pannello olografico del ragazzo – Emanuele Sannazzaro – non era l’unico: ce n’era uno accanto ad ogni persona che entrava nel suo campo visivo, conosciuti e sconosciuti, ed erano fatti tutti allo stesso modo, con lo stream of consciousness dei pensieri in diretta e la biografia passata, presente e futura, morte inclusa e pop-up con termini, condizioni d’uso e minacce di terminazione che compariva ogni volta che provava anche solo a commentare ad alta voce da sola quello che leggeva. 

Quando si guardò alle spalle, cercando con lo sguardo l’imbocco della stradina dei palazzi assiepati e del negozio strano, la stradina che conosceva a memoria – negozio a parte, fu assalita dall’ennesima consapevolezza terrificante: c’era solo un vicolo cieco con palazzi grigi, uguali a tutti gli altri e un cassonetto troppo pieno di immondizia, nessun negozio, nessun palazzo strambo, nessuno sbocco dall’altro lato. A quel punto, abbandonato anche l’ultimo barlume di autocontrollo, la disperazione cieca ebbe la meglio, inducendola ad iniziare prima ad urlare cose come «Riprenditelo. Riprenditelo il tuo pacchetto di merda, non l’ho nemmeno pagato, non te l’ho chiesto!» sotto lo sguardo indignato e/o impietosito dei passanti, e poi a picchiettarsi la fronte e gli occhi, che teneva chiusi, serrati, cercando sia di non guardare i pannelli olografici che di trattenere (invano) le lacrime.

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Dopo un tempo che sembrò interminabile come il tempo che aveva impiegato l’uomo del negozio per studiarla, si rese conto di avere qualcosa tra le mani, un filo che terminava con un pezzo di metallo circolare. Anche l’odore era cambiato rispetto a quello della strada di prima, e dopo qualche secondo si rese conto che non si sentivano più i rumori del traffico o il chiacchiericcio dei passanti ma solo un ronzio basso interrotto solo di tanto in tanto da bip ritmici. Aprì gli occhi, ancora arrossati da tutte le lacrime che aveva versato, e si rese conto che quello che aveva tra le mani era il filo di un elettrodo e che lo aveva appena strappato dalla sua fronte inavvertitamente. Aveva altri elettrodi su tutto il corpo, era distesa su un lettino da ospedale, era seminuda a parte uno di quei vestitini di carta velina da sala operatoria, e intorno a lei non c’erano palazzi e persone ma macchinari della cui funzione non aveva la minima idea. Un vetro la separava da un’altra stanza, e nell’altra stanza c’era un uomo girato di spalle, intento a scrivere qualcosa al computer. Quando si alzò in piedi, sbuffando, lo riconobbe: era l’uomo del negozio, anche se al posto dei vestiti da cosplayer steampunk indossava un camice da medico. Aprì la porta scorrevole che separava la sua stanza da quella in cui si trovava Penelope e la guardò scuotendo la testa con un’aria a metà strada tra il deluso e il distrutto. 

«Ho impiegato tutta la vita per questa ricerca e non è servito a niente. Tu eri l’ultima tester e l’hai trovato addirittura terrificante, anche se avevi dichiarato che – cito testualmente – “É l’incertezza, il non sapere quello a cui andrai incontro o a cui andrà incontro l’intero genere umano, a farti paura”. Ti ho dato la possibilità di sapere tutto, letteralmente tutto, e non ti ha rassicurata, ti ha terrorizzata ancora di più di quanto ti terrorizzasse prima l’incertezza stessa. Gli altri, quelli che sono venuti prima di te, pensavano che conoscere tutto gli avrebbe dato potere e poi hanno finito per trovarlo noioso e deprimente e…»

Di questo monologo drammatico da scienziato costretto a confrontarsi col fallimento, Penelope sentì meno della metà, intenta com’era a cercare di realizzare dove si trovasse, a ricordarsi perchè o semplicemente a ritrovare la facoltà di muovere il suo corpo intorpidito. A quel punto, tuttavia anche l’incertezza su dove si trovasse, in quale secolo, in quale luogo e perchè le sembrava quasi paradossalmente rassicurante. 

 

Scrivere (riflessioni sparse e una writing challenge)

Ultimamente faccio un sacco di fatica con la scrittura. Avevo un sacco di post in programma, avevo deciso gli argomenti e la scaletta dei contenuti ma ogni volta che provavo a mettermi al pc per scrivere ero assalita da un senso di frustrazione e ansia e mi ritrovavo a fissare lo schermo sperando in un’illuminazione che non arrivava mai o – più spesso – ad arrendermi e mettermi a cazzeggiare dopo cinque secondi. Ho sofferto molto, ho riflettuto, ho combattuto interminabili battaglie di overthinking nella e con la mia testa, ho pensato spesso di mollare e non scrivere mai più niente che dovesse o potesse essere letto da altri. Poi, dopo un po’, ho capito che il problema erano le aspettative, mie ed altrui, e l’immagine di me stessa che, anche per via della permanenza lunghissima in un certo tipo di filter bubble, si era venuta a creare e mi ero creata.

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Negli ultimi dieci anni ho scritto o avuto la pretesa di scrivere theory più o meno densa e complessa e un po’ di autofiction che però era comunque condita da riflessioni teoriche ipercritiche da overthinker compulsiva quale purtroppo ancora sono. Bello, ma non è (più, o forse non è mai stata) la mia cup of tea, sia perchè ci sono altr_ che lo fanno e lo sanno fare molto meglio di me che, soprattutto, perchè voglio tornare a quando scrivere mi faceva stare bene e la theory non mi fa stare bene e al di là dell’appagamento momentaneo nel momento della pubblicazione del pezzo mi ha portata solo ad una spirale di autocommiserazione, overthinking e aspettative troppo alte e per questo continuamente disattese. Come se non bastasse, il networking non vale tutto l’investimento emotivo e di tempo che costa starci dietro e dal punto di vista economico non solo non ho visto un centesimo, nonostante le collaborazioni con webzine anche mediamente note, ma spesso ci ho pure rimesso.

Per tutti questi motivi ho deciso di portare a termine gli impegni che ho già preso (di cui saprete a tempo debito) e poi, almeno per un po’ di tempo, provare a scrivere altro. Ho autoprodotto (con l’aiuto di un post trovato su Pinterest che non taggo perchè non riesco a ritrovarlo) una lista di temi per dei raccontini a cui mi dedicherò nei mesi a venire come se fosse una specie di writing challenge (e se le writing challenge vi sembrano una cosa scema pensate al fatto che anche “Frankenstein” di Mary Shelley è nato da una writing challenge!). Di seguito c’è la lista, è assolutamente open source e se vi piace l’idea potete partecipare anche voi alla challenge, modificarla, farla a metà o inventarne di nuove, nella speranza che aiuti anche altr_ a ritrovare l’ispirazione e magari anche ad ingannare un po’ il tempo in questo strana e confusissima piccola apocalisse in slow-motion in cui ci troviamo a vivere nelle ultime settimane.

La lista: 

  1. Lo sconosciuto (come concetto)
  2. Creare un mito sull’origine della vita
  3. Uno strano processo
  4. Un sogno che hai fatto
  5. Il te stesso ideale
  6. Un incontro tra due divinità
  7. Crea la tua creatura sovrannaturale
  8. Inventa una storia su una superstizione
  9. Descrivi un nuovo pianeta
  10. Un’epifania
  11. Una canzone legata a un ricordo
  12. Un testo che pubblicizzi una cosa brutta
  13. Qualcuno perde qualcosa di importante
  14. Scrivi una lettera ad un tuo personaggio
  15. Scrivi a te stesso una lettera inviata da un tuo personaggio
  16. Descrivi una festa
  17. Inventa una storia partendo da un meme a tua scelta
  18. Scrivi di una volta che hai avuto torto
  19. Racconta un innamoramento
  20. Inventa un personaggio famoso. Come lo è diventato?
  21. Racconta una rivolta
  22. Cosa significa per te “destino”?
  23. Inventa una città con elementi fantasy. Descrivila.
  24. Come sarà il posto in cui vivi in un ipotetico futuro? Descrivilo.
  25. Crea una razza aliena
  26. Descrivi un’invenzione fantastica (oggetto magico o artefatto sci-fi)
  27. Parla di una società segreta (reale o inventata)
  28. Uno spettacolo teatrale finito male
  29. Rivisita una leggenda metropolitana
  30. Un personaggio storico a tua scelta si ritrova nel presente
  31. Un’apocalisse
  32. La fine di una storia d’amore
  33. Una famiglia in quarantena
  34. Un fantasma. Come è morto e perchè è un fantasma?
  35. Una maledizione.

Note e regole: 

Io non mi dò particolari regole, non fatelo nemmeno voi se decidete di provare la challenge: deve essere una cosa che vi (ci) faccia ritrovare il piacere per la scrittura, non uno stress. Lunghezza a scelta, libertà di dare alle storie e agli argomenti il taglio che si preferisce, libertà di stravolgere o saltare dei temi. Mi farebbe piacere se in qualche modo poi mi fate leggere le vostre storie, se decidete di partecipare, ma se non vi va di condividerle e preferite tenerle per voi lo capisco più di quanto crediate. Intanto, spero di farvi leggere i miei primi a brevissimo.

My own private Introfada

Ho scoperto “Introfada” di Hamja Ashan circa un anno fa. Si chiamava ancora solo “Shy Radicals” (“Introfada” è il titolo italiano) e nella mia bolla non lo conosceva ancora nessuno o quasi. Non che io, del resto, abbia grandi meriti per la mia scoperta, che è stata del tutto randomica: una notte, come tante altre notti, non riuscivo a dormire e stavo cazzeggiando su Instagram. All’epoca ero in fissa con le fanzine autoprodotte americane e mi sono imbattuta, sempre in modo del tutto randomico, in un account che si chiama @adisorderedmind_zines, che raccoglie foto di fanzine autoprodotte e vendute su etsy sul tema della salute mentale (spoiler: ho in programma di avviare un progetto simile a breve, incrociate le dita per me!). Non ricordo se l’account di riferimento di Shy Radicals fosse tra i related o se fosse semplicemente citato in un qualche post, sta di fatto che ci ho cliccato su, ho lurkato un po’ e dopo pochi secondi senza nemmeno accorgermene ero già a cercare di procurarmi il libro prima e a leggerlo (nonostante all’epoca facessi ancora un sacco di fatica con le letture in inglese) poco dopo.

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All’epoca vivevo a Napoli da sei mesi e le mie speranze stupide e infantili di vedere improvvisamente la mia vita e soprattutto il livello delle mie relazioni e interazioni sociali migliorare grazie al trasferimento dal paesello di duemila abitanti alla Big City si stavano infrangendo contro una realtà molto diversa e molto crudele: quella della mia cazzo di ansia sociale che mi impediva (e mi avrebbe impedito nei mesi successivi, e in parte mi sta impedendo ancora adesso) di costruire legami significativi da un lato e distruggeva quelli che avevo dall’altro. Intanto le mie coinquiline dell’epoca organizzavano cene e pranzi invitando gente un giorno sì e l’altro pure e io combattevo con un misto di disagio che mi rendeva difficile e pesante addirittura attraversare lo spazio della cucina per arrivare in bagno dalla mia camera e senso di colpa derivato dal suddetto disagio.

Quando ho scoperto che “Shy Radicals” sarebbe stato tradotto in italiano col titolo di “Introfada” ero nel bel mezzo della ricerca di una nuova casa e ancora una volta credevo ingenuamente che sarebbe stato facile e bellissimo, che avrei trovato una stanza fica e dei coinquilini simpatici perchè sì. Ovviamente non è andata così: dopo due mesi di viaggi di due ore sotto al sole d’agosto in treni regionali scalcagnati, provini terribili in cui in circa mezz’ora di conversazione degli sconosciuti ti valutano non-si-sa-su-quali-basi per decidere se sei degno o meno di vivere con loro (o in casa loro, qualora a provinarti sia il landlord) e annessa ansia da prestazione, risposte vaghe del tipo “Ti faremo sapere” (spoiler: non ti fanno sapere mai), serate passate a spulciare i gruppi Facebook con gli annunci di affitti e/o a mandare a cagare tizi supercreepy dei gruppi Facebook con gli annunci di affitti ho accettato per disperazione la prima offerta di una stanza che sembrava simile ad una stanza vera a un prezzo più o meno accettabile. Le cose sono precipitate piuttosto rapidamente e sono precipitata anche io, crollando immancabilmente sotto i colpi del sovraccarico da interazioni continue ed eccessive con coinquiline estroverse e incapaci di capire le mie esigenze di introversa da un lato e dell’aumento vertiginoso della mia percentuale (già altina in partenza) di ansia sociale, con annessi attacchi di panico per strada mentre cerco di andare a compleanni a cui non andrò mai e fughe senza salutare nessuno da eventi non ancora iniziati dall’altro.

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Una delle mie (ormai ex) coinquiline estroverse, quando tentai di raccontarle degli attacchi di panico e dell’ansia sociale mi rispose qualcosa come “L’interazione con le persone è un motivo stupido per farsi venire l’ansia” con un overload di saccenza che in realtà, a pensarci a freddo, è una summa perfetta dei socialpensieri normie sul tema. Un’altra delle mie (ormai ex) coinquiline durante lo scazzo finale, quello di quando annunciai di volermene andare, mi disse che avrei dovuto interagire e parlare di più con lei e con le altre, come se non aver voglia (o non essere in grado) di interagire fosse una colpa, come se aver bisogno di tempo per sè perchè i contatti, le conversazioni e anche la semplice condivisione dello spazio del salotto ti tolgono le energie fosse qualcosa da correggere, come se aver scelto di prendere una casa in condivisione solo perchè (come gran parte degli studenti/precari nel tempo dell’ultracapitalismo) sei povera e non perchè “YEEEEE CHE BELLA LA CONDIVISIONE FACCIAMO TUTTO INSIEME AMICHE FOREVER” fosse una roba da stronza aliena (non che essere una stronza aliena mi dispiaccia, comunque, eh).

Insomma, la scoperta in inglese prima e l’uscita in italiano poi di “Introfada” sono accadute proprio (sincronicità junghiana?) nell’anno in cui la dittatura estroversa ha sferrato i suoi colpi contro di me nel modo più devastante di sempre e sapere di non essere sola nella lotta contro la necessità di essere socievole, di sorridere, di essere solare e tutte quelle altre cose false che si scrivono nei curriculum perchè altrimenti non ti prendono nemmeno a lavorare, è stato confortante.

Per capire quanto è stato confortante, perchè ci tenevo a parlare di questo libro qui nel blog e perchè sono contenta che se ne parli un sacco in giro, però, dobbiamo fare più di un passo indietro: dieci anni fa, quando iniziai a preoccuparmi troppo per il mio aspetto fisico, a litigare col mio corpo e a litigare col cibo che mangiavo al punto di rivomitarlo puntualmente, scrissi su uno dei miei vecchi blog ormai abortiti un post contro il francescanesimo e la dimessocrazia dei movimenti degli anni ’00 e nel giro di un paio d’anni (non per merito mio, sia chiaro) le cose sono cambiate e lo spazio dei movimenti – sia quello fisico che quello virtuale – è diventato un florilegio di feste, corpi in movimento, luccicanza e dintorni. Bello, bellissimo. Lo spazio virtuale dei media liberal, intanto, si è riempito di corpi difformi, corpi grassi come quello che sentivo di avere io, corpi bassi, corpi non-bianchi, facce stranette eccetera eccetera. Bello, bellissimo anche quello – totale assenza di critica politica e potenziale di narrazione di lotta a parte, s’intende.

E invece no. E invece bello, bellissimo un cazzo: anche la nuova rotta intrapresa sia dai movimenti che dai media liberal, la celebrazione del cosiddetto empowerment, il beyonceismo e tutto il resto ha mostrato ben presto, almeno per le persone come me – introverse, con ansia sociale e/o difficoltà di varia natura nell’interazione col prossimo – il lato oscuro. Perchè per stare nei movimenti devo per forza aver voglia di ballare di continuo? Perchè non ci si inventa una modalità di interazione che faccia sentire a proprio agio i poveri stronzi che cercano di sforzarsi di parlare per tutta l’assemblea e quando finalmente ce la fanno parlare non ha più senso perchè si è passati all’argomento successivo? Perchè la maggior parte delle narrazioni sulla sex positivity è la celebrazione di un libertinaggio che sì, bello in teoria ma in pratica per noi introversi, ansiosi e insicuri è un incubo? Perchè (e viene proprio da chiederselo leggendo alcuni passaggi di “Shy Radicals” in cui si celebra il valore delle strade silenziose) se non riesci a stare nella festa, se ti piace il silenzio, se non ti piace il libertinaggio, allora devi necessariamente essere un fan del decoro di merda? Perchè esistono le sentinelle in piedi (silenziose) da un lato e l_ compagn_ del famoso striscione (che mi piace pure, beninteso) “La violenza sta in silenzio, l’amore fa rumore” dall’altro? Non può esistere una terza via, una lotta a misura di introversi, un amore silenzioso a misura di insicuri, una rappresentazione mediatica che non sia “o sei bella, o sei sicura di sè e se non sei nessuna delle due cose ti attacchi”? É colpa del capitalismo e del patriarcato se ci sentiamo insicuri e a disagio nell’interazione con gli altri? Probabile, ma fino a quando non ci liberiamo del capitalismo e del patriarcato che facciamo? Stiamo male, ci autofustighiamo condannandoci ad eventi sociali in cui ci sentiamo a disagio e fuori luogo?

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Il libro non risponde a nessuna di queste domande, ma la speranza è che parlarne aiuti quanta più gente possibile a farsele.

Ci sarebbe ancora molto da dire sul tema (per esempio parlare di nerd, incel e otaku e della narrazione che riguarda queste tre categorie), e forse lo farò più avanti. Intanto, lascio un paio di suggerimenti di lettura per allargare il dibattito e dare altri punti di vista: “Potere ai timidi” (Not) e “Guida all’Introfada” (il Tascabile).

«Ten years ago I went blind» aka I LISTONI DEL DECENNIO

Disclaimer vari: (1) si tratta di liste, non di classifiche. L’ordine è assolutamente casuale e non implica che una cosa scritta prima mi sia piaciuta più di una scritta dopo e viceversa. Le classifiche non le so fare, le lascio alle persone meno indecise di me sulla vita, l’universo, i gusti e tutto quanto. (2) nessuna pretesa di universalizzazione qui. Si tratta delle cose che, per un motivo o per l’altro, sono state più significative per me in questo decennio. Se mi scrivete anche le vostre liste mi fa un sacco piacere così magari scopro cose nuove, se invece mi dite “Avrei messo questa cosa piuttosto che quest’altra” o “COME HAI OSATO METTERE IL FILM/LIBRO/DISCO TALDEITALI PIUTTOSTO CHE QUEST’ALTRO” faccio spallucce. (3) in questo post ci sono solo le liste, poi arriveranno delle recensioni fatte a modo mio, probabilmente per gruppi tematici.

Film

  • Frances Ha, Noah Baumbach
  • Paterson – Jim Jarmush
  • Me and Earl and the Dying girl – Alfonso Gómez-Rejón
  • Inside Llewyn Davis– Joel e Ethan Coen
  • Melancholia – Lars Von Trier
  • The Vvitch – Robert Eggers
  • A ghost story – David Lowery
  • Mad Max: Fury Road – George Miller
  • Ladybird – Greta Gerwig
  • Marriage Story – Noah Baumbach
  • La nuova trilogia di Star Wars – Vari
  • The Lobster – Yorgos Lanthimos
  • The Killing of the Sacred Deer – Yorgos Lanthimos
  • Her – Spike Jonze
  • Ex Machina – Alex Garland
  • Coco – Lee Unkrich e Adrian Molina
  • Moonrise Kingdom – Wes Anderson
  • Clouds of Sils Maria – Oliver Assayas
  • Blue Valentine – Derek Cianfrance
  • Hagazussa – Lukas Feigelfeld
  • Inside Out – Pete Docter

Libri

  • La straniera – Claudia Durastanti
  • Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti
  • Il cardellino – Donna Tartt
  • Ghosts of my life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures – Mark Fisher
  • Borne – Jeff VanderMeer
  • Limonov – Emmanuel Carrere
  • L’inconfondibile tristezza della torta al limone – Aimee Bender
  • Dieci dicembre – George Saunders
  • 1Q84 – Murakami Haruki
  • Tutto il nostro sangue – Sarah Taylor
  • Ballardismo Applicato – Simon Sellars

Serie tv

  • Mad Men – Matthew Weiner
  • Stranger Things – Matt e Ross Duffer
  • Black Mirror I/II – Charlie Brooker
  • Utopia – Dennis Kelly
  • Sense8 – Lana e Lilly Wachowski
  • Les Revenants – Fabrice Gobert
  • Fleabag – Phoebe Waller-Bridge
  • True Detective I – Nic Pizzolatto
  • Mozart in the jungle – Roman Coppola, Jason Schwartzmann, Alez Timbers, Paul Weitz
  • Master of None – Aziz Ansari
  • Bojack Horseman – Raphael Bob-Waksberg
  • Adventure Time – Pendleton Ward
  • Twin Peaks – David Lynch
  • You’re the worst – Stephen Falk
  • Parks and Recreation – Greg Daniels e Michael Schur
  • Homeland I/II – Howard Gordon e Alex Gansa
  • Mr Robot – Sam Esmail
  • Dark – Baran bo Odar e Jantje Friese
  • The chilling adventures of Sabrina – Roberto Aguirre-Sacasa
  • Game of Thrones – quei due tizi lì
  • Girls – Lena Dunham
  • Euphoria – Sam Levinson
  • The haunting of hill house – Mike Flanagan
  • Shameless USA I/II/III – Paul Abbott
  • I love Dick – Sarah Gubbins e Jill Soloway
  • The end of the F***ing world – Jonathan Entwistle
  • Steven Universe – Rebecca Sugar

Dischi

  • Cattive Abitudini – Massimo Volume
  • Il nuotatore – Massimo Volume
  • Trouble will find me – The National
  • Sleep well beast – The National
  • High Violet – The National
  • Push the sky away – Nick Cave and the Bad Seeds
  • Scialla semper – Massimo Pericolo
  • Come over when you’re sober I/II – Lil Peep
  • Hellboy – Lil Peep
  • Suffer On – Wicca Phase Spring Eternal
  • If you leave – Daughter
  • Inside the rose – These New Puritans
  • Field of Reeds – These New Puritans
  • Carrie and Lowell – Sufjan Stevens
  • Blackstar – David Bowie
  • Norman Fucking Rockwell – Lana del Rey
  • Aventine – Agnes Obel
  • Ghosteen – Nick Cave and the Bad Seeds
  • Grimes – Visions
  • 6 Feet Beneath the Moon – King Krule
  • Ruins – Grouper
  • Halcyon Digest – Deerhunter
  • Glamour – I cani
  • FKA Twigs – LP1
  • ANTI – Rihanna
  • Still Smiling – Blixa Bargeld + Teho Teardo
  • Are We There – Sharon Van Etten
  • Beyondless – Iceage
  • Apocalypse, girl – Jenny Hval
  • No Shape – Perfume Genius

Nelle prossime settimane arrivano recensioni a gruppi/per temi di queste cose qui (non tutte, impiegherei un altro decennio e poi nel post del 2029 non saprei che cosa scrivere) e altre due liste (che però forse non scriverò sottoforma di liste vere e proprie): momenti memorabili e cose dell’internet.

 

Manifesto intimo del culto di Sailor Saturn

I: Dark Kingdom

Quello tra me e Hotaru Tomoe non è stato un amore a prima vista.
Quando ho visto Sailor Moon S, che è la stagione di Sailor Moon in cui compare per la prima volta, ero in quarta elementare, non so come avevo fatto a convincere i miei genitori a comprarmi un bellissimo vestito da Sailor Moon con tanto di parrucca e nella banda di Sailor Moon – una specie di versione infantile dei LARP che era il gioco must di tutte le ricreazioni – ero Sailor Moon. Non Usagi Tsukino, proprio Sailor Moon: non era identificazione con la persona goffa che ha un rapporto complicato col cibo e col concetto di diventare una persona adulta e responsabile che è Usagi quando è sè stessa, era voglia – al limite della pretesa prevaricatoria – di fare il capo.
Fino a metà delle medie, infatti, ero la nemesi della me stessa che sarei diventata dopo e che a grandi linee sono tuttora: volitiva, carismatica, capace di impormi, di essere amata e rispettata come una Blair Waldorf in grembiulino blu, in anticipo di un lustro e senza insicurezze. Alla bambina detestabile che ero, Hotaru Tomoe sembrava un personaggio come un altro nella migliore delle ipotesi, una sfigata pallosa nella peggiore, tipo la tizia – tale Elisa – che in quinta elementare, col passaggio dalle bande di minilarper alle bande di minicriminali, era il bersaglio preferito di tutte le nostre prepotenze, giudicata colpevole senza possibilità di appello di venire dalla campagna e di essere povera e che, a differenza di Hotaru Tomoe, non riusciva nemmeno a diventare fica trasformandosi in Sailor Saturn (e comunque non fica come Sailor Moon, che era e restava il capo).

La punizione karmica per le nefandezze dei primi dieci anni della mia vita (che probabilmente sto scontando ancora oggi, che di anni ne sono passati venti) arrivò sottoforma di catastrofe ormonale: alle medie la trasformazione dei corpi delle mie amiche fu un glow-up simile a quello delle guerriere Sailor, la mia invece fu una deformazione da body horror alla Cronenberg o da personaggio di un qualche racconto di Junji Ito. La pancia e lo stomaco diventarono più grandi del seno, il collo si allargò, le cosce e i polpacci pure, diventai progressivamente tozza e flaccida. In terza media iniziarono ad appiopparmi nomignoli del cazzo, che non riesco nemmeno a riscrivere. Se questo fosse un film americano con un lieto fine e una morale, finirebbe con me che capisco gli errori della mia infanzia, mi scuso con Elisa e con tutte le altre Elisa marginalizzate da me e dalle mie bande di minicriminali alle elementari e poi, tutte insieme, ci rivoltiamo contro gli aguzzini.

Invece non è un film americano, e nemmeno una favola a lieto fine. Al massimo è una versione venuta male di “La Bella e la Bestia” in cui sono contemporaneamente la Bestia, il principe arrogante trasformato in un mostro dalla maledizione ormonale di una strega invisibile, e Belle, con la Sindrome di Stoccolma nei confronti degli aguzzini: ero terrorizzata dall’idea che se mi fossi ribellata sarei rimasta da sola, quindi fingevo compiacenza, mi mettevo addosso una maschera di autoironia e ogni volta che mi davano quel nome o un qualsiasi nome affine, cioè praticamente sempre, piuttosto che ribellarmi ridevo, come se trovassi davvero davvero divertentissime le loro battute, sebbene ne fossi l’oggetto, manco avessi dentro al cervello uno di quei tizi che sotto ad un joke sessista, razzista, omofobo, transfobico o abilista non riesce a fare a meno di commentare “EFATTELAUNARISATADAICHEPALLECHESEI”.

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Mentre in pubblico ridevo, in privato compensavo maldestramente l’incapacità di chiedere scusa ad Elisa e a tutte le Elisa del paesello e del mondo chiedendo scusa ad Hotaru Tomoe ed imparando ad amarla.

II: Black Moon

Come gran parte delle mie coetanee per circa vent’anni o giù di lì pensare a Sailor Moon per me equivaleva a pensare all’anime, quello con i tagli, le censure e i nomi tradotti alla cazzo che davano su Italia 1 nel primo pomeriggio, durante Bim Bum Bam. Sapevo – durante l’adolescenza – dell’esistenza del manga, ovviamente, ma non lo avevo mai letto e non riuscivo a pensare a nient’altro che non fosse l’anime.

Nella versione italiana dell’anime Hotaru Tomoe si chiama Ottavia e compare per la prima volta nel ventiduesimo episodio della terza stagione, Sailor Moon S (il 111 nel conteggio complessivo che parte dalla prima puntata della prima stagione). La scena immediatamente precedente alla comparsa di Hotaru è ambientata altrove e apparentemente non ha alcun nesso con lei: Usagi, trasformandosi per la prima volta in Super Sailor Moon grazie al Calice Lunare (una versione sailormoonesca del Sacro Graal che nell’anime italiano hanno tradotto letteralmente come Sacro Graal) generato dai talismani posseduti dalle tre guerriere del sistema solare esterno, Sailor Pluto, Sailor Neptune e Sailor Uranus, è riuscita a sconfiggere Eudial, una delle 5 Witches al servizio dei tanto famigerati quanto misteriosi Death Busters. La trasformazione, tuttavia, l’ha lasciata completamente priva di energie e semi-svenuta e questo induce le tre guerriere del sistema solare esterno a dichiarare che Sailor Moon non è la presunta salvatrice che stanno cercando, colei che impedirà l’imminente distruzione del mondo ad opera di non-si-sa-ancora-chi.
Stacco, la scena si sposta altrove, in una camera da letto piuttosto grande. La luce è soffusa, fredda, grigio-bluastra, quasi asettica. Al centro della stanza c’è una ragazzina completamente vestita di nero, la vediamo solo di schiena, è rannicchiata su sè stessa e sta apparentemente soffrendo per qualcosa. Altro stacco, vediamo quello che sembra il classico scienziato pazzo standard ed iconico nel suo laboratorio, intento ad armeggiare con provette e macchinari e a fare esperimenti con “embrioni di demone”. Lo abbiamo già visto in altre puntate, ma finora ci è sembrato solo un altro membro random dei Death Busters che dà ordini alle 5 Witches. Nemmeno stavolta ci viene detto granchè sulla sua identità, lo vediamo solo interagire con un’altra delle Witches, Mimete, che gli comunica quello che è successo con la Coppa Lunare e propone di impadronirsene e trovare qualcuno che possa sfruttare il potere della coppa a vantaggio dei Death Busters. Ultimo stacco della puntata, viene inquadrata di nuovo la ragazzina sofferente di prima, stavolta di profilo e più da vicino. Fine.

Nella puntata che segue scopriamo che la ragazzina si chiama Ottavia Tomoe (traduzione infamissima) e che è la figlia dello scienziato pazzo clichè e la vediamo fare amicizia con Chibiusa. L’amicizia tra Hotaru e Chibiusa diventa un elemento ancora più interessante se la correliamo al fatto che nella stagione precedente – Sailor Moon R – la crescita di Chibiusa e la sua personalità oscura, Black Lady, sono elementi narrativi fondamentali: anche Hotaru, come scopriremo, nel corso delle puntate che seguono, ha una personalità oscura, dal momento che suo padre l’ha resa ricettacolo dell’embrione della regina demone Mistress 9, e anche Hotaru quando assume la sua forma oscura diventa adulta. Un’amicizia tra outcast, Hotaru la emo fragile e Chibiusa l’insopportabile piagnucolona, che poi, come è prevedibile, nelle fanfiction si trasforma in amore, anticipando, anche nel cromatismo violanero / rosa oltre che nell’attitudine, la coppia Marceline + Bubblegum di Adventure Time (viene quasi da pensare che la cosa sia voluta).

La trasformazione di Hotaru in Sailor Saturn e il legame tra Hotaru, Sailor Saturn e la suddetta regina demone Mistress 9 nell’anime è affrontata e resa in modo piuttosto confuso: sul lato mistico, simbolico e filosofico prevale, in definitiva, quello emotivo.

La me stessa liceale, quella dilaniata dalla conflittualità tra il “farsi una risata” e la sofferenza, quella che cercava di trasformare la sofferenza in espressione artistica perdendosi in un cosmo fatto di My Chemical Romance, Placebo, David Bowie, Joy Division e la bellissima, oscura e ormai dimenticata (non si trova più nemmeno su youtube) scena darkwave molisana, viveva la trasformazione di Hotaru in Sailor Saturn come l’ultima speranza di un glow-up post-adolescenziale e post-emo, una sorta di desiderio di un futuro mitico in cui anche io da ragazzina triste, emarginata e non più in grado di essere la Sailor Moon di niente, avrei potuto ambire a trasformarmi in Sailor Saturn e a diventare – per usare una parola cara ad un certo femminismo e sulla quale personalmente (prima o poi ne scriverò) sono piuttosto critica – empowered.

Non è andata così, e per qualche anno, sentendomi tradita, mi sono dimenticata di Hotaru. Poi ho imparato ad amare la catastrofe.

III: Infinity

«Credevo un tempo che parlare di esseri umani significasse parlare di palazzi che crollano, di ragazze che credono di essere grattacieli destinati a implodere per un attacco terroristico interno. Ma quando penso a certe esistenze, mi vengono in mente solo geopolitiche che non sono state aggiornate, vecchie versioni del Risiko! lasciate a prendere polvere, in cui ci sono state nazioni devastate dal dolore, ma in cui c’erano anche roccaforti inespugnabili, condannate a resistere, convinte che l’assedio sarebbe passato, finchè non sono rimaste solo loro e il corpo circostante non è diventato uno stato di cui erano le uniche dittatrici. É difficile raccontare questi corpi rimasti, la memoria va sempre al paese in tempo di guerra e non a quello in tempo di pace, al Vietnam che non si fa mai California. Un tempo scrivevo a un’amica “Spero che qualsiasi Apocalisse ti ucciderà sia meravigliosa”, ma l’Apocalisse richiede una coerenza che gli esseri umani non hanno: il disastro è per forza di cose incrementale, un’accumulazione quotidiana, per la maggior parte di noi, e prima di vederne gli esiti moriremo. 

(“La straniera“, Claudia Durastanti)

“La Straniera” di Claudia Durastanti è stato uno dei miei libri preferiti del 2019 e questo passaggio in particolare è uno dei miei preferiti. C’è un gruppo su Facebook – un tagging group, come si dice in gergo – che si chiama “I feel personally attacked by this relatable content” e credo che niente esprima meglio di così il sentimento di doloroso riconoscimento che provo ogni volta che lo rileggo: speravo di trasformarmi in Sailor Saturn dopo il liceo, o quantomeno di andarmene da qui, di scappare da me stessa, dai traumi e dal farsi una risata imperativo. Non ci sono riuscita (e forse probabilmente non sarebbe servito a niente comunque) e i miei disastri hanno cominciato ad accumularsi, come gli errori di sistema nei computer dopo anni di utilizzo un po’ sconsiderato. Non so se sia come dice la Durastanti e le Apocalissi interiori siano impossibili a prescindere o se sono io ad essere ed essere stata troppo poco coraggiosa per generarne e viverne una, diventando quantomeno speciale attraverso l’auto-martirio. So solo che ho smesso presto di sperarci, e poi ho anche capito che sarebbe stato individualismo egoista: era tutto il mondo ad aver accumulato disastri, errori di sistema, non solo la mia vita. Era tutto il mondo ad aver bisogno di una catastrofe.

Uno dei miei libri preferiti di sempre è “White Noise” di Don De Lillo, anche se quando è diventato uno dei miei libri preferiti di sempre non sapevo esattamente perchè. Sul significato politico e filosofico del libro sono state fatte centinaia e centinaia di analisi nel corso degli anni, ne ho lette un sacco, ne ho condivisa qualcuna. Non lo rileggo da almeno un paio d’anni, ma quello che mi è rimasto dentro, che mi si è quasi sedimentato nel cervello, è il modo in cui De Lillo descrive l’interazione tra la disfunzionalità della famiglia (e delle persone) protagoniste della prima parte del romanzo e la catastrofe di massa che invece occupa la seconda parte, il modo in cui la catastrofe modula e deforma le vite e le emotività di queste persone, sospende lo spazio-tempo, aggrega emotivamente in un modo che nessun movimento e nessuna religione riesce a raggiungere e contemporaneamente disgrega l’ordinarietà, la routine e il cumulo di responsabilità, schematismi, costrutti e ruoli creati dalla società capitalista borghese. Non ne ero ancora del tutto consapevole ma era esattamente quello che avevo iniziato a desiderare.

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Ieri sera ho scoperto per caso un sito bellissimo che si chiama Dictionary of Obscure Sorrows. La missione del suo creatore John Koenig è quella di “riempire i buchi del linguaggio” inventando definizioni per stati emotivi più o meno complessi che non ne hanno ancora una, o raccogliendo eventuali definizioni già esistenti ma misconosciute. Koenig ha definito il sentimento che provo lachesism (presumibilmente traducibile con lachesismo), dal nome di Lachesi, una delle tre Moire (le altre due erano Cloto ed Atropo, ed erano tutte e tre sorelle, figlie della Notte in alcune versioni e di Mnemosine, la memoria, in altre), precisamente quella che distribuiva la quantità di vita e decideva il destino di ogni essere umano.

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n. the desire to be struck by disaster—to survive a plane crash, to lose everything in a fire, to plunge over a waterfall—which would put a kink in the smooth arc of your life, and forge it into something hardened and flexible and sharp, not just a stiff prefabricated beam that barely covers the gap between one end of your life and the other.

Sì, ok, tutto molto bello, ma che nesso hanno tutti questi stralci del mio rapporto con le catastrofi con il culto di Sailor Saturn e con Hotaru Tomoe? É solo per il clichè un po’ trito ma comunque sempre bello che ricollega più o meno arbitrariamente emo e morte e interpreta la catastrofe semplicemente come una morte in scala più vasta? Non esattamente.

Pretty Guardian Sailor Moon Crystal è una nuova versione dell’anime, più fedele al manga originale, uscita per la prima volta in Giappone nel 2014 e in Italia nel 2015, per celebrare il ventennale della nascita del Moonverse. L’arco narrativo di Sailor Saturn, che qui (e nel manga) si chiama Infinity, è la terza stagione ed è andata in onda nel 2016 in Giappone e nell’estate del 2017 in Italia.

Non ricordo esattamente cosa sia successo nella mia vita nel 2017, ma ricordo distintamente di aver visto Infinity in autunno, a settembre, forse ottobre, e di essere rimasta folgorata come San Paolo sulla via di Damasco dalla nuova (almeno per me, che fino ad allora non avevo mai letto il manga) versione della storia di Sailor Saturn.

In questo caso la storyline di Hotaru (che finalmente ha ripreso possesso del suo nome originale) e quella di suo padre Souichi, sono intrecciate in modo ancora più chiaro e definitivo rispetto al primo anime che tratta la questione solo superficialmente, a una strana ed inquietante scuola privata ed istituto di ricerca avanzato che si chiama Accademia Infinity. Souichi Tomoe, espulso dalla comunità scientifica per esperimenti sui superorganismi al limite della dark sci-fi, è diventato il finanziatore principale dell’Accademia Infinity e le 5 Witches costituiscono praticamente tutto il corpo docente. Anche qui l’avvicinamento tra Hotaru e le Sailor Senshi avviene attraverso Chibiusa e anche qui vediamo lo sviluppo dell’amicizia tra una Chibiusa reduce della sè stessa Black Lady ed Hotaru. Uno degli episodi chiave sia dell’amicizia tra Chibiusa ed Hotaru che del character arc di Hotaru è invece una novità per chi (come me) fino a quel punto conosceva solo il manga: scopriamo, attraverso gli occhi straniti e inquietati di Chibiusa, che Hotaru è una cyborg, un ibrido tra ragazzina umana e macchina.

Più o meno precisamente, la storia è questa: il dottor Tomoe sta studiando i superorganismi, sua figlia Hotaru, che all’epoca ha tre o quattro anni, resta coinvolta in un incidente in laboratorio e lui approfitta della possibilità di salvare sua figlia e creare contemporaneamente l’essere perfetto innestandole componenti meccaniche e rendendola di fatto una cyborg. Mentre la procedura di cyborgizzazione di Hotaru (che essendo una cyborgizzazione non autodeterminata ma imposta dal padre/patriarca/icona della scienza al servizio del capitale non è liberante) è in corso, tuttavia, arrivano dei demoni alieni da una galassia parallela, guidati da Pharaoh 90. La sua assistente Kaori diventa un ricettacolo, assumendo il nome di Kaolinite e fungendo poi da guida e capo per le neo-generate creature umanoidi che diventeranno poi le 5 Witches (in una sorta di parallelismo con Lilith, madre di demoni e signora della stregoneria), Tomoe viene infettato dal mostro Germatoide e Hotaru viene offerta come ricettacolo per la compagna di Pharaoh 90, Mistress 9. Il riferimento, disseminato in tutta la storyline, a un’altra celebre apocalypse maiden, Rei Ayanami di Evangelion, è piuttosto evidente, sebbene non sia chiarissimo chi si sia ispirato a chi, dal momento che parliamo di prodotti più o meno contemporanei.

Nella compresenza tra il corpo cyborg di Hotaru e il demone alieno Mistress 9 che usa quello stesso corpo come veicolo, Sailor Saturn è la grande assente, apparentemente silente: sebbene dalla prima puntata si parli già, attraverso flash onirici e successivi tentativi di decifrarli, di una misteriosa e terribile Dea della Distruzione, veniamo a sapere effettivamente per la prima volta della sua esistenza per bocca di Sailor Pluto, che spiega che la missione che ha da compiere, insieme a Sailor Uranus e Sailor Neptune. è quella di fermare Sailor Saturn, che è per l’appunto la Dea della Distruzione, Colei che non si deve risvegliare. Il risveglio di Sailor Saturn, infatti, determinerebbe la distruzione del mondo, come successe già per la prima versione del regno lunare in seguito alla morte della Principessa Serenity (poi reincarnatasi in Usagi).

Nel momento di rottura, quando Mistress 9 ha ormai apparentemente preso completamente possesso del corpo cyborg di Hotaru annullando la sua coscienza, e Pharaoh 90, sotto forma di Nube Nera (sarà voluto o casuale il riferimento a “La nuvola nera” di Fred Hoyle -tra l’altro citato ed analizzato da Eugene Thacker in “Tra le ceneri di questo pianeta” – che parla per l’appunto di un’entità aliena che infesta la terra espandendosi sotto forma di nube?), Sailor Saturn si risveglia e effettivamente, a differenza del primo anime in cui il tutto è ridotto (e distorto) ad un sacrificio salvifico pseudo-cristiano, calando la Death Glaive, la Falce del Silenzio (Death Reborn Revolution è il nome dell’attacco) distrugge il mondo ormai in rovina.

La rivelazione quasi messianica è che in realtà la distruzione totale e Sailor Saturn che ne è l’agente, costituiscono il sistema di reset estremo del Sistema Solare: quando gli errori accumulati diventano troppi, quando la rovina è inevitabile, la catastrofe, lo spegni-e-riaccendi, diventano l’unica soluzione percorribile. Tra l’altro, è interessante notare come la correlazione tra scienza, tecnologia, demonologia e catastrofe anticipi di almeno un decennio l’accelerazionismo e lo xenofemminismo, soffrendo tuttavia sia l’effetto della distorsione/infantilizzazione del primo anime che quello del pregiudizio che sostiene l’inconciliabilità di un manga di genere majokko, apparentemente frivolo, con la theory seria (cosa che invece non capita a Neon Genesis Evangelion).

IV: Dream

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(Hotaru Tomoe se fosse un personaggio di Junji Ito. Trovata per sbaglio, scrivendo Hotaru Tomie, piuttosto che Tomoe)

Da qualche anno ho iniziato a studiare la cosiddetta occulture in modo più organico e strutturato rispetto alle passioni intense ma confuse che mi porto dietro dall’adolescenza e questo, oltre a farmi scoprire che sono nata col Sole in congiunzione a Saturno e a metà del periodo che nell’Antica Roma era consacrato a Saturno, prendendo appunto il nome di Saturnalia, e segnando la fine di un ciclo e l’inizio del successivo, mi ha indotta a riflettere su un altro paio di aspetti della mistica di Sailor Saturn / Hotaru Tomoe che vale la pena puntualizzare.

Il primo punto è il rapporto tra Hotaru/Saturn e Sailor Pluto: Sailor Pluto è colei che nomina per la prima volta Sailor Saturn ed è anche colei che, insieme a Sailor Neptune e Sailor Uranus, quando dopo la distruzione Hotaru si reincarna come neonata, la prende con sè per allevarla. Questo dettaglio non solo è importante perchè stabilisce un abbozzo di xenofamiglia (o kin, per dirla alla Haraway) che sembra quasi in opposizione alla convenzionalità della famiglia costituita da Mamoru, Chibiusa e Usagi che aveva dominato l’arco narrativo precedente, ma anche perchè dal punto di vista della simbologia il collegamento tra Plutone, il pianeta della Morte e degli Inferi, a Saturno, il pianeta della Distruzione (e infatti, sebbene sia Saturn ad avere come arma la Death Glaive, anche Pluto ha degli attacchi i cui nomi richiamano la morte).

Il secondo punto è collegato in qualche modo al primo ed ha a che fare col tempo: Pluto, che come abbiamo detto è una dei genitori di Saturn, è anche la Guardiana della Porta del Tempo e Saturn, dopo la rinascita, abbatte i limiti del legame tra tempo e corpi crescendo e sviluppandosi in modo innaturalmente rapido. Inoltre, a causa di discordanze tra le varie versioni dell’anime, del manga e di altri prodotti successivi del franchise, è ancora oggi in corso un dibattito sulla sua età definitiva effettiva, quasi come se la narrazione avesse involontariamente creato, a mò di ipersigillo morrisoniano, un’alterazione della percezione del tempo più estesa di quella interna alla storia.

Il terzo punto, che ancora una volta ha a che fare anche con Pluto, è la numerologia. I numeri associati a Sailor Saturn sono il 9 di Mistress 9 e il 6 gennaio, data di nascita di Hotaru. Il sei, ripetuto tre volte, è l’ormai celebre Numero della Bestia citato nell’Apocalisse di Giovanni e il 6 gennaio è anche il giorno in cui terminavano i Saturnalia.
Il 9 è il numero associato a Plutone e sottolinea ancora una volta la predestinazione del rapporto tra Saturn e Pluto. Inoltre, alcuni estratti dalla definizione relativa al numero nove del numogramma del CCRU,  se collegati al tema della distruzione e alla mistica di Sailor Saturn che abbiamo tracciato, appaiono ancora più suggestivi:

The number nine has a null value in digital reduction, practically enabling all nines to be eliminated from any complex reduction (involving at least one digit other than nine or zero). The same formula (9 = 0) is also derivable from Barker twinning (or Zygonovism) – long familiar to Dogon sorcery – for which nine functions as the summative key. Such zygonovism (or nine-sum coupling) divides the decimal numerals into five twins, and underlies both Numogram syzygetics and the game of Subdecadence.

The number nine is the last numeral of the decimal system, and its associations with death and fatality are primarily based on this purely numerical (modular) function of termination. There are nine rivers of the underworld, and the mortuary aspect of the cat is indicated by her nine lives. Charles Manson’s adoption of the Beatle’s Revolution-9 (or Revelation IX) as an apocalyptic ‘family anthem’ was fully in keeping with this aspect of the number.

[…]

The Ninth Gate (Gt-45) connects Zone-9 to itself, transducing the third involutionary channel (see Zone-0, Zone-1). Nma sorcery refers to it as the Gate of Pandemonium (a fact Stillwell attributes to the coincidence of its number (45) with that of the Nma demonomy). The Tzikvik associate it with Tchukululok (fabled City of the Worms), and emphasize its numerical cross-match with the 5+4 Syzygy, whose demonic carrier they call Kattku (the Nma ‘Katak’). The Xxignal track Utterminus is dedicated to the Ninth Gate, linking it to K-goth synthanatonic fugues. In contrast, Polanski’s film ‘The Ninth Gate’ – despite its title – has only the most tenuous and allusive relation to the Numogram path of this name.

Probabilmente ci sarebbero altre centinaia di aspetti da analizzare e altri duemila simbolismi da sviscerare (come in tutte le religioni che si rispettano) ma almeno per oggi il tempo della teologia è finito ed è arrivato quello della preghiera.

Santa Sailor Saturn, Dea della Catastrofe, Risvegliati, Distruggici e Salvaci. 

 

Zero_sottrazione/sovversione

A un certo punto della mia vita, quando ormai l’adolescenza volgeva al termine o quasi, iniziai a frequentare uno spazio occupato nella città in cui facevo pure il liceo.

Dopo anni passati a fare i conti con l’essere la weird marginalizzata, la Carrie di Stephen King (che però a differenza di quella originale non sviluppa nessuna strana abilità psichica e non è interpretata nè da Sissy Spacek, nè da Chloe Grace Moretz) della edgeland del centro Sud in cui vivevo, credevo di aver finalmente trovato il mio posto nel mondo o qualcosa che ci assomigliasse. Capii presto che mi sbagliavo, e non solo per i motivi che adesso, a più di dieci anni di distanza, pur non essendo stati (purtroppo) risolti, sembrano quasi banali grazie alle numerose prese di posizione femministe nel denunciare il sessismo nei movimenti: il mio caso era, per certi versi, più complesso.

Long story short: la situazione disagiata dei trasporti nel centro-Sud fa sì che, nonostante i dieci minuti scarsi di viaggio che si impiegano in teoria per arrivare dal paesello edgeland alla città (o alla cosa che qui assomiglia di più a una città vera), non esistano mezzi pubblici di collegamento ad orari decenti e non si può fare altro che andare avanti e indietro in auto. Peccato che io, l’auto, non sia in grado di guidarla. Peccato che il significato di “attivismo politico” venga preso alla lettera e se non sei attivo, se non fai cose e non produci perchè non ne sei in grado per un motivo qualsiasi, finisci al grado zero della piramide sociale o quasi, e fa ancora più male di tutti gli altri gradi zero-o-quasi di tutte le altre piramidi sociali perchè è un posto in cui le piramidi sociali non ti aspetteresti di trovarle.

Non riuscendo a risolvere il conflitto interiore tra i sensi di colpa che mi provoca il chiedere di accompagnarmi ed essere di peso al prossimo e quelli che mi provoca il non riuscire ad esserci finisco per il disertare i movimenti per quasi due anni. Poi mi trasferisco, finalmente in città, un’altra, una più grande di quella di prima, quasi vicina all’essere una metropoli: a quel punto, però, le edgeland e le difficoltà con i trasporti sono stati sostituiti dalla depressione, dall’ansia sociale e dagli attacchi di panico e anche il mio secondo tentativo con i movimenti finisce male per le stesse identiche ragioni del primo. Non riesco ad esserci abbastanza.

Emptiness is loneliness and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and God is empty just like me
Intoxicated with the madness, I’m in love with my sadness
Bullshit fakers, enchanted kingdoms
The fashion victims chew their charcoal teeth

Intanto, Facebook è la panacea perfetta per il senso di colpa da assenza: se nei primi anni, infatti, ci sono ancora quelli che ergendosi a profeti della vera rivoluzione (™) continuano a ripetere in loop il mantra diffidente secondo cui “La vera rivoluzione si fa nelle strade”, poi stare sui social inizia a diventare sempre più imperativo collettivamente, e l’idea che i social siano uno spazio da presidiare ed abitare diventa quasi la norma. L’idea di presenza, l’idea di esserci e di fare, viene traslata, metaforizzata dal piano del reale a quello del virtuale ed è più o meno a questo punto che iniziano a partire i miei primi campanelli d’allarme e che il mio cervello inizia a non reggere più l’imperativo morale della presenza, nemmeno se si tratta di presenza virtuale. Vado in overload, in burnout. Resisto ancora per un po’, poi provo a sottrarmi, anche se non riesco a sottrarmi del tutto, perchè resta il senso di colpa, lo stesso che mi attanagliava quando non riuscivo ad esserci fisicamente al tempo degli spazi occupati, lo stesso che mi urla continuamente che non posso permettermi di non fare niente.

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Di recente ho riletto “Zeros + Ones” di Sadie Plant e ho riflettuto sul modo in cui parla dello zero, del vuoto e in definitiva dell’assenza come qualcosa di potente e dirompente e in un periodo in cui si parla di riempire le piazze il più possibile, di sardine, di cose che ad una con l’ansia sociale tipo me, al di là delle valutazioni politiche pure, fanno mancare l’aria solo a pensare all’idea di troppe persone concentrate in una piazza, mi chiedo se sia possibile pensare ad un tipo di sovversione che si basi non sulla presenza e sull’esserci ma sul vuoto, sull’assenza, magari sul colonizzare le edgeland, sul riprenderci i margini. Non riesco ancora a darmi una risposta.

Ballardismo applicato(²)

Ho diciassette anni, vado al liceo scientifico in città e per tornare a casa prendo un autobus extraurbano blu, vecchio e sgangherato, così pieno di gente che qualcuno finisce per stare in piedi. Io e i miei amici però arriviamo sempre presto e ci accaparriamo i posti in fondo. Il pullman è un ecosistema sociale a sè stante, funziona come i teenage drama americani, e ha le sue tribù, spesso ricalcate pedissequamente su quelle dei teenage drama americani. Nei posti in fondo ci stanno i badass, quelli contemporaneamente cool e ribelli. Io sono una outsider a cui piace il post-punk e dietro ci sto solo perchè in quel periodo siamo tutti in fissa col popper che uno del gruppo ha portato dalla gita a Berlino e se vuoi snasare devi sederti dietro, nascosto alla vista di autista e controllore. Nel periodo del popper e dei posti in fondo leggo ossessivamente un libro, si chiama “La mostra delle atrocità” di James Graham Ballard e come gran parte dei miei simili, gli adolescenti outsider a cui piace il post-punk, l’ho scoperto grazie ad Atrocity Exhibition dei Joy Division e a una ricerca su un internet ibrido, a metà strada tra quello mitico delle origini e quello ipernormalizzato di adesso. Non ci capisco un cazzo e non so se sia il libro, il troppo popper misto all’euforia da retro dell’autobus o un misto di tutto. Vado avanti comunque, lo finisco.

Asylums with doors open wide Where people had paid to see inside For entertainment they watch his body twist Behind his eyes he says, ‘I still exist.’

Più o meno verso la fine di “Ballardismo Applicato” c’è questo tizio che si chiama Philip e che è uno dei tanti companions (lo lascio in inglese non tanto per fare la fica – cioè, sì, forse anche, un po’ sì – ma perchè lo intendo nel senso videoludico/gdristico del termine, ndr) del narratore, che parla di Marion Shoard e del concetto di edgeland.

(…)edgeland, terra liminale, per descrivere la zona di compenetrazione tra urbanità e ruralità, la misteriosa interzona che circonda tutte le città e che Shoard definì come un luogo imprevisto, spesso ignorato e per molti aspetti indecifrabili (…) Marion mi ha insegnato che le edgelands intrattengono con l’ambiente urbano la stessa relazione che c’è tra mente umana e inconscio: un ripostiglio di paure, desideri e repressione

Il posto in cui ho vissuto tre quarti della mia vita, in cui tornavo con l’autobus blu del popper tutti i giorni quando andavo alle superiori e in cui sono tornata a vivere adesso per una serie di sfortunati eventi è un’enclave di duemila abitanti adiacente a uno svincolo della superstrada che collega l’hinterland con l’A1 (la vedo da casa mia se mi affaccio, la superstrada). Ci vogliono dieci minuti per arrivare in città (una città di provincia, of course, ma comunque più città di dove viviamo noi) e quindi vanno praticamente tutti lì o quasi per fare qualsiasi cosa: per andare a scuola, per fare la spesa, per andare in libreria, per andare al ristorante. É un luogo ibrido, liminale, troppo vicino alla città per sviluppare una propria identità di paesello rurale e troppo lontano per farne effettivamente parte, e finisce che ti infetta e diventi anche tu un ibrido, ai margini di qualsiasi cosa perchè è dai margini che vieni. Potergli dare un nome, grazie a Sellars e a Marion Shoard è quasi confortante. Edgeland.

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Ho diciotto anni e la edgeland ha infettato ogni aspetto della mia esistenza, diventando anche un tempo oltre che uno spazio. Stanno ristrutturando casa mia, vivo da mio nonno, in quella che era stata la vecchia stanza di mio zio. É il periodo tra le prove scritte e l’orale della maturità, dovrei studiare perchè si aspettano tutti un cento, magari anche la lode. Non lo faccio, per qualche motivo non ci riesco, il limbo progressivamente mi infetta, finisce per sembrarmi accogliente. Il futuro mi congela il cervello. C’è una citazione di “Rabbia” di Chuck Palahniuk che dice una cosa tipo “Quando esattamente il futuro è passato dall’essere una promessa all’essere una minaccia?” e la me di quel periodo la sente un sacco mia. Adesso penso che Chuck Palahniuk mi faccia un sacco di tenerezza (tenerezza non è la parola giusta, forse la sto usando solo per via della sindrome premestruale) perchè è chiarissimo, lampante, che vorrebbe essere Ballard ma non ci riesce, riesce ad essere bravo, a vendere, ad essere di culto, ma non ad essere Ballard e nemmeno – a differenza di Sellars – ad avere il coraggio di ammettere che vorrebbe essere Ballard. Comunque, in questa congiunzione spaziotemporale liminale, in questa edgeland dell’esistenza che è il periodo immediatamente precedente alla maturità, mi ricordo dell’esistenza dei giochi di ruolo by chat che avevo scoperto per la prima volta a quindici anni. Ci ripiombo dentro. Non ne uscirò mai più.

This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.

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Nei pressi del pezzo del libro che parla di edgeland si parla anche di tralicci. I tralicci sono uno dei cardini della mitologia di uno dei miei anime preferiti, ovvero “Serial Experiments Lain“. In “Serial Experiments Lain” si definisce metaforizzazione la capacità di riprodurre sè stessi nella rete. Ogni processo di creazione di un personaggio in un gioco di ruolo online è una metaforizzazione parziale mascherata e rimossa (“non confondere te stesso e il tuo personaggio” è uno dei diktat morali del presunto bravogiocatore tm e se non sei bravo a mascherare la metaforizzazione finisci marginalizzato anche nella comunità dei giocatori in cui eri entrato per sfuggire alla marginalizzazione del mondo reale). Da sfaccettature della personalità del giocatore nascono personaggi, che vivono le proprie vite insieme ai personaggi altrui, seguendo le regole del demiurgo/master e poi muoiono o continuano a vivere al di fuori dello spazio reale del gioco quando lo spazio reale del gioco chiude e il sito si svuota o quando il giocatore cancella la propria iscrizione al gioco. L’identità del giocatore si decompone, si frammenta, generando diversi personaggi (contemporaneamente o sequenzialmente nel tempo). Mi sono chiesta spesso cosa avrebbe detto Deleuze dei giochi di ruolo via chat e mi sono chiesta spesso come mai nei giri di quelli bravi a scrivere di theory nessuno ne parlasse. Ci arrivano sempre vicinissimi ma non colgono mai il punto perchè o parlano di giochi di ruolo cartacei che non è la stessa cosa perchè manca il processo di metaforizzazione, il superare il limite del corpo del giocatore o sono sull’altro fronte e parlano di rete, superare i limiti del corpo e metaforizzazione senza parlare di personaggi e mondi paralleli.

Il pezzo di “Ballardismo Applicato” – più o meno a metà – su Second Life è quello che va più vicino alla cosa che avrei sempre voluto leggere su giochi, personaggi e identità.

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Ho ventisei anni. Dopo “La mostra delle atrocità” ho comprato altri libri di Ballard. Non ne ho fatto un culto, almeno non consapevolmente, ma continuavo a leggere cose e poi a metterle in libreria, con tutto il resto e con i libri di medicina che dopo il fallimento della mia prima carriera universitaria vorrei vendere. A metà ottobre nella edgeland in cui continuo a vivere c’è una specie di alluvione. La mia stanza si riempie d’acqua per un quarto e l’umidità infetta tutto. Si genera una strana muffa nera che progressivamente, nel giro di un altro paio d’anni, infetta tutti i miei libri o quasi prima che io riesca a capire come intervenire. Non riesco a salvare nè quelli di medicina che avrei voluto rivendere, nè gran parte di quelli di Ballard. La muffa nera che infetta tutto come il cancro nero alieno di X-Files adesso, a ripensarci, mi sembra una metafora, non so se della realtà, della depressione, del capitalismo o di tutte e tre le cose insieme.

In arenas he kills for a prize,
Wins a minute to add to his life.
But the sickness is drowned by cries for more,
Pray to God, make it quick, watch him fall.

Ho quasi trentun’anni e esco da un periodo piuttosto lungo di depressione e fallimenti. La fine del mio secondo tentativo con l’accademia si avvicina e vorrei scappare di nuovo via velocissima perchè di nuovo, esattamente come nella edgeland temporale tra gli scritti e l’orale della maturità, il terrore del futuro incerto mi paralizza in questo presente/limbo. La depressione, come la muffa nera dei libri, mi ha fatto buttare un sacco di relazioni e ha mandato all’aria un sacco di occasioni, oltre ad anestetizzarmi il cervello e rendermi incapace di trovare piacere in cose che prima me ne davano, come leggere o scrivere. In questi anni sia leggere che scrivere sono stati uno sforzo tremendo: cercavo di tenermi al passo con l’immagine che io stessa avevo di me e che gli altri (quelli che non ero ancora riuscita a deludere, almeno) avevano di me, scrivevo senza convinzione come se timbrassi il cartellino di una visibilità ormai in declino, leggevo arrancando, aggrappandomi agli echi di quando sembravo una giovane donna brillante. La farsa, però, stava collassando.

You’ll see the horrors of a faraway place,
Meet the architects of law face to face.
See mass murder on a scale you’ve never seen,
And all the ones who try hard to succeed.

Probabilmente sta ancora collassando, ma ho smesso di dare peso alla cosa. Un paio di settimane fa, reduce dall’ennesima convivenza con sconosciute finita di merda, dall’ennesimo trasloco e dall’ennesimo fallimento, mentre cercavo di capire cosa fare della mia vita, giravo a casaccio sull’Amazon Store. Di “Ballardismo Applicato” avevo letto prima ancora di sapere dell’uscita italiana per Nero, perchè ne aveva parlato gente sparsa in giro nella mia bolla (tipo Enrico Monacelli, che ne ha parlato anche su Not più di un anno fa, per esempio), però non avevo mai approfondito, non avevo letto le recensioni e pensavo fosse un saggio su Ballard, l’ennesima roba theory che sì, ok, fica, ma bene o male ruota intorno agli stessi concetti che ormai nei nostrigiri (™) abbiamo imparato a conoscere e approfondito in lungo e largo. Non avevo in programma di comprarlo, sia perchè ero poverissima, che perchè, per l’appunto, pensavo fosse un saggio su Ballard e per quanto mi piacesse Ballard non avevo voglia di leggere un saggio su Ballard. Quindi, quando ho cliccato su acquista nell’Amazon Store durante il giro a casaccio di cui sopra, l’ho fatto d’impulso, senza nemmeno sapere se i soldi che avevo sulla Postepay bastassero e quando ho iniziato a leggerlo due giorni dopo, perchè insomma, ormai l’avevo comprato e quindi dovevo leggerlo, non avevo aspettative. Al primo capitolo ero già incollata. A metà sentivo il bzz delle sinapsi che lavoravano. A tre quarti stavo scrivendo duecentomila cose sul quadernino (tipo cose sul fatto che la grande letteratura sia un processo collettivo, scrittori che scrivono per parlare con altri scrittori, o che scrivono note e riflessioni sui lavori di altri scrittori come ha fatto Ada Lovelace con il lavoro di non mi ricordo chi – lo dice Sadie Plant in “Zeros + Ones“, che ho riletto dopo “Ballardismo Applicato“, però – o come fa, appunto, Sellars qui, e duecentomila altre riflessioni che, come questa, devo ancora sviluppare e chissà dove andranno a parare). Alla fine è stato come se le pasticche con la colomba, metaforizzate nel mio cervello attraverso la lettura del libro, abbiano iniziato a combattere contro la muffa nera e a farla progressivamente arretrare, facendomi tornare la voglia di scrivere, di leggere e di riflettere sulle cose, quindi, sebbene questa non sia una recensione, consiglio tantissimo di leggerlo, di parlarne e di discuterne.

And I picked on the whims of a thousand or more,
Still pursuing the path that’s been buried for years,
All the dead wood from jungles and cities on fire,
Can’t replace or relate, can’t release or repair,
Take my hand and I’ll show you what was and will be.

All’inizio di “Ballardismo Applicato” si parla di Incarichi Sotterranei, che sono una cosa affine alla sincronicità di Jung, però la contemporaneità è data dal fatto che la tempolinea non è lineare ma aggrovigliata su sè stessa e quindi le cose connesse nel groviglio sono contemporanee ma nella percezione del tempo come lineare sembrano anche lontane nel tempo. Vorrei saperlo spiegare meglio, ma non ci riesco, però mi viene in mente che anche l’aver comprato e letto “La Sincronicità” di Jung, di cui sto parlando adesso in questa cosa che ho avuto voglia di scrivere dopo aver letto “Ballardismo Applicato“, dopo aver giocato ad un gioco di ruolo by chat in cui il concetto di Sincronicità era centrale, mi sembra un incarico sotterraneo. E anche tutte le cose che ho scritto sopra. L’autobus blu col popper, i Joy Division, la muffa nera, i giochi di ruolo e tutto il resto.

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«Le nostre vite sono percorse da incarichi sotterranei», concluse. «Le coincidenze non esistono»

Incarichi sotterranei. 

Avrei presto imparato qual era il vero significato di quelle parole. Avrei capito che tutto è soggetto a connessioni profonde, che la nostra mente conscia non può decifrare.

Storie, corpi e rivoluzioni: qualche nota su “Il libro di Joan”

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(Soundtrack: https://www.youtube.com/watch?v=pPf5Ki9ygVY)

Un paio di mesi fa, nel bellissimo e densissimo longorm Insurrezione goticapubblicato su Not, Claudio Kulesko ha descritto con una precisione ai limiti del perturbante la contemporaneità, caratterizzata dalla bizzarra e paradossale combo tra la vertigine dell’iperaccelerazione tecnologica e l’angoscia della frammentazione politica e sociale del Basso Medioevo (o meglio, dell’immagine non storicamente correttissima del Basso Medioevo che ci è stata restituita da narrazioni mainstream e cultura pop). É come se il flusso temporale, immaginato e raccontato per secoli come un percorso lineare o al massimo iperbolico, avesse finalmente svelato la sua reale natura di groviglio caotico generato dall’incrocio tra presunzione di realtà e narrazioni.

Lydia Yuknavitch, nel suo Libro di Joan, uscito qualche mese fa per Einaudi, nella traduzione di Laura Noulian, sembra partire esattamente da queste premesse. La storia, in breve, è questa: Jean de Meun, grazie alla popolarità guadagnata come autore di innesti narrativi – storie incise sul corpo e raccontate col corpo – simili a romanzetti rosa, finisce per diventare un governante tiranno, e Christine, anche lei autrice di innesti narrativi, decide di sfidarne l’autorità ed inventarsi una rivoluzione scrivendo su sè stessa e sui suoi compagni la storia di Joan, ecoterrorista rivoluzionaria data per morta sul rogo dopo essere stata catturata nell’ultima battaglia che ha segnato il destino della terra e la migrazione dei superstiti su una colonia spaziale orbitante, CIEL.

La Joan del titolo è nientemeno che una Giovanna d’Arco riadattata ad un tempo a cavallo tra il presente e un futuro inquietantemente prossimo e trasformata in un’icona rivoluzionaria, una santa contemporaneamente distruttiva e salvifica. La Yuknavitch non fa mistero della cosa, non si tratta di una semplice “ispirazione” vaga, quanto piuttosto un parallelismo rivendicato e sottolineato, dal racconto dell’infanzia di Joan in Francia con la prima manifestazione delle voci-nella-testa, che in questo caso vengono definite canzone” e sono frutto di una comunione con la materia che è presentata (sort of, poi approfondiremo in seguito questo punto) in termini di superamento dell’umano, piuttosto che in termini mistico-religiosi, alla morte di Joan sul rogo, al fatto che più volte venga chiamata Pulzella. Anche gli altri personaggi principali, la coprotagonista Christine e l’antagonista Jean de Meun, sono esplicitissimi rimandi all’immaginario del Basso Medioevo: Christine è infatti nientemeno che la versione postmoderna e pseudo sci-fi di Christine de Pizan, scrittrice e poetessa francese di origini italiane che tra le altre cose scrisse un poema su Giovanna d’Arco e criticò la rappresentazione della donna come essere vizioso presentata da autori contemporanei come, guarda caso che non è per niente un caso, Jean de Meun.

Ci sono quindi in questo libro di Joan innumerevoli intuizioni narrative felicissime, da questa commistione tra Basso Medioevo e un futuro prossimo (come ci dimostra lo scenario dell’infanzia di Joan, simile al nostro presente) a metà tra il cyberpunk di CIEL e la post-apocalisse di quello che resta della Terra, alla metafora degli innesti narrativi che rappresentano il potere del creare immaginari, del produrre storie. A questo proposito è importante anche sottolineare il fatto che sia il tiranno Jean de Meun che la rivoluzionaria Christine siano creatori di innesti narrativi: le narrazioni e la produzione degli immaginari non sono, a dispetto di quello che pensano molti liberal progressisti nostrani, oggetti intrinsecamente rivoluzionari, quanto piuttosto semplici mezzi che possono essere usati sia in modo tirannico e in difesa dello status quo, come fa Jean de Meun (e il modo in cui usa la spettacolarizzazione della morte e della tortura è fondamentale in questa strategia e fa pensare che la Yuknavitch abbia letto più volte La società dello spettacolo di Debord) e come fanno nella nostra realtà quasi tutti i media mainstream, sia in modo rivoluzionario, come fa Christine e come a fatica tentiamo di fare tutti noi che vorremmo fare della produzione di storie, narrazioni, immaginari ed iperstizioni un’arma contro la neoreazione.

Queste intuizioni felicissime, suggestive e che suscitano inevitabilmente al lettore una pioggia di riflessioni su sè stessx e sul mondo, però, si scontrano con una serie di difetti strutturali. Il primo è sicuramente lo stile della Yuknavitch, che in alcuni punti predilige un lirismo non riuscitissimo alla scorrevolezza della narrazione, finendo per risultare piuttosto confusa e confusionaria. Il secondo, forse legato a questa confusione stilistica, è che alcuni temi, come quello (altra intuizione felice, almeno apparentemente) del superamento del genere e dell’androginia dei corpi di CIEL, quello del superamento dell’umanità nella rappresentazione dei generini – creature a metà tra l’uomo e la materia, come poi si scoprirà essere la stessa Joan – e quello della potenza rivoluzionaria della distruzione, vengono sviluppati male e intrisi, verso la fine, di un misticismo che cozza col resto e che a tratti risulta quasi fastidioso (ci sono alcuni passaggi sulla “potenza generatrice delle donne” decisamente discutibili, ad esempio).

Se si tiene conto di questi difetti strutturali e si supera il lirismo, però, Il libro di Joan della Yuknavitch, per le riflessioni che suscita sul nostro presente, sul nostro passato e sul nostro futuro (o meglio, sul groviglio tra presente, passato e futuro che è la nostra linea temporale) resta assolutamente un libro da leggere.