Storie, corpi e rivoluzioni: qualche nota su “Il libro di Joan”

libro di joan

(Soundtrack: https://www.youtube.com/watch?v=pPf5Ki9ygVY)

Un paio di mesi fa, nel bellissimo e densissimo longorm Insurrezione goticapubblicato su Not, Claudio Kulesko ha descritto con una precisione ai limiti del perturbante la contemporaneità, caratterizzata dalla bizzarra e paradossale combo tra la vertigine dell’iperaccelerazione tecnologica e l’angoscia della frammentazione politica e sociale del Basso Medioevo (o meglio, dell’immagine non storicamente correttissima del Basso Medioevo che ci è stata restituita da narrazioni mainstream e cultura pop). É come se il flusso temporale, immaginato e raccontato per secoli come un percorso lineare o al massimo iperbolico, avesse finalmente svelato la sua reale natura di groviglio caotico generato dall’incrocio tra presunzione di realtà e narrazioni.

Lydia Yuknavitch, nel suo Libro di Joan, uscito qualche mese fa per Einaudi, nella traduzione di Laura Noulian, sembra partire esattamente da queste premesse. La storia, in breve, è questa: Jean de Meun, grazie alla popolarità guadagnata come autore di innesti narrativi – storie incise sul corpo e raccontate col corpo – simili a romanzetti rosa, finisce per diventare un governante tiranno, e Christine, anche lei autrice di innesti narrativi, decide di sfidarne l’autorità ed inventarsi una rivoluzione scrivendo su sè stessa e sui suoi compagni la storia di Joan, ecoterrorista rivoluzionaria data per morta sul rogo dopo essere stata catturata nell’ultima battaglia che ha segnato il destino della terra e la migrazione dei superstiti su una colonia spaziale orbitante, CIEL.

La Joan del titolo è nientemeno che una Giovanna d’Arco riadattata ad un tempo a cavallo tra il presente e un futuro inquietantemente prossimo e trasformata in un’icona rivoluzionaria, una santa contemporaneamente distruttiva e salvifica. La Yuknavitch non fa mistero della cosa, non si tratta di una semplice “ispirazione” vaga, quanto piuttosto un parallelismo rivendicato e sottolineato, dal racconto dell’infanzia di Joan in Francia con la prima manifestazione delle voci-nella-testa, che in questo caso vengono definite canzone” e sono frutto di una comunione con la materia che è presentata (sort of, poi approfondiremo in seguito questo punto) in termini di superamento dell’umano, piuttosto che in termini mistico-religiosi, alla morte di Joan sul rogo, al fatto che più volte venga chiamata Pulzella. Anche gli altri personaggi principali, la coprotagonista Christine e l’antagonista Jean de Meun, sono esplicitissimi rimandi all’immaginario del Basso Medioevo: Christine è infatti nientemeno che la versione postmoderna e pseudo sci-fi di Christine de Pizan, scrittrice e poetessa francese di origini italiane che tra le altre cose scrisse un poema su Giovanna d’Arco e criticò la rappresentazione della donna come essere vizioso presentata da autori contemporanei come, guarda caso che non è per niente un caso, Jean de Meun.

Ci sono quindi in questo libro di Joan innumerevoli intuizioni narrative felicissime, da questa commistione tra Basso Medioevo e un futuro prossimo (come ci dimostra lo scenario dell’infanzia di Joan, simile al nostro presente) a metà tra il cyberpunk di CIEL e la post-apocalisse di quello che resta della Terra, alla metafora degli innesti narrativi che rappresentano il potere del creare immaginari, del produrre storie. A questo proposito è importante anche sottolineare il fatto che sia il tiranno Jean de Meun che la rivoluzionaria Christine siano creatori di innesti narrativi: le narrazioni e la produzione degli immaginari non sono, a dispetto di quello che pensano molti liberal progressisti nostrani, oggetti intrinsecamente rivoluzionari, quanto piuttosto semplici mezzi che possono essere usati sia in modo tirannico e in difesa dello status quo, come fa Jean de Meun (e il modo in cui usa la spettacolarizzazione della morte e della tortura è fondamentale in questa strategia e fa pensare che la Yuknavitch abbia letto più volte La società dello spettacolo di Debord) e come fanno nella nostra realtà quasi tutti i media mainstream, sia in modo rivoluzionario, come fa Christine e come a fatica tentiamo di fare tutti noi che vorremmo fare della produzione di storie, narrazioni, immaginari ed iperstizioni un’arma contro la neoreazione.

Queste intuizioni felicissime, suggestive e che suscitano inevitabilmente al lettore una pioggia di riflessioni su sè stessx e sul mondo, però, si scontrano con una serie di difetti strutturali. Il primo è sicuramente lo stile della Yuknavitch, che in alcuni punti predilige un lirismo non riuscitissimo alla scorrevolezza della narrazione, finendo per risultare piuttosto confusa e confusionaria. Il secondo, forse legato a questa confusione stilistica, è che alcuni temi, come quello (altra intuizione felice, almeno apparentemente) del superamento del genere e dell’androginia dei corpi di CIEL, quello del superamento dell’umanità nella rappresentazione dei generini – creature a metà tra l’uomo e la materia, come poi si scoprirà essere la stessa Joan – e quello della potenza rivoluzionaria della distruzione, vengono sviluppati male e intrisi, verso la fine, di un misticismo che cozza col resto e che a tratti risulta quasi fastidioso (ci sono alcuni passaggi sulla “potenza generatrice delle donne” decisamente discutibili, ad esempio).

Se si tiene conto di questi difetti strutturali e si supera il lirismo, però, Il libro di Joan della Yuknavitch, per le riflessioni che suscita sul nostro presente, sul nostro passato e sul nostro futuro (o meglio, sul groviglio tra presente, passato e futuro che è la nostra linea temporale) resta assolutamente un libro da leggere.

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Intermezzo: aggiornamenti

É nata una nuova rivista che si chiama Menelique, la trovate online (qui) sempre e in edicole, librerie e spazi culturali ogni tre mesi. Ci scrivo anche io, sto facendo un esperimento narrativo a puntate di sci-fi speculativa sui soliti temi che mi piacciono, ovvero cyborg, femminismo, rapporto tra umano e postumano e dintorni. Sul numero #0 cartaceo già trovate la prima puntata.

Hedgehog’s dilemma

«Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere.

A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.»

La comunicazione è stata il primo dei cardini della mia personale mitopoiesi, non solo nel senso classico – quello secondo cui è il cardine di tutte le mitopoiesi del mondo – ma anche in un senso molto più profondo e personale: mia nonna ormai ultranovantenne e tre quarti dei miei parenti vicini e lontani quando parlano di me amano ricordare e raccontare come se fossero leggende da trasmettere oralmente storie riguardo al fatto che io abbia straordinariamente iniziato a parlare a sei mesi e altre storie su come solo qualche mese dopo amassi interloquire in un bambinese che nonostante tutto era già abbastanza intellegibile con passanti sconosciuti fermati in strada in ogni dove. Non so precisamente dove finisca la verità e dove inizi la leggenda e ad oggi hanno raccontato queste storie così tante volte che hanno finito per generare automaticamente dei ricordi che non sapevo di avere, come in una sorta di iperstizione in reverse.
Il secondo dei cardini della mia personale mitopoiesi è stato l’empatia – o sensibilità che dir si voglia: alle elementari andavo al catechismo (mi ci portavano) e quando mi raccontavano le storie dei bambini africani che morivano di fame mi dispiaceva al punto da stare male, anche se all’epoca attribuivo la responsabilità della questione ad una generica e informe sfortuna piuttosto che all’imperialismo capitalista bianco.

Le prime cose che ho scritto e collettivizzato erano letterine scritte e lette in chiesa durante la notte di Natale in cui tentavo di convincere signore di mezza età in pelliccia e collana di perle a sborsare soldi per i suddetti bambini poveri e per la gloria di Gesù bambino. L’ho fatto dai sei agli otto anni o giù di lì, poi ho smesso e mi sono concentrata sullo scrivere temi per scuola e partecipare a concorsi provinciali farlocchissimi.

Che diamine di nesso hanno Gesù, i bambini poveri e le mie personali leggende fondative (che è una perifrasi poetica per “cazzi miei”) con Neon Genesis Evangelion e Schopenauer (sì, la citazione sotto al video è di Schopenauer), a parte il fatto che il secondo è citato nel primo che sto rivedendo nelle ultime settimane?

Il nesso è che a un certo punto, più o meno verso la fine dell’adolescenza, ho sviluppato il mio terzo superpotere, quello più distruttivo (e autodistruttivo) di tutti: l’overthinking. In virtù di ciò ho passato giorni, settimane, anni interi a riflettere su quanto l’interazione con gli altri, il sentire gli altri e il comunicare con gli altri mi definissero come persona (come del resto – ma lo avrei scoperto solo dopo – fanno anche NGE, Schopenauer e in un certo senso anche Deleze). Sul piano filosofico: dove finisco io come individuo e dove inizia la me stessa che vive e che è definita attraverso il rapporto con gli altri? Su quello psicologico: come posso fare a trovare un equilibrio tra il mio proprio benessere e l’interazione col prossimo? Come posso fare a conciliare la necessità di conservare un mio safe space con la necessità di stabilire reti, rapporti ed entrare in comunità?

La risposta che mi sono data (o che ho scelto di darmi) è che l’unica via d’uscita dal dilemma è e deve essere politica e che la politica che pratico e che voglio si situa esattamente all’intersezione invisibile e estremamente labile tra la me stessa individuale e la me stessa definita dal rapporto con gli altri, tra il mio safe space e quello altrui e del resto, di contro, la tossicità delle relazioni e il ferirsi assume spesso nomi che si chiamano patriarcato o capitalismo. Ed è per l’appunto contro il patriarcato e il capitalismo che dovremmo usare i nostri aculei da porcospini.

Di alieni, bulimia e autonarrazione

Sto rileggendo Aliens & anorexia di Chris Kraus a due anni di distanza dalla prima volta perchè mi sono fissata con questa idea bislacca di scrivere qualcosa di lungo – un longform, come li chiama la gente cool – su xenofemminismo e disturbi dell’alimentazione. Non ho ancora iniziato a scriverlo, però in compenso mi è tornata, fortissima, violentissima, la voglia di scrivere in genere di bulimia, disagio psichico e di tutta la roba con cui combatto da quasi dieci anni e di cui scrivo in giro da quasi dieci anni. C’è un passaggio del libro in cui la Kraus parla di Simone Weil (come in altri duecento passaggi del libro, del resto) che mi ha folgorata, per quanto mi si cuce bene addosso e per quanto parla bene delle cose che provo a dire da un pezzo sul tentativo di autoraccontarsi, di raccontare le fragilità e il senso di inadeguatezza in un modo che possa essere politico.

Weil’s awareness of her personal imperfections made her sensitive to all the imperfection in the world

Chris Kraus, Aliens & anorexia

Mi sembra che sia molto simile ad una delle mie cose preferite mai scritte, cioè questo articolo di Paul Preciado su Internazionale sul coraggio di essere sè.

Proprio perché vi amo, voglio che siate deboli e disprezzabili. Perché è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione.

Paul B. Preciado

Non so esattamente perchè ho iniziato a scrivere di me, non è stata una cosa consapevole e questa idea del trasformare la condivisione delle mie fragilità in un’azione di lotta politica è arrivata in corso d’opera, mentre lo stavo già facendo. Ho dovuto lottare dal primo momento, da ancora prima che scrivessi la prima lettera sul primo foglio bianco virtuale del mio primo blog sfigato, con le vocine interiori autoaccusatorie che continuavano a ripetermi cose come “rischi di romanticizzare la merda che hai in testa anche se romanticizzare la merda è una cosa che ti ha fatto sempre schifo” o “stai facendo solo self-loathing” o “lo fai solo perchè cerchi approvazione”. Poi ho dovuto lottare con il banalissimo “quello che stai scrivendo fa schifo, non ne sei in grado” e poi, ancora, con il senso di responsabilità derivato da tutte le persone che nel corso degli anni mi hanno scritto dicendomi che leggermi le aveva aiutate, o qualcosa del genere.  Lo faccio ancora adesso, mentre sto scrivendo, ma la differenza è che provo a trasformare l’autoaccusa in autoconsapevolezza. Quanto alla responsabilità, invece, Vi amo, miei coraggiosi simili ma non scrivo per aiutare qualcuno, scrivo egoisticamente per aiutare me stessa e idealisticamente perchè spero che si inneschi un sentimento comune di lotta contro lo stato di cose esistenti, contro il patriarcato e contro il capitalismo che di tutti questi disagi sono i primi responsabili, un aiutarsi collettivamente con e nella lotta partendo da sè stessi, dalle proprie imperfezioni e dalle proprie fragilità e collettivizzando le proprie imperfezioni e le proprie fragilità. Non l’empowerment che predicano i liberal, non il diventare forti uccidendo le proprie debolezze ed eliminandole, quindi, ma prendere le proprie debolezze e farle diventare armi, abbracciarle e farsi abbracciare da esse, raccontarle per collettivizzarle come antidoto contro la solitudine (anche questa è una citazione, di David Foster Wallace, per inciso).

E ho deciso, a mesi, forse anni di distanza dall’ultima volta, di riprendere a farlo.

Il modulatore di umore di Blade Runner

Negli ultimi dieci anni nella mia vita ci sono state poche costanti significative: due di queste sono la presenza in varie forme della psichiatria e la fissazione per un certo tipo di fantascienza, più o meno cyberpunk.

Qualche giorno fa, non so precisamente per quale motivo, le riflessioni sulla psichiatria e quelle sul cyberpunk mi si sono sovrapposte nel cervello e mi è venuto da pensare che forse dovrei smetterla di riflettere così tanto su cose a caso ma pure ai modulatori di umore Penfield di Blade Runner, che nessuno si ricorda mai perchè pensano tutti agli androidi e al monologo di Rutger Hauer, e invece sono una delle cose più fighe insieme alle scatole empatiche. In realtà non ricordo nemmeno se siano solo nel libro o anche nel film, ma comunque non è rilevante, sto di nuovo riflettendo troppo.

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 «Se digiti il codice» disse Iran, occhi aaperti e vigli «per ottenere un astio maggiore, guarda che lo faccio anch’io. Chiederò il massimo e allora vedrai un litigio che farà impallidire qualsiasi discusssione che abbiamo mai avuto finora. Fai quel numero e vedrai; mettimi alla prova.» Si alzò anche lei, lesta, si portò al quadro di controllo del proprio modulatore d’umore e gli rivolse uno sguardo di sfida. Aspettava.
Lui sospirò, sconfitto dalla minaccia. «Digito il codice  di quello che c’è sulla mia agenda per oggi.»
Consultando il programma del 3 gennaio 1992, vide che gli si richiedeva un atteggiamento professionale, da uomo d’affari.  «Se io digito il codice secondo programma»  disse cauto «sei d’accordo a farlo anche tu?» Attese, astuto quanto basta da non impegnarsi prima che la moglie accondiscendesse a seguire il suo esempio.
«La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria» disse Iran.
«Cosa? Perché hai messo in programma una cosa del genere?» Andava contro la finalità del modulatore d’umore.

Negli ultimi dieci anni ho fatto a pugni costantemente con bulimia, depressione, disturbi d’ansia e difficoltà relazionali pseudoborderline varie ed eventuali e quindi lo step successivo di questa gigariflessione non poteva essere altro che una cosa tipo “Ma io, se si diffondesse davvero una cosa come il modulatore d’umore Penfield (che poi lo hanno pure mezzo inventato sul serio) lo userei? Lo userei con le cose programmate per essere una persona funzionale o cercherei il codice per le sei ore di depressione autoaccusatoria?“.

La risposta giusta è “non lo so“. Una parte di me gioirebbe all’idea di poter essere una persona funzionale e con un cervello semplice solo digitando una serie di numeri su un pannellino, senza più dover sottostare allo stress di infinite sedute di psicanalisi e/o psicofarmaci. Una parte di me vuole solo stare bene e nient’altro, smettere di vomitare, smettere di avere paura di diecimila cose, smettere di credere di avere ventotto malattie rare al giorno, smetterla di essere una frana con le persone, lasciarle andare a caso e poi pentirsene e poi riprenderle e poi pentirsene di nuovo. Un’altra parte di me, quella che ha letto troppo Foucault arrivando a non capirci più un cazzo, quella che riflette sempre troppo, invece, spera che la psichiatria del futuro non sia davvero così, con gli stati d’animo programmati giorno per giorno in base a quello che serve, quello che ti rende più produttivo e funzionale (funzionale è una parola orribile quando si parla di persone).

Detesto le menate sulla depressione che ti aiuta a riflettere, sulla pazzia come forma di normalità ™ e tutte quelle cose motivazionali da foto brutte condivise su Facebook a catena: se stai male stai male e basta, a volte il pulsante lo devi premere e basta e anche adesso mentre scrivo vorrei un pulsante che mi aiuti a smettere di pensare che questa bolla che mi è spuntata al centro dello sterno da qualche giorno sia sintomo di una malattia mortale o che il mal di schiena sia sintomo di una qualche altra malattia ancora più mortale, e per uscire da tante altre cose. Però concordo pure con Mark Fisher quando dice che certe forme di depressione e di disagio psichico in genere (la bulimia di cui ho sofferto per anni e di cui ho ancora gli strascichi sicuramente) possano essere meglio comprese e combattute attraverso schemi impersonali e politici, piuttosto che individuali e psicologici. E ho paura che cose come il modulatore di umore Penfield di Blade Runner con gli stati umorali programmati impediscano di vedere questi schemi politici, impediscano di comprendere, di chiedersi cose come “Perchè diamine ho bisogno di un pulsantino per essere una persona funzionale?” o “Che cazzo vuol dire essere una persona funzionale?“, salvo usare trick tremendi come quello delle sei ore di depressione autoaccusatorie. Vorrei contemporaneamente qualcosa che mi salvi istantaneamente da tutto questo casino nel cervello e qualcosa che non trasformi il mio umore in un prodotto del capitalismo selvaggio. Vorrei tutto. “Vogliamo tutto” vale anche nella psichiatria del futuro.

Mi viene anche da pensare che il capovolgimento tra gli androidi capaci di provare emozioni e gli esseri umani con le emozioni appiattite, codificate e programmate sia una chiave di lettura di Blade Runner interessantissima ma questo è l’ennesimo corollario del riflettere troppo e quindi magari lo svisceriamo un altra volta.

Provincia cyberpunk

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Sono nata in un paesino di provincia: uno di quei posti bucolici in cui facevano il vino buono senza l’ingombro degli inglesi, degli Sting di turno e delle ville, marginalizzato pure dalla camorra che al massimo ci veniva a buttare la munnezza che non entra più nelle buche della Terra dei Fuochi e ci usa come ruota di scorta per noiosi intrallazzi da mafietta vintage riservando ad altri posti l’onore degli effetti speciali da serie tv. La gente di città ci veniva d’estate per una settimana al massimo, per staccare dallo stress e vivere l’esperienza folkloristica di Hit Mania Dance e Peroni nelle sale giochi coi videogiochi di dieci anni prima.

Sono sopravvissuta ad un’adolescenza da stranetta fuori luogo bullizzata, da Carrie senza la telecinesi, soprattutto grazie a due cose: la speranza di andarmene fisicamente in un primaopoi ipotetico e la capacità di farlo almeno mentalmente. L’adolescenza è passata e il primaopoi ipotetico per una combo letale di mancanza di soldi e incombenza opprimente del patriarcato non è mai arrivato, così la capacità di andarmene mentalmente ha dovuto adattarsi, evolversi, rafforzarsi e per farlo si è servita della rete e si è fusa con essa quasi come i pezzi di AI in “Neuromante” di Gibson.

Che non sarebbe stato il posto magico, il regno delle favole dove tutto è possibile e tutto è permesso di cui parlavano alcuni o lo strumento magico che avrebbe risolto tutti i mali del mondo di cui dicevano altri lo avevo capito dall’inizio e per certi versi ne ero perversamente felice: non volevo un’oasi bucolica priva di confini, volevo il conflitto della metropoli che nel reale mi era precluso moltiplicato all’infinito e per quanto il sessismo e la marginalizzazione che spesso subivo o incrociavo nello spazio infinito della rete fosse per certi versi addirittura peggiore, più perverso, più grande, ripetuto all’infinito come in un sistema di specchi della merda, rispetto a quello che mi trovavo a subire nell’habitat angusto del mio corpo reale, si moltiplicava anche il mio potenziale di reazione. Diventavo Carrie coi superpoteri.

É passato un anno, poi due, poi tre, poi dieci. Il mondo si è trasformato, io mi sono trasformata ma se non ci fosse stata la bulimia a fare da unico anello di congiunzione tra il mio cervello e il mio corpo forse non me ne sarei nemmeno accorta.  Intanto, però, l’iperdiffusione dei social network trasformava incessantemente anche la rete: paradossalmente lo spazio infinito piuttosto che dilatarsi si restringeva diventando sempre più simile ad una provincia virtuale, altrettanto angusta. Le sacche di infinite potenzialità e infiniti conflitti venivano colonizzate dalle versioni embrionali e senza suggestivo nome giapponese delle zaibatsu di Gibson col risultato che le infinite potenzialità diventavano la versione patinata e finta di sè stesse e il conflitto diventava necessario conflitto di difesa, catenaccio cyberpunk piuttosto che entusiasmante gioco di attacco. Ci eravamo fatti fregare e se da un lato c’erano quelli che ci sguazzavano meglio di prima, dall’altro c’erano quelli che come pazzi millenaristi predicavano di ritorni ad altri tempi mai esistiti davvero e recupero di vecchie tradizioni che facevano schifo e che sarebbero dovute restare sepolte per sempre.

Poi c’erano quelli come me che un posto e un passato a cui tornare nemmeno ce l’avevano e nel tentativo di costruirsi un corpo lo avevano accidentalmente anche distrutto. All’inizio pensammo che non riuscire a percepire più la differenza tra il dentro e il fuori, tra lo spazio categorizzato come reale e quello categorizzato come virtuale, fosse un problema nostro, una dispercezione derivata dalla confusione, dall’essere stati troppo tempo connessi e aver perso la capacità di vedere i confini. Poi abbiamo capito. Abbiamo capito che, come succede agli universi paralleli in certe serie tv, le due porzioni di esistente si erano scontrate finendo prima per influenzarsi a vicenda e poi per diventare indistinguibili. Il dentro è diventato il fuori, il fuori il dentro, il dentro il fuori, il fuori il dentro.

La provincia è diventata a sua volta un’entità ibrida tra una città fantasma congelata eternamente all’apice della sua storia sociale e un interstizio di connessione vuoto tra due punti di uno sprawl infinito. E le guerre di dentro e quelle di fuori sono diventate indistinte, adesso c’è solo da capire come sfruttare anche la telecinesi da Carrie indistintamente.