posthuman ghost

Provincia cyberpunk

Sono nata in un paesino di provincia: uno di quei posti bucolici in cui facevano il vino buono senza l’ingombro degli inglesi, degli Sting di turno e delle ville, marginalizzato pure dalla camorra che al massimo ci veniva a buttare la munnezza che non entra più nelle buche della Terra dei Fuochi e ci usa come ruota di scorta per noiosi intrallazzi da mafietta vintage riservando ad altri posti l’onore degli effetti speciali da serie tv. La gente di città ci veniva d’estate per una settimana al massimo, per staccare dallo stress e vivere l’esperienza folkloristica di Hit Mania Dance e Peroni nelle sale giochi coi videogiochi di dieci anni prima.

Sono sopravvissuta ad un’adolescenza da stranetta fuori luogo bullizzata, da Carrie senza la telecinesi, soprattutto grazie a due cose: la speranza di andarmene fisicamente in un primaopoi ipotetico e la capacità di farlo almeno mentalmente. L’adolescenza è passata e il primaopoi ipotetico per una combo letale di mancanza di soldi e incombenza opprimente del patriarcato non è mai arrivato, così la capacità di andarmene mentalmente ha dovuto adattarsi, evolversi, rafforzarsi e per farlo si è servita della rete e si è fusa con essa quasi come i pezzi di AI in “Neuromante” di Gibson.

Che non sarebbe stato il posto magico, il regno delle favole dove tutto è possibile e tutto è permesso di cui parlavano alcuni o lo strumento magico che avrebbe risolto tutti i mali del mondo di cui dicevano altri lo avevo capito dall’inizio e per certi versi ne ero perversamente felice: non volevo un’oasi bucolica priva di confini, volevo il conflitto della metropoli che nel reale mi era precluso moltiplicato all’infinito e per quanto il sessismo e la marginalizzazione che spesso subivo o incrociavo nello spazio infinito della rete fosse per certi versi addirittura peggiore, più perverso, più grande, ripetuto all’infinito come in un sistema di specchi della merda, rispetto a quello che mi trovavo a subire nell’habitat angusto del mio corpo reale, si moltiplicava anche il mio potenziale di reazione. Diventavo Carrie coi superpoteri.

É passato un anno, poi due, poi tre, poi dieci. Il mondo si è trasformato, io mi sono trasformata ma se non ci fosse stata la bulimia a fare da unico anello di congiunzione tra il mio cervello e il mio corpo forse non me ne sarei nemmeno accorta.  Intanto, però, l’iperdiffusione dei social network trasformava incessantemente anche la rete: paradossalmente lo spazio infinito piuttosto che dilatarsi si restringeva diventando sempre più simile ad una provincia virtuale, altrettanto angusta. Le sacche di infinite potenzialità e infiniti conflitti venivano colonizzate dalle versioni embrionali e senza suggestivo nome giapponese delle zaibatsu di Gibson col risultato che le infinite potenzialità diventavano la versione patinata e finta di sè stesse e il conflitto diventava necessario conflitto di difesa, catenaccio cyberpunk piuttosto che entusiasmante gioco di attacco. Ci eravamo fatti fregare e se da un lato c’erano quelli che ci sguazzavano meglio di prima, dall’altro c’erano quelli che come pazzi millenaristi predicavano di ritorni ad altri tempi mai esistiti davvero e recupero di vecchie tradizioni che facevano schifo e che sarebbero dovute restare sepolte per sempre.

Poi c’erano quelli come me che un posto e un passato a cui tornare nemmeno ce l’avevano e nel tentativo di costruirsi un corpo lo avevano accidentalmente anche distrutto. All’inizio pensammo che non riuscire a percepire più la differenza tra il dentro e il fuori, tra lo spazio categorizzato come reale e quello categorizzato come virtuale, fosse un problema nostro, una dispercezione derivata dalla confusione, dall’essere stati troppo tempo connessi e aver perso la capacità di vedere i confini. Poi abbiamo capito. Abbiamo capito che, come succede agli universi paralleli in certe serie tv, le due porzioni di esistente si erano scontrate finendo prima per influenzarsi a vicenda e poi per diventare indistinguibili. Il dentro è diventato il fuori, il fuori il dentro, il dentro il fuori, il fuori il dentro.

La provincia è diventata a sua volta un’entità ibrida tra una città fantasma congelata eternamente all’apice della sua storia sociale e un interstizio di connessione vuoto tra due punti di uno sprawl infinito. E le guerre di dentro e quelle di fuori sono diventate indistinte, c’è solo da capire come sfruttare anche la telecinesi da Carrie indistintamente.


Nota: questo post teoricamente fa da introduzione e presentazione dei temi che tratterò nel blog, che vanno dal rapporto con la rete, al rapporto col corpo, al cyberpunk, al futuro, quello perso e quello ancora da perdere, ai conflitti interiori ed esteriori e al fatto che non esista più differenza tra conflitti interiori ed esteriori. Le modalità saranno spesso queste, a metà strada tra l’autonarrazione e la fiction, ma magari poi ci metto dentro anche altro.