Il modulatore di umore di Blade Runner

Negli ultimi dieci anni nella mia vita ci sono state poche costanti significative: due di queste sono la presenza in varie forme della psichiatria e la fissazione per un certo tipo di fantascienza, più o meno cyberpunk.

Qualche giorno fa, non so precisamente per quale motivo, le riflessioni sulla psichiatria e quelle sul cyberpunk mi si sono sovrapposte nel cervello e mi è venuto da pensare che forse dovrei smetterla di riflettere così tanto su cose a caso ma pure ai modulatori di umore Penfield di Blade Runner, che nessuno si ricorda mai perchè pensano tutti agli androidi e al monologo di Rutger Hauer, e invece sono una delle cose più fighe insieme alle scatole empatiche. In realtà non ricordo nemmeno se siano solo nel libro o anche nel film, ma comunque non è rilevante, sto di nuovo riflettendo troppo.

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 «Se digiti il codice» disse Iran, occhi aaperti e vigli «per ottenere un astio maggiore, guarda che lo faccio anch’io. Chiederò il massimo e allora vedrai un litigio che farà impallidire qualsiasi discusssione che abbiamo mai avuto finora. Fai quel numero e vedrai; mettimi alla prova.» Si alzò anche lei, lesta, si portò al quadro di controllo del proprio modulatore d’umore e gli rivolse uno sguardo di sfida. Aspettava.
Lui sospirò, sconfitto dalla minaccia. «Digito il codice  di quello che c’è sulla mia agenda per oggi.»
Consultando il programma del 3 gennaio 1992, vide che gli si richiedeva un atteggiamento professionale, da uomo d’affari.  «Se io digito il codice secondo programma»  disse cauto «sei d’accordo a farlo anche tu?» Attese, astuto quanto basta da non impegnarsi prima che la moglie accondiscendesse a seguire il suo esempio.
«La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria» disse Iran.
«Cosa? Perché hai messo in programma una cosa del genere?» Andava contro la finalità del modulatore d’umore.

Negli ultimi dieci anni ho fatto a pugni costantemente con bulimia, depressione, disturbi d’ansia e difficoltà relazionali pseudoborderline varie ed eventuali e quindi lo step successivo di questa gigariflessione non poteva essere altro che una cosa tipo “Ma io, se si diffondesse davvero una cosa come il modulatore d’umore Penfield (che poi lo hanno pure mezzo inventato sul serio) lo userei? Lo userei con le cose programmate per essere una persona funzionale o cercherei il codice per le sei ore di depressione autoaccusatoria?“.

La risposta giusta è “non lo so“. Una parte di me gioirebbe all’idea di poter essere una persona funzionale e con un cervello semplice solo digitando una serie di numeri su un pannellino, senza più dover sottostare allo stress di infinite sedute di psicanalisi e/o psicofarmaci. Una parte di me vuole solo stare bene e nient’altro, smettere di vomitare, smettere di avere paura di diecimila cose, smettere di credere di avere ventotto malattie rare al giorno, smetterla di essere una frana con le persone, lasciarle andare a caso e poi pentirsene e poi riprenderle e poi pentirsene di nuovo. Un’altra parte di me, quella che ha letto troppo Foucault arrivando a non capirci più un cazzo, quella che riflette sempre troppo, invece, spera che la psichiatria del futuro non sia davvero così, con gli stati d’animo programmati giorno per giorno in base a quello che serve, quello che ti rende più produttivo e funzionale (funzionale è una parola orribile quando si parla di persone).

Detesto le menate sulla depressione che ti aiuta a riflettere, sulla pazzia come forma di normalità ™ e tutte quelle cose motivazionali da foto brutte condivise su Facebook a catena: se stai male stai male e basta, a volte il pulsante lo devi premere e basta e anche adesso mentre scrivo vorrei un pulsante che mi aiuti a smettere di pensare che questa bolla che mi è spuntata al centro dello sterno da qualche giorno sia sintomo di una malattia mortale o che il mal di schiena sia sintomo di una qualche altra malattia ancora più mortale, e per uscire da tante altre cose. Però concordo pure con Mark Fisher quando dice che certe forme di depressione e di disagio psichico in genere (la bulimia di cui ho sofferto per anni e di cui ho ancora gli strascichi sicuramente) possano essere meglio comprese e combattute attraverso schemi impersonali e politici, piuttosto che individuali e psicologici. E ho paura che cose come il modulatore di umore Penfield di Blade Runner con gli stati umorali programmati impediscano di vedere questi schemi politici, impediscano di comprendere, di chiedersi cose come “Perchè diamine ho bisogno di un pulsantino per essere una persona funzionale?” o “Che cazzo vuol dire essere una persona funzionale?“, salvo usare trick tremendi come quello delle sei ore di depressione autoaccusatorie. Vorrei contemporaneamente qualcosa che mi salvi istantaneamente da tutto questo casino nel cervello e qualcosa che non trasformi il mio umore in un prodotto del capitalismo selvaggio. Vorrei tutto. “Vogliamo tutto” vale anche nella psichiatria del futuro.

Mi viene anche da pensare che il capovolgimento tra gli androidi capaci di provare emozioni e gli esseri umani con le emozioni appiattite, codificate e programmate sia una chiave di lettura di Blade Runner interessantissima ma questo è l’ennesimo corollario del riflettere troppo e quindi magari lo svisceriamo un altra volta.

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