Hedgehog’s dilemma

«Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere.

A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.»

La comunicazione è stata il primo dei cardini della mia personale mitopoiesi, non solo nel senso classico – quello secondo cui è il cardine di tutte le mitopoiesi del mondo – ma anche in un senso molto più profondo e personale: mia nonna ormai ultranovantenne e tre quarti dei miei parenti vicini e lontani quando parlano di me amano ricordare e raccontare come se fossero leggende da trasmettere oralmente storie riguardo al fatto che io abbia straordinariamente iniziato a parlare a sei mesi e altre storie su come solo qualche mese dopo amassi interloquire in un bambinese che nonostante tutto era già abbastanza intellegibile con passanti sconosciuti fermati in strada in ogni dove. Non so precisamente dove finisca la verità e dove inizi la leggenda e ad oggi hanno raccontato queste storie così tante volte che hanno finito per generare automaticamente dei ricordi che non sapevo di avere, come in una sorta di iperstizione in reverse.
Il secondo dei cardini della mia personale mitopoiesi è stato l’empatia – o sensibilità che dir si voglia: alle elementari andavo al catechismo (mi ci portavano) e quando mi raccontavano le storie dei bambini africani che morivano di fame mi dispiaceva al punto da stare male, anche se all’epoca attribuivo la responsabilità della questione ad una generica e informe sfortuna piuttosto che all’imperialismo capitalista bianco.

Le prime cose che ho scritto e collettivizzato erano letterine scritte e lette in chiesa durante la notte di Natale in cui tentavo di convincere signore di mezza età in pelliccia e collana di perle a sborsare soldi per i suddetti bambini poveri e per la gloria di Gesù bambino. L’ho fatto dai sei agli otto anni o giù di lì, poi ho smesso e mi sono concentrata sullo scrivere temi per scuola e partecipare a concorsi provinciali farlocchissimi.

Che diamine di nesso hanno Gesù, i bambini poveri e le mie personali leggende fondative (che è una perifrasi poetica per “cazzi miei”) con Neon Genesis Evangelion e Schopenauer (sì, la citazione sotto al video è di Schopenauer), a parte il fatto che il secondo è citato nel primo che sto rivedendo nelle ultime settimane?

Il nesso è che a un certo punto, più o meno verso la fine dell’adolescenza, ho sviluppato il mio terzo superpotere, quello più distruttivo (e autodistruttivo) di tutti: l’overthinking. In virtù di ciò ho passato giorni, settimane, anni interi a riflettere su quanto l’interazione con gli altri, il sentire gli altri e il comunicare con gli altri mi definissero come persona (come del resto – ma lo avrei scoperto solo dopo – fanno anche NGE, Schopenauer e in un certo senso anche Deleze). Sul piano filosofico: dove finisco io come individuo e dove inizia la me stessa che vive e che è definita attraverso il rapporto con gli altri? Su quello psicologico: come posso fare a trovare un equilibrio tra il mio proprio benessere e l’interazione col prossimo? Come posso fare a conciliare la necessità di conservare un mio safe space con la necessità di stabilire reti, rapporti ed entrare in comunità?

La risposta che mi sono data (o che ho scelto di darmi) è che l’unica via d’uscita dal dilemma è e deve essere politica e che la politica che pratico e che voglio si situa esattamente all’intersezione invisibile e estremamente labile tra la me stessa individuale e la me stessa definita dal rapporto con gli altri, tra il mio safe space e quello altrui e del resto, di contro, la tossicità delle relazioni e il ferirsi assume spesso nomi che si chiamano patriarcato o capitalismo. Ed è per l’appunto contro il patriarcato e il capitalismo che dovremmo usare i nostri aculei da porcospini.

Di alieni, bulimia e autonarrazione

Sto rileggendo Aliens & anorexia di Chris Kraus a due anni di distanza dalla prima volta perchè mi sono fissata con questa idea bislacca di scrivere qualcosa di lungo – un longform, come li chiama la gente cool – su xenofemminismo e disturbi dell’alimentazione. Non ho ancora iniziato a scriverlo, però in compenso mi è tornata, fortissima, violentissima, la voglia di scrivere in genere di bulimia, disagio psichico e di tutta la roba con cui combatto da quasi dieci anni e di cui scrivo in giro da quasi dieci anni. C’è un passaggio del libro in cui la Kraus parla di Simone Weil (come in altri duecento passaggi del libro, del resto) che mi ha folgorata, per quanto mi si cuce bene addosso e per quanto parla bene delle cose che provo a dire da un pezzo sul tentativo di autoraccontarsi, di raccontare le fragilità e il senso di inadeguatezza in un modo che possa essere politico.

Weil’s awareness of her personal imperfections made her sensitive to all the imperfection in the world

Chris Kraus, Aliens & anorexia

Mi sembra che sia molto simile ad una delle mie cose preferite mai scritte, cioè questo articolo di Paul Preciado su Internazionale sul coraggio di essere sè.

Proprio perché vi amo, voglio che siate deboli e disprezzabili. Perché è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione.

Paul B. Preciado

Non so esattamente perchè ho iniziato a scrivere di me, non è stata una cosa consapevole e questa idea del trasformare la condivisione delle mie fragilità in un’azione di lotta politica è arrivata in corso d’opera, mentre lo stavo già facendo. Ho dovuto lottare dal primo momento, da ancora prima che scrivessi la prima lettera sul primo foglio bianco virtuale del mio primo blog sfigato, con le vocine interiori autoaccusatorie che continuavano a ripetermi cose come “rischi di romanticizzare la merda che hai in testa anche se romanticizzare la merda è una cosa che ti ha fatto sempre schifo” o “stai facendo solo self-loathing” o “lo fai solo perchè cerchi approvazione”. Poi ho dovuto lottare con il banalissimo “quello che stai scrivendo fa schifo, non ne sei in grado” e poi, ancora, con il senso di responsabilità derivato da tutte le persone che nel corso degli anni mi hanno scritto dicendomi che leggermi le aveva aiutate, o qualcosa del genere.  Lo faccio ancora adesso, mentre sto scrivendo, ma la differenza è che provo a trasformare l’autoaccusa in autoconsapevolezza. Quanto alla responsabilità, invece, Vi amo, miei coraggiosi simili ma non scrivo per aiutare qualcuno, scrivo egoisticamente per aiutare me stessa e idealisticamente perchè spero che si inneschi un sentimento comune di lotta contro lo stato di cose esistenti, contro il patriarcato e contro il capitalismo che di tutti questi disagi sono i primi responsabili, un aiutarsi collettivamente con e nella lotta partendo da sè stessi, dalle proprie imperfezioni e dalle proprie fragilità e collettivizzando le proprie imperfezioni e le proprie fragilità. Non l’empowerment che predicano i liberal, non il diventare forti uccidendo le proprie debolezze ed eliminandole, quindi, ma prendere le proprie debolezze e farle diventare armi, abbracciarle e farsi abbracciare da esse, raccontarle per collettivizzarle come antidoto contro la solitudine (anche questa è una citazione, di David Foster Wallace, per inciso).

E ho deciso, a mesi, forse anni di distanza dall’ultima volta, di riprendere a farlo.