Zero_sottrazione/sovversione

A un certo punto della mia vita, quando ormai l’adolescenza volgeva al termine o quasi, iniziai a frequentare uno spazio occupato nella città in cui facevo pure il liceo.

Dopo anni passati a fare i conti con l’essere la weird marginalizzata, la Carrie di Stephen King (che però a differenza di quella originale non sviluppa nessuna strana abilità psichica e non è interpretata nè da Sissy Spacek, nè da Chloe Grace Moretz) della edgeland del centro Sud in cui vivevo, credevo di aver finalmente trovato il mio posto nel mondo o qualcosa che ci assomigliasse. Capii presto che mi sbagliavo, e non solo per i motivi che adesso, a più di dieci anni di distanza, pur non essendo stati (purtroppo) risolti, sembrano quasi banali grazie alle numerose prese di posizione femministe nel denunciare il sessismo nei movimenti: il mio caso era, per certi versi, più complesso.

Long story short: la situazione disagiata dei trasporti nel centro-Sud fa sì che, nonostante i dieci minuti scarsi di viaggio che si impiegano in teoria per arrivare dal paesello edgeland alla città (o alla cosa che qui assomiglia di più a una città vera), non esistano mezzi pubblici di collegamento ad orari decenti e non si può fare altro che andare avanti e indietro in auto. Peccato che io, l’auto, non sia in grado di guidarla. Peccato che il significato di “attivismo politico” venga preso alla lettera e se non sei attivo, se non fai cose e non produci perchè non ne sei in grado per un motivo qualsiasi, finisci al grado zero della piramide sociale o quasi, e fa ancora più male di tutti gli altri gradi zero-o-quasi di tutte le altre piramidi sociali perchè è un posto in cui le piramidi sociali non ti aspetteresti di trovarle.

Non riuscendo a risolvere il conflitto interiore tra i sensi di colpa che mi provoca il chiedere di accompagnarmi ed essere di peso al prossimo e quelli che mi provoca il non riuscire ad esserci finisco per il disertare i movimenti per quasi due anni. Poi mi trasferisco, finalmente in città, un’altra, una più grande di quella di prima, quasi vicina all’essere una metropoli: a quel punto, però, le edgeland e le difficoltà con i trasporti sono stati sostituiti dalla depressione, dall’ansia sociale e dagli attacchi di panico e anche il mio secondo tentativo con i movimenti finisce male per le stesse identiche ragioni del primo. Non riesco ad esserci abbastanza.

Emptiness is loneliness and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and God is empty just like me
Intoxicated with the madness, I’m in love with my sadness
Bullshit fakers, enchanted kingdoms
The fashion victims chew their charcoal teeth

Intanto, Facebook è la panacea perfetta per il senso di colpa da assenza: se nei primi anni, infatti, ci sono ancora quelli che ergendosi a profeti della vera rivoluzione (™) continuano a ripetere in loop il mantra diffidente secondo cui “La vera rivoluzione si fa nelle strade”, poi stare sui social inizia a diventare sempre più imperativo collettivamente, e l’idea che i social siano uno spazio da presidiare ed abitare diventa quasi la norma. L’idea di presenza, l’idea di esserci e di fare, viene traslata, metaforizzata dal piano del reale a quello del virtuale ed è più o meno a questo punto che iniziano a partire i miei primi campanelli d’allarme e che il mio cervello inizia a non reggere più l’imperativo morale della presenza, nemmeno se si tratta di presenza virtuale. Vado in overload, in burnout. Resisto ancora per un po’, poi provo a sottrarmi, anche se non riesco a sottrarmi del tutto, perchè resta il senso di colpa, lo stesso che mi attanagliava quando non riuscivo ad esserci fisicamente al tempo degli spazi occupati, lo stesso che mi urla continuamente che non posso permettermi di non fare niente.

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Di recente ho riletto “Zeros + Ones” di Sadie Plant e ho riflettuto sul modo in cui parla dello zero, del vuoto e in definitiva dell’assenza come qualcosa di potente e dirompente e in un periodo in cui si parla di riempire le piazze il più possibile, di sardine, di cose che ad una con l’ansia sociale tipo me, al di là delle valutazioni politiche pure, fanno mancare l’aria solo a pensare all’idea di troppe persone concentrate in una piazza, mi chiedo se sia possibile pensare ad un tipo di sovversione che si basi non sulla presenza e sull’esserci ma sul vuoto, sull’assenza, magari sul colonizzare le edgeland, sul riprenderci i margini. Non riesco ancora a darmi una risposta.

Ballardismo applicato(²)

Ho diciassette anni, vado al liceo scientifico in città e per tornare a casa prendo un autobus extraurbano blu, vecchio e sgangherato, così pieno di gente che qualcuno finisce per stare in piedi. Io e i miei amici però arriviamo sempre presto e ci accaparriamo i posti in fondo. Il pullman è un ecosistema sociale a sè stante, funziona come i teenage drama americani, e ha le sue tribù, spesso ricalcate pedissequamente su quelle dei teenage drama americani. Nei posti in fondo ci stanno i badass, quelli contemporaneamente cool e ribelli. Io sono una outsider a cui piace il post-punk e dietro ci sto solo perchè in quel periodo siamo tutti in fissa col popper che uno del gruppo ha portato dalla gita a Berlino e se vuoi snasare devi sederti dietro, nascosto alla vista di autista e controllore. Nel periodo del popper e dei posti in fondo leggo ossessivamente un libro, si chiama “La mostra delle atrocità” di James Graham Ballard e come gran parte dei miei simili, gli adolescenti outsider a cui piace il post-punk, l’ho scoperto grazie ad Atrocity Exhibition dei Joy Division e a una ricerca su un internet ibrido, a metà strada tra quello mitico delle origini e quello ipernormalizzato di adesso. Non ci capisco un cazzo e non so se sia il libro, il troppo popper misto all’euforia da retro dell’autobus o un misto di tutto. Vado avanti comunque, lo finisco.

Asylums with doors open wide Where people had paid to see inside For entertainment they watch his body twist Behind his eyes he says, ‘I still exist.’

Più o meno verso la fine di “Ballardismo Applicato” c’è questo tizio che si chiama Philip e che è uno dei tanti companions (lo lascio in inglese non tanto per fare la fica – cioè, sì, forse anche, un po’ sì – ma perchè lo intendo nel senso videoludico/gdristico del termine, ndr) del narratore, che parla di Marion Shoard e del concetto di edgeland.

(…)edgeland, terra liminale, per descrivere la zona di compenetrazione tra urbanità e ruralità, la misteriosa interzona che circonda tutte le città e che Shoard definì come un luogo imprevisto, spesso ignorato e per molti aspetti indecifrabili (…) Marion mi ha insegnato che le edgelands intrattengono con l’ambiente urbano la stessa relazione che c’è tra mente umana e inconscio: un ripostiglio di paure, desideri e repressione

Il posto in cui ho vissuto tre quarti della mia vita, in cui tornavo con l’autobus blu del popper tutti i giorni quando andavo alle superiori e in cui sono tornata a vivere adesso per una serie di sfortunati eventi è un’enclave di duemila abitanti adiacente a uno svincolo della superstrada che collega l’hinterland con l’A1 (la vedo da casa mia se mi affaccio, la superstrada). Ci vogliono dieci minuti per arrivare in città (una città di provincia, of course, ma comunque più città di dove viviamo noi) e quindi vanno praticamente tutti lì o quasi per fare qualsiasi cosa: per andare a scuola, per fare la spesa, per andare in libreria, per andare al ristorante. É un luogo ibrido, liminale, troppo vicino alla città per sviluppare una propria identità di paesello rurale e troppo lontano per farne effettivamente parte, e finisce che ti infetta e diventi anche tu un ibrido, ai margini di qualsiasi cosa perchè è dai margini che vieni. Potergli dare un nome, grazie a Sellars e a Marion Shoard è quasi confortante. Edgeland.

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Ho diciotto anni e la edgeland ha infettato ogni aspetto della mia esistenza, diventando anche un tempo oltre che uno spazio. Stanno ristrutturando casa mia, vivo da mio nonno, in quella che era stata la vecchia stanza di mio zio. É il periodo tra le prove scritte e l’orale della maturità, dovrei studiare perchè si aspettano tutti un cento, magari anche la lode. Non lo faccio, per qualche motivo non ci riesco, il limbo progressivamente mi infetta, finisce per sembrarmi accogliente. Il futuro mi congela il cervello. C’è una citazione di “Rabbia” di Chuck Palahniuk che dice una cosa tipo “Quando esattamente il futuro è passato dall’essere una promessa all’essere una minaccia?” e la me di quel periodo la sente un sacco mia. Adesso penso che Chuck Palahniuk mi faccia un sacco di tenerezza (tenerezza non è la parola giusta, forse la sto usando solo per via della sindrome premestruale) perchè è chiarissimo, lampante, che vorrebbe essere Ballard ma non ci riesce, riesce ad essere bravo, a vendere, ad essere di culto, ma non ad essere Ballard e nemmeno – a differenza di Sellars – ad avere il coraggio di ammettere che vorrebbe essere Ballard. Comunque, in questa congiunzione spaziotemporale liminale, in questa edgeland dell’esistenza che è il periodo immediatamente precedente alla maturità, mi ricordo dell’esistenza dei giochi di ruolo by chat che avevo scoperto per la prima volta a quindici anni. Ci ripiombo dentro. Non ne uscirò mai più.

This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.

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Nei pressi del pezzo del libro che parla di edgeland si parla anche di tralicci. I tralicci sono uno dei cardini della mitologia di uno dei miei anime preferiti, ovvero “Serial Experiments Lain“. In “Serial Experiments Lain” si definisce metaforizzazione la capacità di riprodurre sè stessi nella rete. Ogni processo di creazione di un personaggio in un gioco di ruolo online è una metaforizzazione parziale mascherata e rimossa (“non confondere te stesso e il tuo personaggio” è uno dei diktat morali del presunto bravogiocatore tm e se non sei bravo a mascherare la metaforizzazione finisci marginalizzato anche nella comunità dei giocatori in cui eri entrato per sfuggire alla marginalizzazione del mondo reale). Da sfaccettature della personalità del giocatore nascono personaggi, che vivono le proprie vite insieme ai personaggi altrui, seguendo le regole del demiurgo/master e poi muoiono o continuano a vivere al di fuori dello spazio reale del gioco quando lo spazio reale del gioco chiude e il sito si svuota o quando il giocatore cancella la propria iscrizione al gioco. L’identità del giocatore si decompone, si frammenta, generando diversi personaggi (contemporaneamente o sequenzialmente nel tempo). Mi sono chiesta spesso cosa avrebbe detto Deleuze dei giochi di ruolo via chat e mi sono chiesta spesso come mai nei giri di quelli bravi a scrivere di theory nessuno ne parlasse. Ci arrivano sempre vicinissimi ma non colgono mai il punto perchè o parlano di giochi di ruolo cartacei che non è la stessa cosa perchè manca il processo di metaforizzazione, il superare il limite del corpo del giocatore o sono sull’altro fronte e parlano di rete, superare i limiti del corpo e metaforizzazione senza parlare di personaggi e mondi paralleli.

Il pezzo di “Ballardismo Applicato” – più o meno a metà – su Second Life è quello che va più vicino alla cosa che avrei sempre voluto leggere su giochi, personaggi e identità.

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Ho ventisei anni. Dopo “La mostra delle atrocità” ho comprato altri libri di Ballard. Non ne ho fatto un culto, almeno non consapevolmente, ma continuavo a leggere cose e poi a metterle in libreria, con tutto il resto e con i libri di medicina che dopo il fallimento della mia prima carriera universitaria vorrei vendere. A metà ottobre nella edgeland in cui continuo a vivere c’è una specie di alluvione. La mia stanza si riempie d’acqua per un quarto e l’umidità infetta tutto. Si genera una strana muffa nera che progressivamente, nel giro di un altro paio d’anni, infetta tutti i miei libri o quasi prima che io riesca a capire come intervenire. Non riesco a salvare nè quelli di medicina che avrei voluto rivendere, nè gran parte di quelli di Ballard. La muffa nera che infetta tutto come il cancro nero alieno di X-Files adesso, a ripensarci, mi sembra una metafora, non so se della realtà, della depressione, del capitalismo o di tutte e tre le cose insieme.

In arenas he kills for a prize,
Wins a minute to add to his life.
But the sickness is drowned by cries for more,
Pray to God, make it quick, watch him fall.

Ho quasi trentun’anni e esco da un periodo piuttosto lungo di depressione e fallimenti. La fine del mio secondo tentativo con l’accademia si avvicina e vorrei scappare di nuovo via velocissima perchè di nuovo, esattamente come nella edgeland temporale tra gli scritti e l’orale della maturità, il terrore del futuro incerto mi paralizza in questo presente/limbo. La depressione, come la muffa nera dei libri, mi ha fatto buttare un sacco di relazioni e ha mandato all’aria un sacco di occasioni, oltre ad anestetizzarmi il cervello e rendermi incapace di trovare piacere in cose che prima me ne davano, come leggere o scrivere. In questi anni sia leggere che scrivere sono stati uno sforzo tremendo: cercavo di tenermi al passo con l’immagine che io stessa avevo di me e che gli altri (quelli che non ero ancora riuscita a deludere, almeno) avevano di me, scrivevo senza convinzione come se timbrassi il cartellino di una visibilità ormai in declino, leggevo arrancando, aggrappandomi agli echi di quando sembravo una giovane donna brillante. La farsa, però, stava collassando.

You’ll see the horrors of a faraway place,
Meet the architects of law face to face.
See mass murder on a scale you’ve never seen,
And all the ones who try hard to succeed.

Probabilmente sta ancora collassando, ma ho smesso di dare peso alla cosa. Un paio di settimane fa, reduce dall’ennesima convivenza con sconosciute finita di merda, dall’ennesimo trasloco e dall’ennesimo fallimento, mentre cercavo di capire cosa fare della mia vita, giravo a casaccio sull’Amazon Store. Di “Ballardismo Applicato” avevo letto prima ancora di sapere dell’uscita italiana per Nero, perchè ne aveva parlato gente sparsa in giro nella mia bolla (tipo Enrico Monacelli, che ne ha parlato anche su Not più di un anno fa, per esempio), però non avevo mai approfondito, non avevo letto le recensioni e pensavo fosse un saggio su Ballard, l’ennesima roba theory che sì, ok, fica, ma bene o male ruota intorno agli stessi concetti che ormai nei nostrigiri (™) abbiamo imparato a conoscere e approfondito in lungo e largo. Non avevo in programma di comprarlo, sia perchè ero poverissima, che perchè, per l’appunto, pensavo fosse un saggio su Ballard e per quanto mi piacesse Ballard non avevo voglia di leggere un saggio su Ballard. Quindi, quando ho cliccato su acquista nell’Amazon Store durante il giro a casaccio di cui sopra, l’ho fatto d’impulso, senza nemmeno sapere se i soldi che avevo sulla Postepay bastassero e quando ho iniziato a leggerlo due giorni dopo, perchè insomma, ormai l’avevo comprato e quindi dovevo leggerlo, non avevo aspettative. Al primo capitolo ero già incollata. A metà sentivo il bzz delle sinapsi che lavoravano. A tre quarti stavo scrivendo duecentomila cose sul quadernino (tipo cose sul fatto che la grande letteratura sia un processo collettivo, scrittori che scrivono per parlare con altri scrittori, o che scrivono note e riflessioni sui lavori di altri scrittori come ha fatto Ada Lovelace con il lavoro di non mi ricordo chi – lo dice Sadie Plant in “Zeros + Ones“, che ho riletto dopo “Ballardismo Applicato“, però – o come fa, appunto, Sellars qui, e duecentomila altre riflessioni che, come questa, devo ancora sviluppare e chissà dove andranno a parare). Alla fine è stato come se le pasticche con la colomba, metaforizzate nel mio cervello attraverso la lettura del libro, abbiano iniziato a combattere contro la muffa nera e a farla progressivamente arretrare, facendomi tornare la voglia di scrivere, di leggere e di riflettere sulle cose, quindi, sebbene questa non sia una recensione, consiglio tantissimo di leggerlo, di parlarne e di discuterne.

And I picked on the whims of a thousand or more,
Still pursuing the path that’s been buried for years,
All the dead wood from jungles and cities on fire,
Can’t replace or relate, can’t release or repair,
Take my hand and I’ll show you what was and will be.

All’inizio di “Ballardismo Applicato” si parla di Incarichi Sotterranei, che sono una cosa affine alla sincronicità di Jung, però la contemporaneità è data dal fatto che la tempolinea non è lineare ma aggrovigliata su sè stessa e quindi le cose connesse nel groviglio sono contemporanee ma nella percezione del tempo come lineare sembrano anche lontane nel tempo. Vorrei saperlo spiegare meglio, ma non ci riesco, però mi viene in mente che anche l’aver comprato e letto “La Sincronicità” di Jung, di cui sto parlando adesso in questa cosa che ho avuto voglia di scrivere dopo aver letto “Ballardismo Applicato“, dopo aver giocato ad un gioco di ruolo by chat in cui il concetto di Sincronicità era centrale, mi sembra un incarico sotterraneo. E anche tutte le cose che ho scritto sopra. L’autobus blu col popper, i Joy Division, la muffa nera, i giochi di ruolo e tutto il resto.

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«Le nostre vite sono percorse da incarichi sotterranei», concluse. «Le coincidenze non esistono»

Incarichi sotterranei. 

Avrei presto imparato qual era il vero significato di quelle parole. Avrei capito che tutto è soggetto a connessioni profonde, che la nostra mente conscia non può decifrare.