Letturine 2020 #4

Ultima puntata delle microrecensioni delle mie letture del 2020. Trovate qui la prima, qui la seconda e qui la terza.


1 • Storia della morte in Occidente, Philippe Ariès (BUR, 1998) Scoperto grazie a Joan Didion, che lo menziona nel suo “L’anno del pensiero magico“, sono felicissima di averlo letto perchè mi sembra imprescindibile e mi sembra imprescindibile pure incominciare a liberarci del tabù intorno alla morte ed al lutto ed iniziare a trattare più spesso e più diffusamente questi argomenti senza i quali qualsiasi analisi politica, sociale e culturale risulta di fatto monca. Sebbene tratti un argomento complesso e vasto e sebbene sia stato scritto circa quarant’anni fa ha il pregio di utilizzare un linguaggio e uno stile decisamente accessibili anche per i non addetti ai lavori.


2 • Tre libri di filosofia occulta, H.C. Agrippa Von Nettesheim. É un trattato di inizio ‘500 e leggerlo come si leggerebbe un libro contemporaneo, con un punto di inizio, una consequenzialità e un punto di fine risulta pesante ed ostico, anche e soprattutto perchè molti passaggi e molti argomenti sono ripetizioni di ripetizioni. Utilissimo e interessantissimo è invece usarlo come un breviario da consultare alla voce di interesse per approfondire la storia culturale di questa o quella pratica occulta.

3 • Rosemary’s Baby, Ira Levin (BigSUR, 2015). Ho amato il film di Polanski ma ho amato ancora di più il libro di Levin che, oltre ad essere un capolavoro di horror psicologico ansiogeno, è anche e forse soprattutto un trattato su gaslighting ed abuso psicologico (che fanno più paura dell’Anticristo).


4 • Fuori dal Dungeon. Genere, razza e classe nel gioco di ruolo occidentale, Marta Palvarini (Asterisco Edizioni, 2020).
Trovo che pensare e raccontare questo libro come un saggio che racconta la composizione sociopolitica dell’ambiente dei giochi di ruolo ai giocatori di ruolo (che quell’ambiente, quindi, già lo conoscono) sia restrittivo e controproducente e mi sembra, invece, molto più utile, auspicabile e quasi necessario che a leggerlo siano persone che dall’ambiente sono fuori, che lo conoscono poco o niente e che però vorrebbero capire gli intrecci tra i processi e le forme politiche contemporanee e la nerd culture, di cui il gioco di ruolo è e sarà sempre una parte consistente e che ultimamente trova sempre più spazio nel mainstream.

5 • La zona morta, Stephen King (Sperling&Kupfer, 2013). Unico libro che – shame on me – sono riuscita a leggere per il gruppo di lettura lanciato da Fiore Manni e Michele Monteleone, uno dei pochi di King che mi mancava (avevo vaghi ricordi solo del film di Cronenberg). Non uno dei migliori di King: se le premesse sono ottime, l’organizzazione dell’intreccio è un po’ maldestra, alcuni passaggi sono risolti in modo sbrigativo e i raccordi tra un punto e l’altro della storia sembrano un po’ deboli.


6 • Notti al circo, Angela Carter (Fazi Editore, 2017). All’inizio la scrittura eccessivamente barocca, quasi manieristica, e il fatto che la Carter ricamasse moltissimo sulle descrizioni, mi pesava. Poi, andando avanti, mi ci sono abituata ed ho iniziato ad apprezzare la storia e a capire che quella scrittura, quello stile barocco che mi aveva disturbata, non era altro che la trasposizione metatestuale del turbamento generato a Walser dagli eccessi di Sophie Fevvers. Avevo appena finito di leggerlo quando, per una meravigliosa coincidenza, è uscita una puntata di Monstrumana (uno dei miei podcast preferiti, che credo di aver già menzionato quando ho parlato di Frankenstein) dedicata proprio a questo libro che me l’ha fatto amare e capire ancora di più e che mi ha fatto rivalutare il valore della critica letteraria fatta bene, che stimola alla riflessione e guida il lettore tra i livelli e i sottotesti di quello che legge.


7 • Madre delle ossa, David Demchuk (Zona42, 2020). Credo che sia il mio libro preferito del 2020 e mi dispiace un sacco che se ne sia parlato davvero poco. É come se l’Antologia di Spoon River, Trilogia della Città di K della Kristòf, il post-esotismo di Volodine e il folk horror (precisamente quello slavo) si fossero fusi insieme in un’atmosfera da realismo magico nebbioso e soffuso infestando meravigliosamente il cervello. Punti bonus per la sempre ottima traduzione della Durastanti.


8 • Gotico femminile, AA.VV. (Jouvence, 2020). Un’antologia di racconti (o stralci di romanzi) di autrici più o meno famose che ci sottolinea e ci ricorda il legame imprescindibile tra le donne e il gotico.


9 • Girls Against God, Jenny Hval (Verso Books, 2020). Praticamente un manifesto di doomer feminism a metà tra la theory e l’autofiction. Bellissimo, spero che lo traducano anche in italiano e che si diffonda. Bonus points se lo si legge ascoltando un disco a caso di Jenny Hval e si rimestano nel cervello le parole e la musica. Unica nota negativa: in alcuni passaggi lo stile è ripetitivo e pesantino.


10 • Sirene, Laura Pugno (Marsilio, 2017). Me ne avevano parlato così bene che forse mi aspettavo troppo. Non mi è dispiaciuto e mi è piaciuta molto l’idea di mischiare fantascienza speculativa e mitologia/folk horror, però mi aspettavo decisamente altro. I riferimenti cyberpunk sono un po’ tanto sterotipati e soprattutto i personaggi sono molto – troppo – bidimensionali (Samuel che passa in dieci righe, assolutamente a caso, dal voler uccidere la madre di Mia al voler tenere Mia con sè è l’esempio più indicativo, ma è un difetto costante di tutto il libro). Qualcuno ha detto che la bidimensionalità dei personaggi è qualcosa di stilisticamente voluto e cercato per rappresentarne la disumanizzazione, però non è una spiegazione che mi convince molto.


11 • Carrie, Stephen King (Bompiani, 2017). Per una serie di ragioni, tipo il fatto che da adolescente in un paesello di 2500 abitanti ho avuto a che fare col bullismo e tipo il fatto che avrei voluto spaccare tutto come Carrie anche se poi non l’ho mai fatto e non solo perchè non avevo i poteri telecinetici, è uno dei miei libri della vita. L’ho riletto ad anni di distanza e con le ferite interiori di quindici anni fa ormai quasi rimarginate, eppure l’ho amato e ho sofferto come allora.


12 • Monster Theory: Reading Culture, a cura di Jeffrey Jerome Cohen (University of Minnesota Press, 1996). Saggio antologico sui mostri e sulla mostruosità (e sul loro legame con la marginalizzazione) nella letteratura. Un ottimo punto d’ingresso per avvicinarsi alla tematica da diversi punti di vista.

Letturine 2020 #3

Terza di quattro puntate sulle mie letture del 2020 con tanto di microrecensioni. Trovate la prima qui e la seconda qui.


1 • Città sola, Olivia Laing (Il Saggiatore, 2018). Uno dei miei libri preferiti del 2020. La Laing racconta le diverse sfaccettature della solitudine – da quella dell’era digitale a quella derivata dal non riuscire a stabilire connessioni nel mondo accelerato del postcapitalismo e dell’iperproduttività, a quella di cui si soffre anche quando si è circondati, stimati e apprezzati da un sacco di persone – attraverso le vite di artisti, fotografi e poeti più o meno noti. David Foster Wallace parlava della letteratura come antidoto contro la solitudine e questo libro, questo libro che parla di solitudine, letto in un momento storico in cui la solitudine forzata è la prassi, per me è stato esattamente questo.


2 • La scrittura non si insegna, Vanni Santoni (minimumfax, 2020). Non so se sia un buon manuale di scrittura, perchè purtroppo per i miei problemi con la scrittura a questo punto più che un buon manuale o un buon corso servirebbe un buon terapista, però è di sicuro un ottimo manuale di lettura: la parte della dieta (delle diete, per essere precisi, dal momento che Santoni ne propone diverse) è uno stimolo fortissimo a sfidare sè stessi e i grandi autori leggendo e rileggendo (e magari anche analizzando e sezionando) anche cose che ci sembrano difficilissime.


3 • Underworld, Don De Lillo (Einaudi, 2014). De Lillo è uno dei miei autori preferiti di sempre e Underworld è uno dei pochi libri di De Lillo che non avevo mai letto prima. Era in una delle diete del libro di Vanni Santoni di cui ho parlato poche righe più sopra e quindi ne ho approfittato. La costruzione del libro, l’intreccio e l’idea di fare di un oggetto inanimato – una palla da baseball, nello specifico – il vero protagonista di una vera e propria saga epica postmoderna è grandiosa. Quello che non ho amato e che fa finire questo libro tra quelli di De Lillo che mi sono piaciuti di meno è lo stile: a volte – spesso – si ha l’impressione che l’autore sia eccessivamente autocompiaciuto della magia della sua penna e che molti passaggi siano più prove muscolari di bella (bellissima) scrittura che davvero necessarie alla narrazione.


4 • L’anno del pensiero magico, Joan Didion (Il Saggiatore, 2017). Non so se leggere un libro sul lutto e sulla morte durante una pandemia sia stata un’ottima idea, non l’ho ancora deciso. Di sicuro il modo che ha la Didion di fare autofiction, di affrontare argomenti complicati raccontando sè stessa, mettendosi a nudo con le proprie fragilità e le proprie paure e trasformando queste fragilità e queste paure in punti di forza attraverso la scrittura ha avuto il potere di farmi tornare almeno un pochino la voglia di scrivere e raccontarmi dopo un periodo difficile in cui ho creduto di aver perso quasi completamente la voce.


5 • Chthulucene, sopravvivere su un pianeta infetto, Donna Haraway (NOT/Nero, 2019). Chthulucene è due libri in uno, metà fiction speculativa e metà saggio. Leggerlo dal punto di vista del saggio xenoaccel mi ha dato i problemi di rigetto e “been there, done that” che mi hanno dato praticamente tutti i saggi xenoaccel letti negli ultimi anni, leggerlo dal punto di vista della fiction speculativa invece è stato un piccolo miracolo, mi ha infettato il cervello e adesso sogno di diventare un ibrido umano/farfalla monarca.


6 • Tomie, Junji Ito (J-Pop, 2017). Sono una creatura assai poco emotiva e anche se amo thriller, horror e letteratura gotica è davvero molto raro che mi provochino ansia, paura e brividini. Junji Ito è una delle rarissime eccezioni a questa regola e credo di voler vivere per due secondi nella sua testa per capire come faccia a concepire le cose così weird da sembrare fuori dall’immaginazione umana che riesce a concepire.


7 • It, Stephen King (Sperling e Kupfer, 2013). Rilettura a quindici anni di distanza dalla prima volta, stessa magia della prima volta: esattamente come la narrazione di King la me stessa adolescente e la me stessa quasi adulta si sono fuse in una nella storia e nel Club dei Perdenti. Resta uno dei miei libri della vita.


8 • Persone Normali, Sally Rooney (Einaudi, 2019). L’ho trovato gradevole come forma di intrattenimento ma faccio molta fatica a capire per quale motivo sia diventato un caso letterario. Mi hanno un po’ disturbata le citazioni a Marx buttate qua e là un tanto al chilo per rendere il libro catchy per un certo tipo di pubblico che probabilmente senza citazioni di Marx avrebbe semplicemente arricciato il naso di fronte all’ennesimo libro pseudoromance, come se ci fosse qualcosa di male nel leggere pseudoromance senza citazioni di Marx.


9 • Remoria: la città invertita, Valerio Mattioli (minimumfax, 2019). É un libro talmente pieno di suggestioni fiche e stratificate e infettanti nel senso buono e bello del termine che gli posso perdonare addirittura il Roma(est)centrismo


10 • Il libro dei mostri, Rodolfo J. Wilcock (Adelphi, 2019). L’ho letto in una notte e il modo in cui affronta il tema della surrealtà e della mostruosità normalizzandola e facendola sembrare quasi ordinaria, quotidiana, è incantevole.

Letturine 2020 #2

Seconda di quattro puntate sulle mie letture del 2020 con tanto di microrecensioni. Trovate la prima qui

1 • Endymion, a poetic romance, John Keats (Edizioni Conoscere, 2017). In Endymion troviamo un Keats acerbo e ancora lontano dai capolavori dela maturità artistica. Proprio le imperfezioni e gli inciampi, i passaggi quasi adolescenziali nel loro essere semplicistici, tuttavia, sono l’aspetto di quest’opera a cui voglio più bene perchè mi fa entrare in contatto con il lato più umano e più “avvicinabile” di uno dei miei poeti preferiti di sempre.

2 • Vathek, William Beckford (in “I capolavori della letteratura horror”, Newton Compton, 2015). Un romanzo gotico con atmosfere alla Mille e una Notte e ambientazione mediorientale è qualcosa di cui, per la sua eccezionalità, forse è il caso di parlare, conoscere e far conoscere di più. L’unico difetto che ho trovato è che la scrittura a volte è così manieristica da risultare stucchevole, più che suggestiva.

3 • Frankenstein, Mary Shelley (Penguin Classics, 2003). Rilettura, anche se questa è stata la prima volta che l’ho letto in inglese. É uno dei miei libri preferiti di sempre e leggerlo negli stessi giorni in cui scoprivo Monstrumana, il mio podcast preferito del 2020 che parla dei mostri della letteratura e in cui ovviamente c’è una puntata sul capolavoro della Shelley, mi ha fatto scoprire aspetti nuovi di un testo che credevo di conoscere a memoria e mi ha fatto innamorare di nuovo come se l’avessi letto per la prima volta.

4 • Trilobiti, Breece DJ Pancake (ISBN Edizioni, 2005). Se il midwest emo fosse un libro, probabilmente sarebbe qualcosa del genere.

5 • Brevemente risplendiamo sulla terra, Ocean Vuong (La Nave di Teseo, 2019). Ocean Vuong nel suo primo romanzo racconta di vita suburbana, identità – etniche e di genere – liminali, queerness e margini e lo fa con una scrittura che riesce ad essere lirica e suggestiva senza diventare mai stucchevole e asfittica (resa benissimo, nell’edizione italiana, dall’ottima traduzione di Claudia Durastanti). L’unico difetto è che la storia, spesso, risulta un po’ debole e non riesce a sostenere la bellezza dello stile.

6 • Crocevia di punti morti, Matteo Grilli (effequ, 2020). Come ho scritto nella premessa della prima puntata di queste letturine, non sono veramente in grado di fare delle classifiche, ma se mi costringessero a farne una sono sicurissima che questo libro finirebbe nella top5. Anche questo è un romanzo che parla di margini e spazi liminali: quelli esteriori, tra la città e una provincia che non è quella stucchevolmente borghese di molta letteratura italiana degli ultimi anni, ma quella vera bellissima e marcissima che a tratti sembra affine a quella raccontata dal suddetto Pancake; quelli interiori, del passaggio tra un’adolescenza che a causa della precarizzazione post-capitalista è diventata troppo lunga e un’età adulta che sembra più una minaccia che altro; quelli di genere a metà strada tra il romanzo di formazione e il romanzo horror /weird e quelli stilistici, che attingono a piene mani dalla internet culture facendo da implicito manifesto al concetto di lingua come entità viva e in continua trasformazione (probabilmente non è casuale che a pubblicare questo romanzo sia stata la stessa casa editrice che si è fatta portavoce delle battaglie per una lingua più inclusiva). Dal punto di vista più emotivo la cosa che ho amato particolarmente è che l’autore non si limita a raccontare i margini ma ci insegna ad abitarli, abbracciarli ed amarli grazie allo stare insieme (e in questo, più che il King a cui è stato pur giustamente paragonato, mi ha ricordato molto una delle mie autrici preferite, Kathy Acker, che in Empire of the senseless scrive “We battle not in order to stay alive (…) but in order to love each other”).