Fuggire dalla performance, tornare al racconto #1

La (ri)comparsa di nomi come Brunetta, Gelmini e Carfagna sulla scena politica e nelle cronache ha più o meno prevedibilmente generato l’ennesima nostalgia per i presunti bei tempi andati e sebbene io sia convinta che la nostalgia acritica, anche (soprattutto?) quando è nostalgia di movimento è pericolosamente reazionaria, non ho potuto fare a meno di lasciarmi andare ai ricordi. Siccome sono come al solito un’egocentrica di merda, però, ho direzionato la nostalgia verso me stessa e mi sono messa a riflettere sulla me stessa di dieci anni fa. Poi, come capita di solito a noi overthinker professionisti, una riflessione si è sovrapposta all’altra in un groviglio confuso e alla fine ho deciso di provare a districare un minimo il groviglio con la scrittura. Questo racconto, che divido in puntate perchè mi sta venendo davvero troppo lungo, è quello che ne è venuto fuori

I • La costruzione di sè

Circa dodici anni fa il mio disturbo alimentare spegneva la sua seconda candelina e io, rispondendo ad un appello di un blog femminista molto in voga all’epoca che si chiamava Femminismo a Sud, decisi di provare a raccontare qualcosa della mia convivenza con la bulimia. Il post ottenne un sacco di riscontri e soprattutto avevo l’impressione che scrivere, raccontare della bulimia, in qualche modo mi aiutasse a stare meglio, sia perchè mi rendeva più semplice scendere a patti con il demone che mi infestava la testa che perchè mi faceva sentire utile alla lotta, ai movimenti e al mondo, permettendomi di incanalare le mie insicurezze e le mie fragilità, di sovvertirle e di trasformare in un percorso di rivolta che passava per l’autonarrazione. Non mi potevo permettere un terapista, dieci anni fa la terapia non era ancora socialmente accettata come adesso (non sto dicendo che la situazione attuale sia rosea, ma dieci anni fa era molto peggio) e per di più il triangolo relazionale tra me stessa, il mio disturbo e i miei genitori che all’epoca iniziavano ad attraversare i primi tumulti della crisi che li avrebbe portati alla separazione era un cazzo di disastro, quindi scrivevo, scrivevo, scrivevo qualsiasi cosa mi capitasse e/o mi passasse per la testa. Il mio primo blog, che si chiamava “La femme cannibale” (il titolo di una canzone degli UIan Bator), ebbe un discreto successo, o almeno così mi sembrava: Loredana Lipperini lo menzionò nelle pagine culturali di Repubblica, un sacco di gente mi scriveva ringraziandomi per le cose che scrivevo e visto che all’epoca non esisteva ancora Io, professione mitomane a farti sentire ridicolo ogni volta che gioivi per i tuoi stupidi ed effimeri successi su internet, mi ritrovai a vivere – bulimia a parte – un periodo relativamente felice, illuminato da una discreta stima di me stessa, delle mie presunte capacità di scrittura e della presunta utilità politica di quello che scrivevo.

All’epoca utilizzavo poco Facebook e la maggior parte della mia vita virtuale si svolgeva su Twitter e su Giap, il blog dei Wu Ming, oltre che sui blog che hanno preceduto questo su cui sto scrivendo ora. Si era creato più o meno spontaneamente un gruppo di persone che interagivano spesso tra loro costituendo (più o meno) una versione embrionale di quella che sarebbe poi diventata la mia filter bubble attuale e siccome all’epoca esistevano ancora gli spazi occupati, i centri sociali, la realtà fisica, i festival, le presentazioni dei libri e la possibilità di girare ed incontrarsi iniziai a mischiare la mia identità reale e la mia identità virtuale incontrando dal vivo alcune delle persone con cui interagivo nella pseudobolla e partecipando addirittura ad assemblee ed altri eventi pubblici in cui bisognava parlare a voce. Calare la virtualità nella realtà innescava nella mia testa un processo strano: da un lato era entusiasmante, eccitante, mi faceva sentire finalmente al centro delle cose che succedono e del fermento e libera dall’orizzonte del paesello da cui avevo cercato di scappare per tutta la vita e dall’altro era una specie di ordalia, una tortura autoimposta durante la quale piuttosto che dedicarmi a conoscere genuinamente la persona che avevo di fronte mi concentravo, da schifosa egocentrica quale sono – deve essere per via dell’ascendente leone – su me stessa, chiedendomi cosa pensasse l’altra persona di me e se avessi soddisfatto le sue aspettative sulla persona che ero e rispondendomi da sola che “sicuramente no“.

Pensavo a Keats, a quando racconta, profondamente deluso, del suo incontro con Wordsworth: si aspettava un genio brillante, si era ritrovato ad avere a che fare con un omuncolo mediocre. Io volevo così tanto e da così tanto tempo essere Keats che ero terrorizzata dall’idea di scoprirmi Wordsworth e all’epoca, quando mi illudevo ancora che almeno le mie fragilità e i miei difetti fossero solo miei, speciali ed eccezionali pur nella loro bruttura, pensavo di essere la sola al mondo a sentirmi in quel modo e mi sentivo l’unica persona fragile e sfigata in un mondo di persone fichissime, assertive e di successo.

Quello che è venuto dopo mi ha fatto non solo cambiare idea sull’eccezionalità delle mie ansie ma anche capire che si trattava della punta dell’iceberg, di uno dei tanti sintomi del capitalismo della performance. Di questo, però, parliamo nella prossima seduta di autoanalis-puntata, volevo dire puntata.