Letturine 2020 #4

Ultima puntata delle microrecensioni delle mie letture del 2020. Trovate qui la prima, qui la seconda e qui la terza.


1 • Storia della morte in Occidente, Philippe Ariès (BUR, 1998) Scoperto grazie a Joan Didion, che lo menziona nel suo “L’anno del pensiero magico“, sono felicissima di averlo letto perchè mi sembra imprescindibile e mi sembra imprescindibile pure incominciare a liberarci del tabù intorno alla morte ed al lutto ed iniziare a trattare più spesso e più diffusamente questi argomenti senza i quali qualsiasi analisi politica, sociale e culturale risulta di fatto monca. Sebbene tratti un argomento complesso e vasto e sebbene sia stato scritto circa quarant’anni fa ha il pregio di utilizzare un linguaggio e uno stile decisamente accessibili anche per i non addetti ai lavori.


2 • Tre libri di filosofia occulta, H.C. Agrippa Von Nettesheim. É un trattato di inizio ‘500 e leggerlo come si leggerebbe un libro contemporaneo, con un punto di inizio, una consequenzialità e un punto di fine risulta pesante ed ostico, anche e soprattutto perchè molti passaggi e molti argomenti sono ripetizioni di ripetizioni. Utilissimo e interessantissimo è invece usarlo come un breviario da consultare alla voce di interesse per approfondire la storia culturale di questa o quella pratica occulta.

3 • Rosemary’s Baby, Ira Levin (BigSUR, 2015). Ho amato il film di Polanski ma ho amato ancora di più il libro di Levin che, oltre ad essere un capolavoro di horror psicologico ansiogeno, è anche e forse soprattutto un trattato su gaslighting ed abuso psicologico (che fanno più paura dell’Anticristo).


4 • Fuori dal Dungeon. Genere, razza e classe nel gioco di ruolo occidentale, Marta Palvarini (Asterisco Edizioni, 2020).
Trovo che pensare e raccontare questo libro come un saggio che racconta la composizione sociopolitica dell’ambiente dei giochi di ruolo ai giocatori di ruolo (che quell’ambiente, quindi, già lo conoscono) sia restrittivo e controproducente e mi sembra, invece, molto più utile, auspicabile e quasi necessario che a leggerlo siano persone che dall’ambiente sono fuori, che lo conoscono poco o niente e che però vorrebbero capire gli intrecci tra i processi e le forme politiche contemporanee e la nerd culture, di cui il gioco di ruolo è e sarà sempre una parte consistente e che ultimamente trova sempre più spazio nel mainstream.

5 • La zona morta, Stephen King (Sperling&Kupfer, 2013). Unico libro che – shame on me – sono riuscita a leggere per il gruppo di lettura lanciato da Fiore Manni e Michele Monteleone, uno dei pochi di King che mi mancava (avevo vaghi ricordi solo del film di Cronenberg). Non uno dei migliori di King: se le premesse sono ottime, l’organizzazione dell’intreccio è un po’ maldestra, alcuni passaggi sono risolti in modo sbrigativo e i raccordi tra un punto e l’altro della storia sembrano un po’ deboli.


6 • Notti al circo, Angela Carter (Fazi Editore, 2017). All’inizio la scrittura eccessivamente barocca, quasi manieristica, e il fatto che la Carter ricamasse moltissimo sulle descrizioni, mi pesava. Poi, andando avanti, mi ci sono abituata ed ho iniziato ad apprezzare la storia e a capire che quella scrittura, quello stile barocco che mi aveva disturbata, non era altro che la trasposizione metatestuale del turbamento generato a Walser dagli eccessi di Sophie Fevvers. Avevo appena finito di leggerlo quando, per una meravigliosa coincidenza, è uscita una puntata di Monstrumana (uno dei miei podcast preferiti, che credo di aver già menzionato quando ho parlato di Frankenstein) dedicata proprio a questo libro che me l’ha fatto amare e capire ancora di più e che mi ha fatto rivalutare il valore della critica letteraria fatta bene, che stimola alla riflessione e guida il lettore tra i livelli e i sottotesti di quello che legge.


7 • Madre delle ossa, David Demchuk (Zona42, 2020). Credo che sia il mio libro preferito del 2020 e mi dispiace un sacco che se ne sia parlato davvero poco. É come se l’Antologia di Spoon River, Trilogia della Città di K della Kristòf, il post-esotismo di Volodine e il folk horror (precisamente quello slavo) si fossero fusi insieme in un’atmosfera da realismo magico nebbioso e soffuso infestando meravigliosamente il cervello. Punti bonus per la sempre ottima traduzione della Durastanti.


8 • Gotico femminile, AA.VV. (Jouvence, 2020). Un’antologia di racconti (o stralci di romanzi) di autrici più o meno famose che ci sottolinea e ci ricorda il legame imprescindibile tra le donne e il gotico.


9 • Girls Against God, Jenny Hval (Verso Books, 2020). Praticamente un manifesto di doomer feminism a metà tra la theory e l’autofiction. Bellissimo, spero che lo traducano anche in italiano e che si diffonda. Bonus points se lo si legge ascoltando un disco a caso di Jenny Hval e si rimestano nel cervello le parole e la musica. Unica nota negativa: in alcuni passaggi lo stile è ripetitivo e pesantino.


10 • Sirene, Laura Pugno (Marsilio, 2017). Me ne avevano parlato così bene che forse mi aspettavo troppo. Non mi è dispiaciuto e mi è piaciuta molto l’idea di mischiare fantascienza speculativa e mitologia/folk horror, però mi aspettavo decisamente altro. I riferimenti cyberpunk sono un po’ tanto sterotipati e soprattutto i personaggi sono molto – troppo – bidimensionali (Samuel che passa in dieci righe, assolutamente a caso, dal voler uccidere la madre di Mia al voler tenere Mia con sè è l’esempio più indicativo, ma è un difetto costante di tutto il libro). Qualcuno ha detto che la bidimensionalità dei personaggi è qualcosa di stilisticamente voluto e cercato per rappresentarne la disumanizzazione, però non è una spiegazione che mi convince molto.


11 • Carrie, Stephen King (Bompiani, 2017). Per una serie di ragioni, tipo il fatto che da adolescente in un paesello di 2500 abitanti ho avuto a che fare col bullismo e tipo il fatto che avrei voluto spaccare tutto come Carrie anche se poi non l’ho mai fatto e non solo perchè non avevo i poteri telecinetici, è uno dei miei libri della vita. L’ho riletto ad anni di distanza e con le ferite interiori di quindici anni fa ormai quasi rimarginate, eppure l’ho amato e ho sofferto come allora.


12 • Monster Theory: Reading Culture, a cura di Jeffrey Jerome Cohen (University of Minnesota Press, 1996). Saggio antologico sui mostri e sulla mostruosità (e sul loro legame con la marginalizzazione) nella letteratura. Un ottimo punto d’ingresso per avvicinarsi alla tematica da diversi punti di vista.

Letturine 2020 #3

Terza di quattro puntate sulle mie letture del 2020 con tanto di microrecensioni. Trovate la prima qui e la seconda qui.


1 • Città sola, Olivia Laing (Il Saggiatore, 2018). Uno dei miei libri preferiti del 2020. La Laing racconta le diverse sfaccettature della solitudine – da quella dell’era digitale a quella derivata dal non riuscire a stabilire connessioni nel mondo accelerato del postcapitalismo e dell’iperproduttività, a quella di cui si soffre anche quando si è circondati, stimati e apprezzati da un sacco di persone – attraverso le vite di artisti, fotografi e poeti più o meno noti. David Foster Wallace parlava della letteratura come antidoto contro la solitudine e questo libro, questo libro che parla di solitudine, letto in un momento storico in cui la solitudine forzata è la prassi, per me è stato esattamente questo.


2 • La scrittura non si insegna, Vanni Santoni (minimumfax, 2020). Non so se sia un buon manuale di scrittura, perchè purtroppo per i miei problemi con la scrittura a questo punto più che un buon manuale o un buon corso servirebbe un buon terapista, però è di sicuro un ottimo manuale di lettura: la parte della dieta (delle diete, per essere precisi, dal momento che Santoni ne propone diverse) è uno stimolo fortissimo a sfidare sè stessi e i grandi autori leggendo e rileggendo (e magari anche analizzando e sezionando) anche cose che ci sembrano difficilissime.


3 • Underworld, Don De Lillo (Einaudi, 2014). De Lillo è uno dei miei autori preferiti di sempre e Underworld è uno dei pochi libri di De Lillo che non avevo mai letto prima. Era in una delle diete del libro di Vanni Santoni di cui ho parlato poche righe più sopra e quindi ne ho approfittato. La costruzione del libro, l’intreccio e l’idea di fare di un oggetto inanimato – una palla da baseball, nello specifico – il vero protagonista di una vera e propria saga epica postmoderna è grandiosa. Quello che non ho amato e che fa finire questo libro tra quelli di De Lillo che mi sono piaciuti di meno è lo stile: a volte – spesso – si ha l’impressione che l’autore sia eccessivamente autocompiaciuto della magia della sua penna e che molti passaggi siano più prove muscolari di bella (bellissima) scrittura che davvero necessarie alla narrazione.


4 • L’anno del pensiero magico, Joan Didion (Il Saggiatore, 2017). Non so se leggere un libro sul lutto e sulla morte durante una pandemia sia stata un’ottima idea, non l’ho ancora deciso. Di sicuro il modo che ha la Didion di fare autofiction, di affrontare argomenti complicati raccontando sè stessa, mettendosi a nudo con le proprie fragilità e le proprie paure e trasformando queste fragilità e queste paure in punti di forza attraverso la scrittura ha avuto il potere di farmi tornare almeno un pochino la voglia di scrivere e raccontarmi dopo un periodo difficile in cui ho creduto di aver perso quasi completamente la voce.


5 • Chthulucene, sopravvivere su un pianeta infetto, Donna Haraway (NOT/Nero, 2019). Chthulucene è due libri in uno, metà fiction speculativa e metà saggio. Leggerlo dal punto di vista del saggio xenoaccel mi ha dato i problemi di rigetto e “been there, done that” che mi hanno dato praticamente tutti i saggi xenoaccel letti negli ultimi anni, leggerlo dal punto di vista della fiction speculativa invece è stato un piccolo miracolo, mi ha infettato il cervello e adesso sogno di diventare un ibrido umano/farfalla monarca.


6 • Tomie, Junji Ito (J-Pop, 2017). Sono una creatura assai poco emotiva e anche se amo thriller, horror e letteratura gotica è davvero molto raro che mi provochino ansia, paura e brividini. Junji Ito è una delle rarissime eccezioni a questa regola e credo di voler vivere per due secondi nella sua testa per capire come faccia a concepire le cose così weird da sembrare fuori dall’immaginazione umana che riesce a concepire.


7 • It, Stephen King (Sperling e Kupfer, 2013). Rilettura a quindici anni di distanza dalla prima volta, stessa magia della prima volta: esattamente come la narrazione di King la me stessa adolescente e la me stessa quasi adulta si sono fuse in una nella storia e nel Club dei Perdenti. Resta uno dei miei libri della vita.


8 • Persone Normali, Sally Rooney (Einaudi, 2019). L’ho trovato gradevole come forma di intrattenimento ma faccio molta fatica a capire per quale motivo sia diventato un caso letterario. Mi hanno un po’ disturbata le citazioni a Marx buttate qua e là un tanto al chilo per rendere il libro catchy per un certo tipo di pubblico che probabilmente senza citazioni di Marx avrebbe semplicemente arricciato il naso di fronte all’ennesimo libro pseudoromance, come se ci fosse qualcosa di male nel leggere pseudoromance senza citazioni di Marx.


9 • Remoria: la città invertita, Valerio Mattioli (minimumfax, 2019). É un libro talmente pieno di suggestioni fiche e stratificate e infettanti nel senso buono e bello del termine che gli posso perdonare addirittura il Roma(est)centrismo


10 • Il libro dei mostri, Rodolfo J. Wilcock (Adelphi, 2019). L’ho letto in una notte e il modo in cui affronta il tema della surrealtà e della mostruosità normalizzandola e facendola sembrare quasi ordinaria, quotidiana, è incantevole.

Letturine 2020 #2

Seconda di quattro puntate sulle mie letture del 2020 con tanto di microrecensioni. Trovate la prima qui

1 • Endymion, a poetic romance, John Keats (Edizioni Conoscere, 2017). In Endymion troviamo un Keats acerbo e ancora lontano dai capolavori dela maturità artistica. Proprio le imperfezioni e gli inciampi, i passaggi quasi adolescenziali nel loro essere semplicistici, tuttavia, sono l’aspetto di quest’opera a cui voglio più bene perchè mi fa entrare in contatto con il lato più umano e più “avvicinabile” di uno dei miei poeti preferiti di sempre.

2 • Vathek, William Beckford (in “I capolavori della letteratura horror”, Newton Compton, 2015). Un romanzo gotico con atmosfere alla Mille e una Notte e ambientazione mediorientale è qualcosa di cui, per la sua eccezionalità, forse è il caso di parlare, conoscere e far conoscere di più. L’unico difetto che ho trovato è che la scrittura a volte è così manieristica da risultare stucchevole, più che suggestiva.

3 • Frankenstein, Mary Shelley (Penguin Classics, 2003). Rilettura, anche se questa è stata la prima volta che l’ho letto in inglese. É uno dei miei libri preferiti di sempre e leggerlo negli stessi giorni in cui scoprivo Monstrumana, il mio podcast preferito del 2020 che parla dei mostri della letteratura e in cui ovviamente c’è una puntata sul capolavoro della Shelley, mi ha fatto scoprire aspetti nuovi di un testo che credevo di conoscere a memoria e mi ha fatto innamorare di nuovo come se l’avessi letto per la prima volta.

4 • Trilobiti, Breece DJ Pancake (ISBN Edizioni, 2005). Se il midwest emo fosse un libro, probabilmente sarebbe qualcosa del genere.

5 • Brevemente risplendiamo sulla terra, Ocean Vuong (La Nave di Teseo, 2019). Ocean Vuong nel suo primo romanzo racconta di vita suburbana, identità – etniche e di genere – liminali, queerness e margini e lo fa con una scrittura che riesce ad essere lirica e suggestiva senza diventare mai stucchevole e asfittica (resa benissimo, nell’edizione italiana, dall’ottima traduzione di Claudia Durastanti). L’unico difetto è che la storia, spesso, risulta un po’ debole e non riesce a sostenere la bellezza dello stile.

6 • Crocevia di punti morti, Matteo Grilli (effequ, 2020). Come ho scritto nella premessa della prima puntata di queste letturine, non sono veramente in grado di fare delle classifiche, ma se mi costringessero a farne una sono sicurissima che questo libro finirebbe nella top5. Anche questo è un romanzo che parla di margini e spazi liminali: quelli esteriori, tra la città e una provincia che non è quella stucchevolmente borghese di molta letteratura italiana degli ultimi anni, ma quella vera bellissima e marcissima che a tratti sembra affine a quella raccontata dal suddetto Pancake; quelli interiori, del passaggio tra un’adolescenza che a causa della precarizzazione post-capitalista è diventata troppo lunga e un’età adulta che sembra più una minaccia che altro; quelli di genere a metà strada tra il romanzo di formazione e il romanzo horror /weird e quelli stilistici, che attingono a piene mani dalla internet culture facendo da implicito manifesto al concetto di lingua come entità viva e in continua trasformazione (probabilmente non è casuale che a pubblicare questo romanzo sia stata la stessa casa editrice che si è fatta portavoce delle battaglie per una lingua più inclusiva). Dal punto di vista più emotivo la cosa che ho amato particolarmente è che l’autore non si limita a raccontare i margini ma ci insegna ad abitarli, abbracciarli ed amarli grazie allo stare insieme (e in questo, più che il King a cui è stato pur giustamente paragonato, mi ha ricordato molto una delle mie autrici preferite, Kathy Acker, che in Empire of the senseless scrive “We battle not in order to stay alive (…) but in order to love each other”).

Letturine 2020 #1

Quest’anno, grazie ad una serie di congiunzioni astrali, alcune favorevoli e altre (tipo la quarantena) molto meno, sono riuscita a leggere un sacco, quasi a tornare ai ritmi velocissimi e alla voracità della mia adolescenza. Non ho letto molte cose recenti e un paio di cose sono state riletture, ma sono comunque contentissima.

Non so fare le classifiche di fine anno, quindi provo a fare una cosa diversa, anche per farmi perdonare di avervi infestato i feed di Instagram e quelli di Facebook delle foto, rigorosamente venute malissimo, delle mie letture: le microrecensioni di tutta la roba che ho letto dall’inizio dell’anno ad adesso.

1 • Terminus Radioso, Antoine Volodine (66thand2nd, 2016). Se mi fossi autocostretta a fare una classifica o comunque a scegliere solo dieci libri, questo lo avrei sicuramente inserito: la cosa che ho amato di più è che Volodine, pur dipingendo scenari pseudofantastici, da realismo magico molto magico e poco realistico, ha una scrittura iper-evocativa che riesce a far immaginare perfettamente al lettore le scene. L’unico difetto che ho trovato è che a volte sembra troppo compiaciuto e lo stile diventa così fitto da diventare ostico ed ansiogeno se – come nel mio caso – si fa un po’ fatica a mantenere concentrati.

2 • Apocalypse Baby, Virginie Despentes (Einaudi, 2012). Mixed feels. Sono molto contenta del fatto che ci sia una scrittrice come la Despentes che scrive noir in un modo non machista e ipertestosteronico, però a me non ha lasciato molto, non so se perchè non è il mio genere d’elezione o se semplicemente nel momento in cui l’ho letto avevo voglia e bisogno di altro.

3 • Nuova era oscura, James Bridle (NOT/Nero, 2019). Questo 2020, almeno per la prima parte, è stato un anno infausto per il mio rapporto con i saggi, probabilmente perchè li ho sempre ricollegati con il detestabile chiacchiericcio della mia filter bubble e qualsiasi cosa anche solo vagamente theory-related leggessi non solo mi dava feels da “been there, done that” e in genere di discorsi già fatti e sentiti duemila volte, vecchi, stantii, ammuffiti e tutto sommato inconcludenti ma pure un brutto senso di oppressione. Adesso, a distanza di mesi, però ricordo distintamente dei passaggi di Nuova era oscura, mi si sono sedimentati nel cervello, mi sembrano importanti e non vedo l’ora di trovare il tempo per rileggere questo libro adesso che tutto sommato i miei conflittini e le mie ansie bolla-related li ho risolti.

4 • Assalonne, Assalonne!, William Faulkner (Adelphi, 2001). Faulkner resta uno dei miei autori preferiti di sempre e, al di là dei meriti letterari di cui hanno scritto diffusamente persone più brave di me, è uno dei libri che mi hanno aiutata a sopportare la vita al paesello ammantandola di estetica southern gothic in salsa italiana per infondere un po’ di sense of wonder all’orrore dell’abitudine.

5 • Casa di foglie, Mark Z. Danielewski (66thand2nd, 2019). Casa di foglie è più un’esperienza di lettura che un libro. Fino a tre quarti del libro mi sono ritrovata ad andare avanti con un misto di fastidio e irritazione perchè volevo capire dove volesse andare a parare: lo detestavo ma non riuscivo a staccarmi, non riuscivo ad uscire dal labirinto (pun ovviamente intended) e quando ho capito che era esattamente quello il punto mi è esploso il cervello. Un capolavoro di metatestualità.

6 • Jack Bennett e la chiave di tutte le cose, Fiore Manni (Rizzoli, 2018). L’ho letto sia perchè Fiore, l’autrice, è una persona che mi piace un sacco e quando la incrocio nel feed di Instagram mi dà sempre un sacco di vibrazioni positive che perchè ero in un periodo di generica stanchezza emotiva che mi faceva sentire la necessità di prendermi una pausa da saggi e romanzoni impegnativi. É un libro per ragazzi con echi ed atmosfere a metà strada tra C.S. Lewis e Roald Dahl, che mi ha ricordato i tempi in cui scrivere e inventare mondi nella mia testa mi faceva stare bene e lo consiglierei sia a chi ha ragazzi preadolescenti (figli, cugini, nipoti, quellochevipare) a cui regalarlo che alle persone come me, che anche a 30 anni ogni tanto sentono il bisogno di far respirare il cervello.

7 • Il cuore è un cacciatore solitario, Carson McCullers (Einaudi, 2008). Il modo in cui McCullers racconta la meraviglia e la poesia delle esistenze ai margini, senza pietismi e senza occhiali rosa romanticizzanti è una piccola meraviglia e Mick è un personaggio bellissimo.

8 • Nevernight #1 – Mai dimenticare, Jay Kristoff (Mondadori / Oscar Fantastica, 2019). Dalle recensioni mi aspettavo qualcosa di molto più dark e weird, invece sono rimasta delusa. É un misto tra il solito fantasy con l’eroina che si vendica dei torti subiti e una specie di Harry Potter con l’omicidio al posto della magia e sulla stessa falsariga trovo di gran lunga migliore la saga delle “Guerre del Mondo Emerso” della Troisi, che però è stato semi-ignorato se non addirittura insultato perchè ha avuto la sfortuna di uscire in un momento storico in cui la letteratura di genere era quasi ignorata. Oltre a tutto ciò c’è una scena di sesso lunga svariate pagine e molto dettagliata e sebbene – almeno per me che non ho problemi di nessun tipo con le descrizioni esplicite e dettagliate – non sia propriamente disturbante, mi è sembrata superflua per lo sviluppo del libro.

9 • Omnicide: Mania, Fatality, and the Future in Delirium, Jason Babak Mohagheg (Urbanomic, 2019). Se lo si intende come un catalogo poetico è molto bello e utile perchè dà modo di scoprire un sacco di poesia non occidentale, se lo si intende come un saggio theory invece non si capisce il punto e dove voglia andare a parare precisamente (o almeno io non l’ho capito). In definitiva diciamo che lo consiglio, però state attenti a settare bene le vostre aspettative prima di leggerlo.

10 • Cime tempestose, Emily Bronte (Newton Compton). Non avevo mai letto Cime tempestose (shame on me) e adesso che l’ho fatto credo che la cultura pop (bianca e cisetero) abbia scempiato questo libro e la memoria della Bronte che l’ha scritto, cancellando completamente il fatto che sia una storia di rancore, vendetta e marginalizzazione e facendola passare solo come una grande storia d’amore (forse perchè l’ha scritto una femmina e i critici non possono accettare che le femmine possano scrivere cose diverse dalle storie d’amore, per carità). Leggetelo per davvero e piantatela di romanticizzare Heathcliff e Catherine, altrimenti vi mando il fantasma della Bronte a infestarvi casa.

[la seconda puntata della lista arriva il 2 gennaio. In tutto ci saranno quattro puntate, pubblicate ogni due o tre giorni]

My own private Introfada

Ho scoperto “Introfada” di Hamja Ashan circa un anno fa. Si chiamava ancora solo “Shy Radicals” (“Introfada” è il titolo italiano) e nella mia bolla non lo conosceva ancora nessuno o quasi. Non che io, del resto, abbia grandi meriti per la mia scoperta, che è stata del tutto randomica: una notte, come tante altre notti, non riuscivo a dormire e stavo cazzeggiando su Instagram. All’epoca ero in fissa con le fanzine autoprodotte americane e mi sono imbattuta, sempre in modo del tutto randomico, in un account che si chiama @adisorderedmind_zines, che raccoglie foto di fanzine autoprodotte e vendute su etsy sul tema della salute mentale (spoiler: ho in programma di avviare un progetto simile a breve, incrociate le dita per me!). Non ricordo se l’account di riferimento di Shy Radicals fosse tra i related o se fosse semplicemente citato in un qualche post, sta di fatto che ci ho cliccato su, ho lurkato un po’ e dopo pochi secondi senza nemmeno accorgermene ero già a cercare di procurarmi il libro prima e a leggerlo (nonostante all’epoca facessi ancora un sacco di fatica con le letture in inglese) poco dopo.

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All’epoca vivevo a Napoli da sei mesi e le mie speranze stupide e infantili di vedere improvvisamente la mia vita e soprattutto il livello delle mie relazioni e interazioni sociali migliorare grazie al trasferimento dal paesello di duemila abitanti alla Big City si stavano infrangendo contro una realtà molto diversa e molto crudele: quella della mia cazzo di ansia sociale che mi impediva (e mi avrebbe impedito nei mesi successivi, e in parte mi sta impedendo ancora adesso) di costruire legami significativi da un lato e distruggeva quelli che avevo dall’altro. Intanto le mie coinquiline dell’epoca organizzavano cene e pranzi invitando gente un giorno sì e l’altro pure e io combattevo con un misto di disagio che mi rendeva difficile e pesante addirittura attraversare lo spazio della cucina per arrivare in bagno dalla mia camera e senso di colpa derivato dal suddetto disagio.

Quando ho scoperto che “Shy Radicals” sarebbe stato tradotto in italiano col titolo di “Introfada” ero nel bel mezzo della ricerca di una nuova casa e ancora una volta credevo ingenuamente che sarebbe stato facile e bellissimo, che avrei trovato una stanza fica e dei coinquilini simpatici perchè sì. Ovviamente non è andata così: dopo due mesi di viaggi di due ore sotto al sole d’agosto in treni regionali scalcagnati, provini terribili in cui in circa mezz’ora di conversazione degli sconosciuti ti valutano non-si-sa-su-quali-basi per decidere se sei degno o meno di vivere con loro (o in casa loro, qualora a provinarti sia il landlord) e annessa ansia da prestazione, risposte vaghe del tipo “Ti faremo sapere” (spoiler: non ti fanno sapere mai), serate passate a spulciare i gruppi Facebook con gli annunci di affitti e/o a mandare a cagare tizi supercreepy dei gruppi Facebook con gli annunci di affitti ho accettato per disperazione la prima offerta di una stanza che sembrava simile ad una stanza vera a un prezzo più o meno accettabile. Le cose sono precipitate piuttosto rapidamente e sono precipitata anche io, crollando immancabilmente sotto i colpi del sovraccarico da interazioni continue ed eccessive con coinquiline estroverse e incapaci di capire le mie esigenze di introversa da un lato e dell’aumento vertiginoso della mia percentuale (già altina in partenza) di ansia sociale, con annessi attacchi di panico per strada mentre cerco di andare a compleanni a cui non andrò mai e fughe senza salutare nessuno da eventi non ancora iniziati dall’altro.

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Una delle mie (ormai ex) coinquiline estroverse, quando tentai di raccontarle degli attacchi di panico e dell’ansia sociale mi rispose qualcosa come “L’interazione con le persone è un motivo stupido per farsi venire l’ansia” con un overload di saccenza che in realtà, a pensarci a freddo, è una summa perfetta dei socialpensieri normie sul tema. Un’altra delle mie (ormai ex) coinquiline durante lo scazzo finale, quello di quando annunciai di volermene andare, mi disse che avrei dovuto interagire e parlare di più con lei e con le altre, come se non aver voglia (o non essere in grado) di interagire fosse una colpa, come se aver bisogno di tempo per sè perchè i contatti, le conversazioni e anche la semplice condivisione dello spazio del salotto ti tolgono le energie fosse qualcosa da correggere, come se aver scelto di prendere una casa in condivisione solo perchè (come gran parte degli studenti/precari nel tempo dell’ultracapitalismo) sei povera e non perchè “YEEEEE CHE BELLA LA CONDIVISIONE FACCIAMO TUTTO INSIEME AMICHE FOREVER” fosse una roba da stronza aliena (non che essere una stronza aliena mi dispiaccia, comunque, eh).

Insomma, la scoperta in inglese prima e l’uscita in italiano poi di “Introfada” sono accadute proprio (sincronicità junghiana?) nell’anno in cui la dittatura estroversa ha sferrato i suoi colpi contro di me nel modo più devastante di sempre e sapere di non essere sola nella lotta contro la necessità di essere socievole, di sorridere, di essere solare e tutte quelle altre cose false che si scrivono nei curriculum perchè altrimenti non ti prendono nemmeno a lavorare, è stato confortante.

Per capire quanto è stato confortante, perchè ci tenevo a parlare di questo libro qui nel blog e perchè sono contenta che se ne parli un sacco in giro, però, dobbiamo fare più di un passo indietro: dieci anni fa, quando iniziai a preoccuparmi troppo per il mio aspetto fisico, a litigare col mio corpo e a litigare col cibo che mangiavo al punto di rivomitarlo puntualmente, scrissi su uno dei miei vecchi blog ormai abortiti un post contro il francescanesimo e la dimessocrazia dei movimenti degli anni ’00 e nel giro di un paio d’anni (non per merito mio, sia chiaro) le cose sono cambiate e lo spazio dei movimenti – sia quello fisico che quello virtuale – è diventato un florilegio di feste, corpi in movimento, luccicanza e dintorni. Bello, bellissimo. Lo spazio virtuale dei media liberal, intanto, si è riempito di corpi difformi, corpi grassi come quello che sentivo di avere io, corpi bassi, corpi non-bianchi, facce stranette eccetera eccetera. Bello, bellissimo anche quello – totale assenza di critica politica e potenziale di narrazione di lotta a parte, s’intende.

E invece no. E invece bello, bellissimo un cazzo: anche la nuova rotta intrapresa sia dai movimenti che dai media liberal, la celebrazione del cosiddetto empowerment, il beyonceismo e tutto il resto ha mostrato ben presto, almeno per le persone come me – introverse, con ansia sociale e/o difficoltà di varia natura nell’interazione col prossimo – il lato oscuro. Perchè per stare nei movimenti devo per forza aver voglia di ballare di continuo? Perchè non ci si inventa una modalità di interazione che faccia sentire a proprio agio i poveri stronzi che cercano di sforzarsi di parlare per tutta l’assemblea e quando finalmente ce la fanno parlare non ha più senso perchè si è passati all’argomento successivo? Perchè la maggior parte delle narrazioni sulla sex positivity è la celebrazione di un libertinaggio che sì, bello in teoria ma in pratica per noi introversi, ansiosi e insicuri è un incubo? Perchè (e viene proprio da chiederselo leggendo alcuni passaggi di “Shy Radicals” in cui si celebra il valore delle strade silenziose) se non riesci a stare nella festa, se ti piace il silenzio, se non ti piace il libertinaggio, allora devi necessariamente essere un fan del decoro di merda? Perchè esistono le sentinelle in piedi (silenziose) da un lato e l_ compagn_ del famoso striscione (che mi piace pure, beninteso) “La violenza sta in silenzio, l’amore fa rumore” dall’altro? Non può esistere una terza via, una lotta a misura di introversi, un amore silenzioso a misura di insicuri, una rappresentazione mediatica che non sia “o sei bella, o sei sicura di sè e se non sei nessuna delle due cose ti attacchi”? É colpa del capitalismo e del patriarcato se ci sentiamo insicuri e a disagio nell’interazione con gli altri? Probabile, ma fino a quando non ci liberiamo del capitalismo e del patriarcato che facciamo? Stiamo male, ci autofustighiamo condannandoci ad eventi sociali in cui ci sentiamo a disagio e fuori luogo?

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Il libro non risponde a nessuna di queste domande, ma la speranza è che parlarne aiuti quanta più gente possibile a farsele.

Ci sarebbe ancora molto da dire sul tema (per esempio parlare di nerd, incel e otaku e della narrazione che riguarda queste tre categorie), e forse lo farò più avanti. Intanto, lascio un paio di suggerimenti di lettura per allargare il dibattito e dare altri punti di vista: “Potere ai timidi” (Not) e “Guida all’Introfada” (il Tascabile).

Ballardismo applicato(²)

Ho diciassette anni, vado al liceo scientifico in città e per tornare a casa prendo un autobus extraurbano blu, vecchio e sgangherato, così pieno di gente che qualcuno finisce per stare in piedi. Io e i miei amici però arriviamo sempre presto e ci accaparriamo i posti in fondo. Il pullman è un ecosistema sociale a sè stante, funziona come i teenage drama americani, e ha le sue tribù, spesso ricalcate pedissequamente su quelle dei teenage drama americani. Nei posti in fondo ci stanno i badass, quelli contemporaneamente cool e ribelli. Io sono una outsider a cui piace il post-punk e dietro ci sto solo perchè in quel periodo siamo tutti in fissa col popper che uno del gruppo ha portato dalla gita a Berlino e se vuoi snasare devi sederti dietro, nascosto alla vista di autista e controllore. Nel periodo del popper e dei posti in fondo leggo ossessivamente un libro, si chiama “La mostra delle atrocità” di James Graham Ballard e come gran parte dei miei simili, gli adolescenti outsider a cui piace il post-punk, l’ho scoperto grazie ad Atrocity Exhibition dei Joy Division e a una ricerca su un internet ibrido, a metà strada tra quello mitico delle origini e quello ipernormalizzato di adesso. Non ci capisco un cazzo e non so se sia il libro, il troppo popper misto all’euforia da retro dell’autobus o un misto di tutto. Vado avanti comunque, lo finisco.

Asylums with doors open wide Where people had paid to see inside For entertainment they watch his body twist Behind his eyes he says, ‘I still exist.’

Più o meno verso la fine di “Ballardismo Applicato” c’è questo tizio che si chiama Philip e che è uno dei tanti companions (lo lascio in inglese non tanto per fare la fica – cioè, sì, forse anche, un po’ sì – ma perchè lo intendo nel senso videoludico/gdristico del termine, ndr) del narratore, che parla di Marion Shoard e del concetto di edgeland.

(…)edgeland, terra liminale, per descrivere la zona di compenetrazione tra urbanità e ruralità, la misteriosa interzona che circonda tutte le città e che Shoard definì come un luogo imprevisto, spesso ignorato e per molti aspetti indecifrabili (…) Marion mi ha insegnato che le edgelands intrattengono con l’ambiente urbano la stessa relazione che c’è tra mente umana e inconscio: un ripostiglio di paure, desideri e repressione

Il posto in cui ho vissuto tre quarti della mia vita, in cui tornavo con l’autobus blu del popper tutti i giorni quando andavo alle superiori e in cui sono tornata a vivere adesso per una serie di sfortunati eventi è un’enclave di duemila abitanti adiacente a uno svincolo della superstrada che collega l’hinterland con l’A1 (la vedo da casa mia se mi affaccio, la superstrada). Ci vogliono dieci minuti per arrivare in città (una città di provincia, of course, ma comunque più città di dove viviamo noi) e quindi vanno praticamente tutti lì o quasi per fare qualsiasi cosa: per andare a scuola, per fare la spesa, per andare in libreria, per andare al ristorante. É un luogo ibrido, liminale, troppo vicino alla città per sviluppare una propria identità di paesello rurale e troppo lontano per farne effettivamente parte, e finisce che ti infetta e diventi anche tu un ibrido, ai margini di qualsiasi cosa perchè è dai margini che vieni. Potergli dare un nome, grazie a Sellars e a Marion Shoard è quasi confortante. Edgeland.

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Ho diciotto anni e la edgeland ha infettato ogni aspetto della mia esistenza, diventando anche un tempo oltre che uno spazio. Stanno ristrutturando casa mia, vivo da mio nonno, in quella che era stata la vecchia stanza di mio zio. É il periodo tra le prove scritte e l’orale della maturità, dovrei studiare perchè si aspettano tutti un cento, magari anche la lode. Non lo faccio, per qualche motivo non ci riesco, il limbo progressivamente mi infetta, finisce per sembrarmi accogliente. Il futuro mi congela il cervello. C’è una citazione di “Rabbia” di Chuck Palahniuk che dice una cosa tipo “Quando esattamente il futuro è passato dall’essere una promessa all’essere una minaccia?” e la me di quel periodo la sente un sacco mia. Adesso penso che Chuck Palahniuk mi faccia un sacco di tenerezza (tenerezza non è la parola giusta, forse la sto usando solo per via della sindrome premestruale) perchè è chiarissimo, lampante, che vorrebbe essere Ballard ma non ci riesce, riesce ad essere bravo, a vendere, ad essere di culto, ma non ad essere Ballard e nemmeno – a differenza di Sellars – ad avere il coraggio di ammettere che vorrebbe essere Ballard. Comunque, in questa congiunzione spaziotemporale liminale, in questa edgeland dell’esistenza che è il periodo immediatamente precedente alla maturità, mi ricordo dell’esistenza dei giochi di ruolo by chat che avevo scoperto per la prima volta a quindici anni. Ci ripiombo dentro. Non ne uscirò mai più.

This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.

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Nei pressi del pezzo del libro che parla di edgeland si parla anche di tralicci. I tralicci sono uno dei cardini della mitologia di uno dei miei anime preferiti, ovvero “Serial Experiments Lain“. In “Serial Experiments Lain” si definisce metaforizzazione la capacità di riprodurre sè stessi nella rete. Ogni processo di creazione di un personaggio in un gioco di ruolo online è una metaforizzazione parziale mascherata e rimossa (“non confondere te stesso e il tuo personaggio” è uno dei diktat morali del presunto bravogiocatore tm e se non sei bravo a mascherare la metaforizzazione finisci marginalizzato anche nella comunità dei giocatori in cui eri entrato per sfuggire alla marginalizzazione del mondo reale). Da sfaccettature della personalità del giocatore nascono personaggi, che vivono le proprie vite insieme ai personaggi altrui, seguendo le regole del demiurgo/master e poi muoiono o continuano a vivere al di fuori dello spazio reale del gioco quando lo spazio reale del gioco chiude e il sito si svuota o quando il giocatore cancella la propria iscrizione al gioco. L’identità del giocatore si decompone, si frammenta, generando diversi personaggi (contemporaneamente o sequenzialmente nel tempo). Mi sono chiesta spesso cosa avrebbe detto Deleuze dei giochi di ruolo via chat e mi sono chiesta spesso come mai nei giri di quelli bravi a scrivere di theory nessuno ne parlasse. Ci arrivano sempre vicinissimi ma non colgono mai il punto perchè o parlano di giochi di ruolo cartacei che non è la stessa cosa perchè manca il processo di metaforizzazione, il superare il limite del corpo del giocatore o sono sull’altro fronte e parlano di rete, superare i limiti del corpo e metaforizzazione senza parlare di personaggi e mondi paralleli.

Il pezzo di “Ballardismo Applicato” – più o meno a metà – su Second Life è quello che va più vicino alla cosa che avrei sempre voluto leggere su giochi, personaggi e identità.

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Ho ventisei anni. Dopo “La mostra delle atrocità” ho comprato altri libri di Ballard. Non ne ho fatto un culto, almeno non consapevolmente, ma continuavo a leggere cose e poi a metterle in libreria, con tutto il resto e con i libri di medicina che dopo il fallimento della mia prima carriera universitaria vorrei vendere. A metà ottobre nella edgeland in cui continuo a vivere c’è una specie di alluvione. La mia stanza si riempie d’acqua per un quarto e l’umidità infetta tutto. Si genera una strana muffa nera che progressivamente, nel giro di un altro paio d’anni, infetta tutti i miei libri o quasi prima che io riesca a capire come intervenire. Non riesco a salvare nè quelli di medicina che avrei voluto rivendere, nè gran parte di quelli di Ballard. La muffa nera che infetta tutto come il cancro nero alieno di X-Files adesso, a ripensarci, mi sembra una metafora, non so se della realtà, della depressione, del capitalismo o di tutte e tre le cose insieme.

In arenas he kills for a prize,
Wins a minute to add to his life.
But the sickness is drowned by cries for more,
Pray to God, make it quick, watch him fall.

Ho quasi trentun’anni e esco da un periodo piuttosto lungo di depressione e fallimenti. La fine del mio secondo tentativo con l’accademia si avvicina e vorrei scappare di nuovo via velocissima perchè di nuovo, esattamente come nella edgeland temporale tra gli scritti e l’orale della maturità, il terrore del futuro incerto mi paralizza in questo presente/limbo. La depressione, come la muffa nera dei libri, mi ha fatto buttare un sacco di relazioni e ha mandato all’aria un sacco di occasioni, oltre ad anestetizzarmi il cervello e rendermi incapace di trovare piacere in cose che prima me ne davano, come leggere o scrivere. In questi anni sia leggere che scrivere sono stati uno sforzo tremendo: cercavo di tenermi al passo con l’immagine che io stessa avevo di me e che gli altri (quelli che non ero ancora riuscita a deludere, almeno) avevano di me, scrivevo senza convinzione come se timbrassi il cartellino di una visibilità ormai in declino, leggevo arrancando, aggrappandomi agli echi di quando sembravo una giovane donna brillante. La farsa, però, stava collassando.

You’ll see the horrors of a faraway place,
Meet the architects of law face to face.
See mass murder on a scale you’ve never seen,
And all the ones who try hard to succeed.

Probabilmente sta ancora collassando, ma ho smesso di dare peso alla cosa. Un paio di settimane fa, reduce dall’ennesima convivenza con sconosciute finita di merda, dall’ennesimo trasloco e dall’ennesimo fallimento, mentre cercavo di capire cosa fare della mia vita, giravo a casaccio sull’Amazon Store. Di “Ballardismo Applicato” avevo letto prima ancora di sapere dell’uscita italiana per Nero, perchè ne aveva parlato gente sparsa in giro nella mia bolla (tipo Enrico Monacelli, che ne ha parlato anche su Not più di un anno fa, per esempio), però non avevo mai approfondito, non avevo letto le recensioni e pensavo fosse un saggio su Ballard, l’ennesima roba theory che sì, ok, fica, ma bene o male ruota intorno agli stessi concetti che ormai nei nostrigiri (™) abbiamo imparato a conoscere e approfondito in lungo e largo. Non avevo in programma di comprarlo, sia perchè ero poverissima, che perchè, per l’appunto, pensavo fosse un saggio su Ballard e per quanto mi piacesse Ballard non avevo voglia di leggere un saggio su Ballard. Quindi, quando ho cliccato su acquista nell’Amazon Store durante il giro a casaccio di cui sopra, l’ho fatto d’impulso, senza nemmeno sapere se i soldi che avevo sulla Postepay bastassero e quando ho iniziato a leggerlo due giorni dopo, perchè insomma, ormai l’avevo comprato e quindi dovevo leggerlo, non avevo aspettative. Al primo capitolo ero già incollata. A metà sentivo il bzz delle sinapsi che lavoravano. A tre quarti stavo scrivendo duecentomila cose sul quadernino (tipo cose sul fatto che la grande letteratura sia un processo collettivo, scrittori che scrivono per parlare con altri scrittori, o che scrivono note e riflessioni sui lavori di altri scrittori come ha fatto Ada Lovelace con il lavoro di non mi ricordo chi – lo dice Sadie Plant in “Zeros + Ones“, che ho riletto dopo “Ballardismo Applicato“, però – o come fa, appunto, Sellars qui, e duecentomila altre riflessioni che, come questa, devo ancora sviluppare e chissà dove andranno a parare). Alla fine è stato come se le pasticche con la colomba, metaforizzate nel mio cervello attraverso la lettura del libro, abbiano iniziato a combattere contro la muffa nera e a farla progressivamente arretrare, facendomi tornare la voglia di scrivere, di leggere e di riflettere sulle cose, quindi, sebbene questa non sia una recensione, consiglio tantissimo di leggerlo, di parlarne e di discuterne.

And I picked on the whims of a thousand or more,
Still pursuing the path that’s been buried for years,
All the dead wood from jungles and cities on fire,
Can’t replace or relate, can’t release or repair,
Take my hand and I’ll show you what was and will be.

All’inizio di “Ballardismo Applicato” si parla di Incarichi Sotterranei, che sono una cosa affine alla sincronicità di Jung, però la contemporaneità è data dal fatto che la tempolinea non è lineare ma aggrovigliata su sè stessa e quindi le cose connesse nel groviglio sono contemporanee ma nella percezione del tempo come lineare sembrano anche lontane nel tempo. Vorrei saperlo spiegare meglio, ma non ci riesco, però mi viene in mente che anche l’aver comprato e letto “La Sincronicità” di Jung, di cui sto parlando adesso in questa cosa che ho avuto voglia di scrivere dopo aver letto “Ballardismo Applicato“, dopo aver giocato ad un gioco di ruolo by chat in cui il concetto di Sincronicità era centrale, mi sembra un incarico sotterraneo. E anche tutte le cose che ho scritto sopra. L’autobus blu col popper, i Joy Division, la muffa nera, i giochi di ruolo e tutto il resto.

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«Le nostre vite sono percorse da incarichi sotterranei», concluse. «Le coincidenze non esistono»

Incarichi sotterranei. 

Avrei presto imparato qual era il vero significato di quelle parole. Avrei capito che tutto è soggetto a connessioni profonde, che la nostra mente conscia non può decifrare.

Storie, corpi e rivoluzioni: qualche nota su “Il libro di Joan”

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(Soundtrack: https://www.youtube.com/watch?v=pPf5Ki9ygVY)

Un paio di mesi fa, nel bellissimo e densissimo longorm Insurrezione goticapubblicato su Not, Claudio Kulesko ha descritto con una precisione ai limiti del perturbante la contemporaneità, caratterizzata dalla bizzarra e paradossale combo tra la vertigine dell’iperaccelerazione tecnologica e l’angoscia della frammentazione politica e sociale del Basso Medioevo (o meglio, dell’immagine non storicamente correttissima del Basso Medioevo che ci è stata restituita da narrazioni mainstream e cultura pop). É come se il flusso temporale, immaginato e raccontato per secoli come un percorso lineare o al massimo iperbolico, avesse finalmente svelato la sua reale natura di groviglio caotico generato dall’incrocio tra presunzione di realtà e narrazioni.

Lydia Yuknavitch, nel suo Libro di Joan, uscito qualche mese fa per Einaudi, nella traduzione di Laura Noulian, sembra partire esattamente da queste premesse. La storia, in breve, è questa: Jean de Meun, grazie alla popolarità guadagnata come autore di innesti narrativi – storie incise sul corpo e raccontate col corpo – simili a romanzetti rosa, finisce per diventare un governante tiranno, e Christine, anche lei autrice di innesti narrativi, decide di sfidarne l’autorità ed inventarsi una rivoluzione scrivendo su sè stessa e sui suoi compagni la storia di Joan, ecoterrorista rivoluzionaria data per morta sul rogo dopo essere stata catturata nell’ultima battaglia che ha segnato il destino della terra e la migrazione dei superstiti su una colonia spaziale orbitante, CIEL.

La Joan del titolo è nientemeno che una Giovanna d’Arco riadattata ad un tempo a cavallo tra il presente e un futuro inquietantemente prossimo e trasformata in un’icona rivoluzionaria, una santa contemporaneamente distruttiva e salvifica. La Yuknavitch non fa mistero della cosa, non si tratta di una semplice “ispirazione” vaga, quanto piuttosto un parallelismo rivendicato e sottolineato, dal racconto dell’infanzia di Joan in Francia con la prima manifestazione delle voci-nella-testa, che in questo caso vengono definite canzone” e sono frutto di una comunione con la materia che è presentata (sort of, poi approfondiremo in seguito questo punto) in termini di superamento dell’umano, piuttosto che in termini mistico-religiosi, alla morte di Joan sul rogo, al fatto che più volte venga chiamata Pulzella. Anche gli altri personaggi principali, la coprotagonista Christine e l’antagonista Jean de Meun, sono esplicitissimi rimandi all’immaginario del Basso Medioevo: Christine è infatti nientemeno che la versione postmoderna e pseudo sci-fi di Christine de Pizan, scrittrice e poetessa francese di origini italiane che tra le altre cose scrisse un poema su Giovanna d’Arco e criticò la rappresentazione della donna come essere vizioso presentata da autori contemporanei come, guarda caso che non è per niente un caso, Jean de Meun.

Ci sono quindi in questo libro di Joan innumerevoli intuizioni narrative felicissime, da questa commistione tra Basso Medioevo e un futuro prossimo (come ci dimostra lo scenario dell’infanzia di Joan, simile al nostro presente) a metà tra il cyberpunk di CIEL e la post-apocalisse di quello che resta della Terra, alla metafora degli innesti narrativi che rappresentano il potere del creare immaginari, del produrre storie. A questo proposito è importante anche sottolineare il fatto che sia il tiranno Jean de Meun che la rivoluzionaria Christine siano creatori di innesti narrativi: le narrazioni e la produzione degli immaginari non sono, a dispetto di quello che pensano molti liberal progressisti nostrani, oggetti intrinsecamente rivoluzionari, quanto piuttosto semplici mezzi che possono essere usati sia in modo tirannico e in difesa dello status quo, come fa Jean de Meun (e il modo in cui usa la spettacolarizzazione della morte e della tortura è fondamentale in questa strategia e fa pensare che la Yuknavitch abbia letto più volte La società dello spettacolo di Debord) e come fanno nella nostra realtà quasi tutti i media mainstream, sia in modo rivoluzionario, come fa Christine e come a fatica tentiamo di fare tutti noi che vorremmo fare della produzione di storie, narrazioni, immaginari ed iperstizioni un’arma contro la neoreazione.

Queste intuizioni felicissime, suggestive e che suscitano inevitabilmente al lettore una pioggia di riflessioni su sè stessx e sul mondo, però, si scontrano con una serie di difetti strutturali. Il primo è sicuramente lo stile della Yuknavitch, che in alcuni punti predilige un lirismo non riuscitissimo alla scorrevolezza della narrazione, finendo per risultare piuttosto confusa e confusionaria. Il secondo, forse legato a questa confusione stilistica, è che alcuni temi, come quello (altra intuizione felice, almeno apparentemente) del superamento del genere e dell’androginia dei corpi di CIEL, quello del superamento dell’umanità nella rappresentazione dei generini – creature a metà tra l’uomo e la materia, come poi si scoprirà essere la stessa Joan – e quello della potenza rivoluzionaria della distruzione, vengono sviluppati male e intrisi, verso la fine, di un misticismo che cozza col resto e che a tratti risulta quasi fastidioso (ci sono alcuni passaggi sulla “potenza generatrice delle donne” decisamente discutibili, ad esempio).

Se si tiene conto di questi difetti strutturali e si supera il lirismo, però, Il libro di Joan della Yuknavitch, per le riflessioni che suscita sul nostro presente, sul nostro passato e sul nostro futuro (o meglio, sul groviglio tra presente, passato e futuro che è la nostra linea temporale) resta assolutamente un libro da leggere.