La sesta estinzione (writing challenge #2)

(la challenge la trovate qui. “La sesta estinzione” è il secondo racconto ed è un mito sull’origine del genere umano che è contemporaneamente la storia di un’estinzione. Il titolo è rubato ad un episodio di X-Files)

Mia madre è stata l’ultima a morire nel nostro gruppo e il nostro gruppo, da quanto ne sapevamo, era uno degli ultimi rimasti. Era passato un anno dall’impatto con l’asteroide. I più fortunati, quelli che vivevano nella zona dell’impatto, che includeva gran parte dell’Europa dell’Est, sono morti sul colpo. Per gli altri è stata una morte lenta, un lunghissimo miglio verde verso l’estinzione in un pianeta diventato completamente braccio della morte: alcuni sono stati uccisi dalle polveri che hanno contaminato l’aria, l’acqua e le piante, che sono entrate negli occhi, nelle orecchie, nel naso e nei polmoni privandoli progressivamente della capacità di respirare; altri si sono ammazzati – qualcuno da solo, come è successo a mio padre, qualcuno in gruppo, sulla scia di neonati culti apocalittici che promettevano la speranza di un mondo dopo il mondo, dopo la fine. Qualcuno è morto di fame, quando le piante hanno iniziato a seccarsi e gli animali a morire. Gli ultimi sono morti di freddo, quando lo stravolgimento del clima ha portato ad una nuova glaciazione quasi improvvisa.

Non so dire di cosa sia morta mia madre. A un certo punto ho quasi avuto l’impressione che si sia semplicemente arresa all’idea di doversi estinguere. Vorrei raccontare di ultime parole drammatiche ma toccanti, testamenti morali o qualcosa del genere ma queste cose succedono solo nei film del mondo prima della catastrofe, quelli che probabilmente non vedremo mai più: mia madre, verso la fine, respirava a stento e aveva appena la forza per chiedermi sorsi della poca acqua che avevamo quando non ce la faceva più a resistere alla sete. Non so nemmeno se interpretare tutto quel resistere come un atto d’amore e di sacrificio per me, un tentativo di non consumare troppa acqua per lasciare più speranze a me o se, invece, semplicemente non avesse la forza, il fiato e la presenza d’animo per chiederne più spesso. 

Le ho chiuso gli occhi e ho coperto il cadavere con un telo. Avrei voluto seppellirla ma il terreno gelido e duro e l’assenza di una pala o di qualsiasi cosa che ci assomigliasse me l’ha impedito. Ci ho provato, a scavare a mani nude, ci ho provato fino a farmi sanguinare i polpastrelli. Non ci sono riuscito, ho pianto come non facevo da molto tempo, come probabilmente non avevo mai fatto, cercando invano di sfogare la frustrazione e il senso d’impotenza che cercavano di insinuarmisi dentro e di uccidere anche me. 

É stato più o meno a quel punto che l’istinto di sopravvivenza mi ha indotto a ricordarmi della voce: l’avevo sentita provenire dall’unica radio che ci era rimasta, distorta all’inizio, intervallata da sprazzi di rumore bianco, tanto che pensai si trattasse di un’allucinazione uditiva, la versione sonora di un miraggio nel deserto o qualcosa del genere. Progressivamente, però, divenne sempre più chiara: era il lamento di una bambinetta e ogni tanto, in mezzo al pianto, pronunciava qualche parola stentata in una lingua che non capivo. Mi ripromisi di indagare, di capire se ci fosse davvero una qualche speranza di trovare altri gruppi di sopravvissuti prima di dirlo agli altri. Non riuscii a indagare e finii per dimenticarmene anche io. 

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Nel momento in cui il ricordo è riemerso, però, mi ci sono aggrappato, come se fosse uno scoglio stabile in mezzo ad un oceano in tempesta, interpretandolo come una specie di presagio e convertendomi senza nemmeno rendermene conto ad un pensiero magico a cui non avevo mai ceduto prima.

Dei due anni impiegati per cercare la bambina della radio ricordo poco: lunghe traversate in lande ghiacciate, settimane di fame e allucinazioni, ghiaccio sciolto da bere, paura, momenti in cui ho pensato di essere morto e che a camminare fosse il mio fantasma, animali mutati mangiati nella speranza di non mutare anche io, cadaveri congelati mangiati nella speranza di non essere colpito da qualche maledizione. 

Quando ho trovato Hana stava scuoiando un cadavere appena scongelato e non ho mai capito se lo stesse facendo per mangiarlo, per usare la pelle come vestito o per un rituale di qualche tipo. Mi sono avvicinato come ci si avvicina a un animale selvatico che potrebbe scappare da un momento all’altro o azzannarti e in effetti lo scatto di lei, che impugnava ancora un coltellino piccolo ma affilato, ha dato ragione al mio istinto. Mentre cercavo di farle capire a gesti che ero innocuo e che non avevo nessuna intenzione di farle del male la guardavo. Non era una bambina e non ho mai capito se fosse semplicemente la bambina della radio cresciuta o se invece si trattasse di un’altra persona. A un certo punto ho smesso di chiedermelo. C’era qualcosa di bello e selvatico sotto il viso rovinato dal freddo, sotto i capelli sporchissimi e sotto i vestiti pesanti che le nascondevano le forme, o forse mi imponevo di credere che fosse bella solo perchè eravamo gli ultimi esseri umani e contemporaneamente i primi di una possibile alba di una nuova colonizzazione del pianeta da parte della mia specie. E se fosse andata sempre così, penso a volte, mentre guardo mio figlio, il primo bambino del mondo nuovo, e dormo accanto ad Hana? Se derivassimo da un ciclo infinito di estinzioni di massa e rinascite da due persone sole e disperate?

Conoscere l’inconoscibile. (Writing Challenge #1)

(“Conoscere l’inconoscibile” è il primo racconto della Writing Challenge che trovate QUI.  Il risultato finale non mi convince e soprattutto sul’ultima parte l’ho buttata più in vacca della fine di Lost, però mi sono divertita abbastanza a scriverlo e quindi sono contenta)

Per andare all’università da casa sua Penelope faceva tutte le mattine alla stessa ora la stessa stradina stretta e quasi deserta, costeggiata da palazzi di tre piani, quattro al massimo, che torreggiavano su di lei facendo sembrare la strada ancora più stretta di quanto non fosse. Quando non era in ritardo si soffermava ad osservarli: erano così disordinati e disarmonici nel complesso che le veniva da immaginare che qualcuno li avesse buttati ai lati della strada alla rinfusa piuttosto che costruirli secondo la rigida geometria che regolava tutto il resto della città. Anche la bizzarria, tuttavia, quando è ripetuta per un intervallo di tempo considerevole, finisce per diventare routine, a metà strada tra il noioso e il rassicurante (e Penelope in effetti li trovava noiosi o rassicuranti più o meno a giorni alterni, in base al suo umore). Era arrabbiata, la mattina in cui cambiò tutto, anche se non ricorda nemmeno perchè – probabilmente un alterco di poco conto con la ragazza con cui divideva la casa e l’affitto – e di conseguenza i soliti palazzi strambi assiepati ai lati della solita stradina semideserta come se ce li avesse messi un bambino intento nella costruzione di una città fatta di Lego piuttosto che architetti, geometri e muratori veri, le sembravano noiosi al limite dell’opprimente, simili alle sbarre di una cella in cui era costretta a marcire non proprio per il resto dei suoi giorni ma comunque per un intervallo di tempo relativamente lungo. 

Una variazione, un cambio di scenario, avrebbe dovuto esaltarla, e invece sulle prime il suo cervello derubricò il dettaglio discordante ai margini del suo campo visivo come un innocuo sfarfallio causato da un gatto di passaggio o forse addirittura da un granello di polvere. Dopo un altro paio di occhiate, però, non potè più ignorare quello che ormai era un fatto: c’era un’insegna nuova, c’era una porta nuova e c’era la vetrina di un negozio che sembrava praticamente spuntato fuori dal nulla. Anzi, no. Non un negozio: quando si fece coraggio e si decise ad alzare gli occhi, si accorse che ad essere spuntato dal nulla era un intero palazzo.

La faccenda era già abbastanza assurda – insomma, l’idea sul bambinetto che gioca con le costruzioni era solo un’idea, una metafora del cazzo per rendere più poetica una roba per niente poetica come l’abusivismo edilizio, e nel mondo reale i palazzi, anche nelle strade in cui sono costruiti un po’ a caso, non vengono costruiti in una notte, tra l’altro in  un punto in cui non ci sarebbe nemmeno spazio per costruirli – ma la cosa ancora più assurda era che quel palazzo e quel negozio non sembravano affatto nuovi.

L’insegna di legno era scura ed ammuffita, come se fosse sopravvissuta a stento prima ad un incendio e poi ad un’inondazione. Un tempo dovevano esserci anche delle lettere dorate stampate sopra, ma adesso ne restavano solo delle tracce: una T, tre quarti di una U. La vetrina, invece, era piena di polvere e ragnatele e in esposizione c’erano solo una bolla di vetro di quelle in cui si mettono i pesci rossi, vuota e scheggiata in più punti del bordo e un libro con la copertina che un tempo doveva essere stata rossa e adesso invece era di un colore a metà strada tra il rosa antico e il marrone e un sacco di pagine strappate. A voler essere precisi non si può nemmeno affermare con assoluta certezza che quelle due cose fossero effettivamente in esposizione: erano buttate ancora più alla rinfusa dei palazzi all’esterno sulla tavola di legno marcio e scuro, evidentemente sopravvissuto allo stesso incendio e alla stessa inondazione del legno dell’insegna, poggiata dietro al vetro che fungeva da pseudovetrina e divideva l’esterno del negozio dall’interno. 

Del resto del palazzo, poi, non c’è troppo da dire: era fatiscente e disabitato, i balconcini restavano attaccati al resto della struttura per miracolo, le finestre erano tutte chiuse e non c’era niente – nè vestiti appesi, nè fiori, nè tendine – che facesse pensare a tracce di presenza umana recente.

Un posto così avrebbe dovuto tenere alla larga chiunque, eppure Penelope, sebbene il suo cervello continuasse ad alternare tentativi di razionalizzazione e tentativi di negazione, se ne sentiva inspiegabilmente attratta. 

«C’è nessuno?» disse a voce più alta dei suoi standard, cercando di coprire il cigolio sinistro della porta d’ingresso, di sovrastarlo per riuscire ad ignorarlo, mentre infilava nello spiraglio, nel piccolo varco aperto tra l’interno e l’esterno, prima solo la testa e poi tutto il resto del corpo. 

Era buio e dall’esterno non sembrava arrivare nessuna luce, nonostante fossero appena le nove di un mattino non eccessivamente fosco. La cosa più fastidiosa, tuttavia, era la puzza di muffa e cose rancide che sembrava quasi trasformare l’aria stessa in qualcosa di viscoso e appiccicaticcio, contravvenendo alle leggi della fisica sugli stati della materia. Era immobile, intenta a cercare di capire precisamente di che odore si trattasse – aveva un naso così sensibile da sfidare spesso i suoi amici a riconoscere la marca di sigarette che fumavano dall’odore che impregnava i loro vestiti e vincere più della metà delle volte – quando il rumore della porta che le si era richiusa alle spalle senza preavviso e senza alcuna traccia del cigolio di quando era entrata, la strappò violentemente dalle sue elucubrazioni e la fece sussultare. 

«Stavo dormendo». Era una voce profonda, roca, forse appartenente ad un uomo di mezza età, vagamente burbera – comprensibile, considerando la seccatura del risveglio improvviso. Il buio, tuttavia, rendeva impossibile distinguere sia i dettagli dell’arredamento del negozio che la faccia o il corpo dell’uomo, tanto che Penelope si ritrovò addirittura a pensare per un attimo all’assurda possibilità che non ci fosse niente da vedere e che la voce maschile fosse l’unica caratteristica percepibile di un’entità incorporea. La luce bassa ed arancione che rischiarò l’ambiente meno di un minuto dopo, tuttavia, mise fine a quei pensieri, sebbene, considerando lo squallore di quello che vide, si ritrovò quasi a rimpiangerli: il pavimento, le assi delle pareti e quelle del soffitto avevano lo stesso aspetto a metà tra l’annerito e l’ammuffito dell’insegna e del ripiano della vetrina, il bancone invece era rivestito di un telo rosso che sembrava fatto del tessuto che si usa per i tavoli da poker, pieno di chiazze e bruciature di sigaretta. Sopra c’erano libri vecchi di almeno una ventina d’anni buttati alla rinfusa e cianfrusaglie bizzarre che presumibilmente avevano lo stesso valore dei regali che si trovano nelle confezioni di patatine o nelle uova di cioccolato. L’uomo era sbucato da una porta di un legno ancora più nero di quello del resto dell’arredamento e se l’era richiusa subito alle spalle, impedendo a Penelope di intravedere anche solo un piccolo scorcio della stanza sul retro. Era piuttosto alto e molto magro, aveva almeno sessant’anni, forse settanta, la barba folta e grigia e i capelli di media lunghezza, acconciati in boccoli stretti che lo facevano sembrare simile alla caricatura di un rabbino. Le guance erano incavate, gli occhi neri, luminosi, intelligenti e magnetici, le mani piene di anelli d’argento abbastanza vistosi e i vestiti ricercati, da cosplayer del protagonista di un romanzo steampunk. Decidere se sembrasse più affascinante o più inquietante era impossibile e anzi, probabilmente era proprio la sottile inquietudine che incuteva nel prossimo a renderlo ancora più affascinante e magnetico. Il suo modo di muoversi ricordava ora quello di un grosso puma durante una battuta di caccia, ora quello di un gatto domestico grasso e viziato che passa il tempo a lisciarsi il pelo e a tratti tutte e due le cose insieme. Per quanto tempo rimase a fissare Penelope, a studiarla quasi come se la vivisezionasse con lo sguardo? A lei sembrarono minuti interminabili, forse furono ore, forse invece solo pochi decimi di secondo. 

In ogni caso parlò di nuovo dopo un bel po’ di tempo.

«Vuoi comprare qualcosa, ragazzina.»

«Non sono una ragazzina e – Perchè non suona come una domanda?»

«Perchè in effetti non lo è. Se sei entrata vuol dire che vuoi comprare qualcosa»

«Che teoria del cazzo. Stesso manuale del perfetto venditore dei commessi di LUSH?» borbottò Penelope tra sè, strappando all’uomo, che nonostante tutto doveva averla sentita, un’occhiata che oscillava tra il perplesso e il sottilmente divertito. «E comunque» continuò lei a voce più alta, cercando di ostentare noncuranza e sicurezza di sè «non ho capito che cosa vende. Non sembra nemmeno un negozio»

«Vendo un sacco di cose. Sintetizzando potremmo dire che vendo la conoscenza dell’ignoto»

Penelope non sapeva se ridere o sentirsi presa in giro ed arrabbiarsi, ma qualcosa nel tono dell’uomo, nonostante il risolino sottile che continuava ad increspargli in modo appena percettibile le labbra sotto alla barba, la indusse a trattenersi: era serio, molto serio. 

«É una metafora banale per dire che vende dei libri e che studiando e leggendo si può “conoscere l’ignoto”?» finì per dire, soffermandosi con la voce sulle ultime parole e mimando le virgolette con due dita della mano sinistra, affusolate, con le unghie mangiucchiate e lo smalto nero sbeccato. Ostentare sicurezza le veniva un po’ meno bene rispetto a prima e la smorfia stranita che l’insieme delle rughe sulla fronte e della piega delle labbra disegnavano sulla sua faccia la tradiva.

«Diciamo che offro un programma di apprendimento molto più rapido. Puoi decidere a tuo piacimento se quella che vendo sia scienza, pedagogia, magia, filosofia, una maledizione, un dono. Facciamo il pacchetto completo? Facciamo il pacchetto completo, mi sembri il tipo giusto» disse l’uomo, gesticolando come farebbe un sarto per prendere le misure con un metro invisibile. 

Lei per un po’ non rispose, limitandosi a fissarlo con aria basita, attonita. Alla fine decise di limitarsi ad un’alzata di spalle prima di girare i tacchi e uscire in fretta da lì senza nemmeno salutare quell’uomo che il suo cervello iperrealista aveva catalogato senza appello come un fuori di testa che probabilmente avrebbe avuto bisogno di cure, psicofarmaci o qualcosa del genere. Percorse il resto della strada quasi correndo, senza girarsi per accertarsi che il negozio da cui era appena uscita fosse ancora lì o che l’uomo non l’avesse seguita e quando si lasciò alle spalle la strada stessa per sbucare nel viale luminoso e trafficato lungo il quale si trovava la sede principale della sua facoltà – Filosofia – aveva archiviato quasi completamente quella strana esperienza. Peccato che meno di qualche secondo dopo, nel momento esatto in cui un altro essere umano – un ragazzo che trovava da sempre piuttosto carino e al quale però non aveva mai avuto il coraggio di parlare sul serio, per la precisione – entrò nel suo campo visivo, si rese conto che qualsiasi cosa fosse successa nel negozio era molto di più di una strana esperienza come tante, una di quelle da raccontare per rendersi interessante alle feste e poi dimenticare dopo un po’: accanto alla testa del ragazzo era comparso un pannello bidimensionale sospeso nel vuoto, simile alla finestra di una chat proiettata a mezz’aria come un ologramma non prodotto da nessun congegno visibile. Il pannello, azzurrino e luminoso, era completamente ricoperto di scritte e numeri: alcune erano fisse, altre cambiavano rapidamente, si aggiornavano come se qualcuno di invisibile stesse scrivendoci su qualcosa. Penelope, che era miope e non portava nè occhiali, nè lenti a contatto, perchè rimandava continuamente la visita dall’oculista, dovette stringere gli occhi per riuscire a capire che cosa diamine fossero quelle scritte e quei numeri. “Quella ragazza mi sta fissando. Non è la prima volta che mi fissa. E’ goffa e stramba. Mi mette ansia…Mi sta ancora fissando, stavolta è proprio –” diceva il testo che continuava a scorrere, uno stream of consciousness in diretta. Penelope arretrò di mezzo passo e agitò la testa come se tentasse di svegliarsi a forza da un sogno vivido e molesto, poi però la curiosità la spinse ad avvicinarsi di nuovo di mezzo passo al ragazzo al quale a questo punto stava di fatto bloccando il passaggio dall’altra parte del marciapiede, per leggere le scritte fisse e i numeri. “Emanuele Sannazzaro. (15/07/1991; 21/01/2004)…” e poi continuava, come se fosse la pagina su Wikipedia di un qualsiasi personaggio storico. Penelope stava per aprire bocca e dire qualcosa, non sapeva bene nemmeno lei cosa, quando sul pannello olografico comparve una specie di pop-up sovrapposto alle scritte. Diceva: “L’account full-knowledge non può essere condiviso con altri. Ogni violazione comporterà la terminazione immediata sia del trasgressore che della persona con cui è stato condiviso l’account stesso o informazioni derivate da esso”. Non aveva capito bene cosa ci fosse scritto davvero, ma quel “terminazione immediata” in grassetto, unito all’improvvisa consapevolezza che qualunque cosa avesse detto avrebbe indotto chiunque a catalogarla come pazza, la indusse a tacere e spostarsi di lato, lasciando passare il ragazzo che, infastidito, le blaterava contro qualcosa che non si era nemmeno data la pena di sentire. Si guardò intorno con aria smarrita, senza riuscire a processare esattamente nè cosa fosse successo, nè come si sentisse a riguardo. Fu sopraffatta dalla realizzazione che il pannello olografico del ragazzo – Emanuele Sannazzaro – non era l’unico: ce n’era uno accanto ad ogni persona che entrava nel suo campo visivo, conosciuti e sconosciuti, ed erano fatti tutti allo stesso modo, con lo stream of consciousness dei pensieri in diretta e la biografia passata, presente e futura, morte inclusa e pop-up con termini, condizioni d’uso e minacce di terminazione che compariva ogni volta che provava anche solo a commentare ad alta voce da sola quello che leggeva. 

Quando si guardò alle spalle, cercando con lo sguardo l’imbocco della stradina dei palazzi assiepati e del negozio strano, la stradina che conosceva a memoria – negozio a parte, fu assalita dall’ennesima consapevolezza terrificante: c’era solo un vicolo cieco con palazzi grigi, uguali a tutti gli altri e un cassonetto troppo pieno di immondizia, nessun negozio, nessun palazzo strambo, nessuno sbocco dall’altro lato. A quel punto, abbandonato anche l’ultimo barlume di autocontrollo, la disperazione cieca ebbe la meglio, inducendola ad iniziare prima ad urlare cose come «Riprenditelo. Riprenditelo il tuo pacchetto di merda, non l’ho nemmeno pagato, non te l’ho chiesto!» sotto lo sguardo indignato e/o impietosito dei passanti, e poi a picchiettarsi la fronte e gli occhi, che teneva chiusi, serrati, cercando sia di non guardare i pannelli olografici che di trattenere (invano) le lacrime.

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Dopo un tempo che sembrò interminabile come il tempo che aveva impiegato l’uomo del negozio per studiarla, si rese conto di avere qualcosa tra le mani, un filo che terminava con un pezzo di metallo circolare. Anche l’odore era cambiato rispetto a quello della strada di prima, e dopo qualche secondo si rese conto che non si sentivano più i rumori del traffico o il chiacchiericcio dei passanti ma solo un ronzio basso interrotto solo di tanto in tanto da bip ritmici. Aprì gli occhi, ancora arrossati da tutte le lacrime che aveva versato, e si rese conto che quello che aveva tra le mani era il filo di un elettrodo e che lo aveva appena strappato dalla sua fronte inavvertitamente. Aveva altri elettrodi su tutto il corpo, era distesa su un lettino da ospedale, era seminuda a parte uno di quei vestitini di carta velina da sala operatoria, e intorno a lei non c’erano palazzi e persone ma macchinari della cui funzione non aveva la minima idea. Un vetro la separava da un’altra stanza, e nell’altra stanza c’era un uomo girato di spalle, intento a scrivere qualcosa al computer. Quando si alzò in piedi, sbuffando, lo riconobbe: era l’uomo del negozio, anche se al posto dei vestiti da cosplayer steampunk indossava un camice da medico. Aprì la porta scorrevole che separava la sua stanza da quella in cui si trovava Penelope e la guardò scuotendo la testa con un’aria a metà strada tra il deluso e il distrutto. 

«Ho impiegato tutta la vita per questa ricerca e non è servito a niente. Tu eri l’ultima tester e l’hai trovato addirittura terrificante, anche se avevi dichiarato che – cito testualmente – “É l’incertezza, il non sapere quello a cui andrai incontro o a cui andrà incontro l’intero genere umano, a farti paura”. Ti ho dato la possibilità di sapere tutto, letteralmente tutto, e non ti ha rassicurata, ti ha terrorizzata ancora di più di quanto ti terrorizzasse prima l’incertezza stessa. Gli altri, quelli che sono venuti prima di te, pensavano che conoscere tutto gli avrebbe dato potere e poi hanno finito per trovarlo noioso e deprimente e…»

Di questo monologo drammatico da scienziato costretto a confrontarsi col fallimento, Penelope sentì meno della metà, intenta com’era a cercare di realizzare dove si trovasse, a ricordarsi perchè o semplicemente a ritrovare la facoltà di muovere il suo corpo intorpidito. A quel punto, tuttavia anche l’incertezza su dove si trovasse, in quale secolo, in quale luogo e perchè le sembrava quasi paradossalmente rassicurante.