We are the weirdos (una lettera d’amore)

Questo non è un post, questa è una lettera d’amore.
Per tutti i disadattati, per tutti quelli che si sentono continuamente fuori luogo e indesiderati, per tutti i freak, quelli che hanno fatto dell’autosabotaggio un’arte, quelli che sono sul punto di cedere ottocento volte al giorno, quelli che fanno fatica anche solo ad esistere, figuriamoci a lottare contro l’esistente. Quelli che non hanno ancora trovato il proprio posto nel mondo e forse non lo troveranno mai, quelli che si sentono soli, quelli che si sentono non abbastanza. Non abbastanza bravi, non abbastanza belli, non abbastanza intelligenti, non abbastanza socievoli, non abbastanza niente. Quelli che si sentono sopraffatti dalle proprie fragilità e che non riuscendo a farle scomparire pensano di voler scomparire insieme a loro per liberarsene.

Quelli come me. Quelli che in questi anni mi hanno scritto in qualsiasi forma per dirmi che si riconoscevano nelle cose che scrivevo, quelli che ci sono stati e continuano a esserci nonostante le assenze, le distanze fisiche ed emotive, le alienazioni. Quelli che ogni volta che cado per mesi nel vortice dei brutti pensieri aspettano pazientemente sul bordo che io esca di nuovo fuori perchè sanno come ci si sente a caderci dentro, quelli che ti salvano inconsapevolmente la vita con un come stai?

Non siete soli, non siamo soli. Vi amo, anche se non riesco a dimostrarlo, anche se non sembra, anche se mi sto vergognando mentre lo scrivo. Per voi continuo a lottare (e ogni tanto a scrivere, a testimoniare pezzi di lotta), sperando che voi facciate lo stesso e che tenendoci per mano riusciremo un giorno a distruggere tutti i vortici.

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Ho diciassette anni, vado al liceo scientifico in città e per tornare a casa prendo un autobus extraurbano blu, vecchio e sgangherato, così pieno di gente che qualcuno finisce per stare in piedi. Io e i miei amici però arriviamo sempre presto e ci accaparriamo i posti in fondo. Il pullman è un ecosistema sociale a sè stante, funziona come i teenage drama americani, e ha le sue tribù, spesso ricalcate pedissequamente su quelle dei teenage drama americani. Nei posti in fondo ci stanno i badass, quelli contemporaneamente cool e ribelli. Io sono una outsider a cui piace il post-punk e dietro ci sto solo perchè in quel periodo siamo tutti in fissa col popper che uno del gruppo ha portato dalla gita a Berlino e se vuoi snasare devi sederti dietro, nascosto alla vista di autista e controllore. Nel periodo del popper e dei posti in fondo leggo ossessivamente un libro, si chiama “La mostra delle atrocità” di James Graham Ballard e come gran parte dei miei simili, gli adolescenti outsider a cui piace il post-punk, l’ho scoperto grazie ad Atrocity Exhibition dei Joy Division e a una ricerca su un internet ibrido, a metà strada tra quello mitico delle origini e quello ipernormalizzato di adesso. Non ci capisco un cazzo e non so se sia il libro, il troppo popper misto all’euforia da retro dell’autobus o un misto di tutto. Vado avanti comunque, lo finisco.

Asylums with doors open wide Where people had paid to see inside For entertainment they watch his body twist Behind his eyes he says, ‘I still exist.’

Più o meno verso la fine di “Ballardismo Applicato” c’è questo tizio che si chiama Philip e che è uno dei tanti companions (lo lascio in inglese non tanto per fare la fica – cioè, sì, forse anche, un po’ sì – ma perchè lo intendo nel senso videoludico/gdristico del termine, ndr) del narratore, che parla di Marion Shoard e del concetto di edgeland.

(…)edgeland, terra liminale, per descrivere la zona di compenetrazione tra urbanità e ruralità, la misteriosa interzona che circonda tutte le città e che Shoard definì come un luogo imprevisto, spesso ignorato e per molti aspetti indecifrabili (…) Marion mi ha insegnato che le edgelands intrattengono con l’ambiente urbano la stessa relazione che c’è tra mente umana e inconscio: un ripostiglio di paure, desideri e repressione

Il posto in cui ho vissuto tre quarti della mia vita, in cui tornavo con l’autobus blu del popper tutti i giorni quando andavo alle superiori e in cui sono tornata a vivere adesso per una serie di sfortunati eventi è un’enclave di duemila abitanti adiacente a uno svincolo della superstrada che collega l’hinterland con l’A1 (la vedo da casa mia se mi affaccio, la superstrada). Ci vogliono dieci minuti per arrivare in città (una città di provincia, of course, ma comunque più città di dove viviamo noi) e quindi vanno praticamente tutti lì o quasi per fare qualsiasi cosa: per andare a scuola, per fare la spesa, per andare in libreria, per andare al ristorante. É un luogo ibrido, liminale, troppo vicino alla città per sviluppare una propria identità di paesello rurale e troppo lontano per farne effettivamente parte, e finisce che ti infetta e diventi anche tu un ibrido, ai margini di qualsiasi cosa perchè è dai margini che vieni. Potergli dare un nome, grazie a Sellars e a Marion Shoard è quasi confortante. Edgeland.

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Ho diciotto anni e la edgeland ha infettato ogni aspetto della mia esistenza, diventando anche un tempo oltre che uno spazio. Stanno ristrutturando casa mia, vivo da mio nonno, in quella che era stata la vecchia stanza di mio zio. É il periodo tra le prove scritte e l’orale della maturità, dovrei studiare perchè si aspettano tutti un cento, magari anche la lode. Non lo faccio, per qualche motivo non ci riesco, il limbo progressivamente mi infetta, finisce per sembrarmi accogliente. Il futuro mi congela il cervello. C’è una citazione di “Rabbia” di Chuck Palahniuk che dice una cosa tipo “Quando esattamente il futuro è passato dall’essere una promessa all’essere una minaccia?” e la me di quel periodo la sente un sacco mia. Adesso penso che Chuck Palahniuk mi faccia un sacco di tenerezza (tenerezza non è la parola giusta, forse la sto usando solo per via della sindrome premestruale) perchè è chiarissimo, lampante, che vorrebbe essere Ballard ma non ci riesce, riesce ad essere bravo, a vendere, ad essere di culto, ma non ad essere Ballard e nemmeno – a differenza di Sellars – ad avere il coraggio di ammettere che vorrebbe essere Ballard. Comunque, in questa congiunzione spaziotemporale liminale, in questa edgeland dell’esistenza che è il periodo immediatamente precedente alla maturità, mi ricordo dell’esistenza dei giochi di ruolo by chat che avevo scoperto per la prima volta a quindici anni. Ci ripiombo dentro. Non ne uscirò mai più.

This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.
This is the way, step inside.

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Nei pressi del pezzo del libro che parla di edgeland si parla anche di tralicci. I tralicci sono uno dei cardini della mitologia di uno dei miei anime preferiti, ovvero “Serial Experiments Lain“. In “Serial Experiments Lain” si definisce metaforizzazione la capacità di riprodurre sè stessi nella rete. Ogni processo di creazione di un personaggio in un gioco di ruolo online è una metaforizzazione parziale mascherata e rimossa (“non confondere te stesso e il tuo personaggio” è uno dei diktat morali del presunto bravogiocatore tm e se non sei bravo a mascherare la metaforizzazione finisci marginalizzato anche nella comunità dei giocatori in cui eri entrato per sfuggire alla marginalizzazione del mondo reale). Da sfaccettature della personalità del giocatore nascono personaggi, che vivono le proprie vite insieme ai personaggi altrui, seguendo le regole del demiurgo/master e poi muoiono o continuano a vivere al di fuori dello spazio reale del gioco quando lo spazio reale del gioco chiude e il sito si svuota o quando il giocatore cancella la propria iscrizione al gioco. L’identità del giocatore si decompone, si frammenta, generando diversi personaggi (contemporaneamente o sequenzialmente nel tempo). Mi sono chiesta spesso cosa avrebbe detto Deleuze dei giochi di ruolo via chat e mi sono chiesta spesso come mai nei giri di quelli bravi a scrivere di theory nessuno ne parlasse. Ci arrivano sempre vicinissimi ma non colgono mai il punto perchè o parlano di giochi di ruolo cartacei che non è la stessa cosa perchè manca il processo di metaforizzazione, il superare il limite del corpo del giocatore o sono sull’altro fronte e parlano di rete, superare i limiti del corpo e metaforizzazione senza parlare di personaggi e mondi paralleli.

Il pezzo di “Ballardismo Applicato” – più o meno a metà – su Second Life è quello che va più vicino alla cosa che avrei sempre voluto leggere su giochi, personaggi e identità.

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Ho ventisei anni. Dopo “La mostra delle atrocità” ho comprato altri libri di Ballard. Non ne ho fatto un culto, almeno non consapevolmente, ma continuavo a leggere cose e poi a metterle in libreria, con tutto il resto e con i libri di medicina che dopo il fallimento della mia prima carriera universitaria vorrei vendere. A metà ottobre nella edgeland in cui continuo a vivere c’è una specie di alluvione. La mia stanza si riempie d’acqua per un quarto e l’umidità infetta tutto. Si genera una strana muffa nera che progressivamente, nel giro di un altro paio d’anni, infetta tutti i miei libri o quasi prima che io riesca a capire come intervenire. Non riesco a salvare nè quelli di medicina che avrei voluto rivendere, nè gran parte di quelli di Ballard. La muffa nera che infetta tutto come il cancro nero alieno di X-Files adesso, a ripensarci, mi sembra una metafora, non so se della realtà, della depressione, del capitalismo o di tutte e tre le cose insieme.

In arenas he kills for a prize,
Wins a minute to add to his life.
But the sickness is drowned by cries for more,
Pray to God, make it quick, watch him fall.

Ho quasi trentun’anni e esco da un periodo piuttosto lungo di depressione e fallimenti. La fine del mio secondo tentativo con l’accademia si avvicina e vorrei scappare di nuovo via velocissima perchè di nuovo, esattamente come nella edgeland temporale tra gli scritti e l’orale della maturità, il terrore del futuro incerto mi paralizza in questo presente/limbo. La depressione, come la muffa nera dei libri, mi ha fatto buttare un sacco di relazioni e ha mandato all’aria un sacco di occasioni, oltre ad anestetizzarmi il cervello e rendermi incapace di trovare piacere in cose che prima me ne davano, come leggere o scrivere. In questi anni sia leggere che scrivere sono stati uno sforzo tremendo: cercavo di tenermi al passo con l’immagine che io stessa avevo di me e che gli altri (quelli che non ero ancora riuscita a deludere, almeno) avevano di me, scrivevo senza convinzione come se timbrassi il cartellino di una visibilità ormai in declino, leggevo arrancando, aggrappandomi agli echi di quando sembravo una giovane donna brillante. La farsa, però, stava collassando.

You’ll see the horrors of a faraway place,
Meet the architects of law face to face.
See mass murder on a scale you’ve never seen,
And all the ones who try hard to succeed.

Probabilmente sta ancora collassando, ma ho smesso di dare peso alla cosa. Un paio di settimane fa, reduce dall’ennesima convivenza con sconosciute finita di merda, dall’ennesimo trasloco e dall’ennesimo fallimento, mentre cercavo di capire cosa fare della mia vita, giravo a casaccio sull’Amazon Store. Di “Ballardismo Applicato” avevo letto prima ancora di sapere dell’uscita italiana per Nero, perchè ne aveva parlato gente sparsa in giro nella mia bolla (tipo Enrico Monacelli, che ne ha parlato anche su Not più di un anno fa, per esempio), però non avevo mai approfondito, non avevo letto le recensioni e pensavo fosse un saggio su Ballard, l’ennesima roba theory che sì, ok, fica, ma bene o male ruota intorno agli stessi concetti che ormai nei nostrigiri (™) abbiamo imparato a conoscere e approfondito in lungo e largo. Non avevo in programma di comprarlo, sia perchè ero poverissima, che perchè, per l’appunto, pensavo fosse un saggio su Ballard e per quanto mi piacesse Ballard non avevo voglia di leggere un saggio su Ballard. Quindi, quando ho cliccato su acquista nell’Amazon Store durante il giro a casaccio di cui sopra, l’ho fatto d’impulso, senza nemmeno sapere se i soldi che avevo sulla Postepay bastassero e quando ho iniziato a leggerlo due giorni dopo, perchè insomma, ormai l’avevo comprato e quindi dovevo leggerlo, non avevo aspettative. Al primo capitolo ero già incollata. A metà sentivo il bzz delle sinapsi che lavoravano. A tre quarti stavo scrivendo duecentomila cose sul quadernino (tipo cose sul fatto che la grande letteratura sia un processo collettivo, scrittori che scrivono per parlare con altri scrittori, o che scrivono note e riflessioni sui lavori di altri scrittori come ha fatto Ada Lovelace con il lavoro di non mi ricordo chi – lo dice Sadie Plant in “Zeros + Ones“, che ho riletto dopo “Ballardismo Applicato“, però – o come fa, appunto, Sellars qui, e duecentomila altre riflessioni che, come questa, devo ancora sviluppare e chissà dove andranno a parare). Alla fine è stato come se le pasticche con la colomba, metaforizzate nel mio cervello attraverso la lettura del libro, abbiano iniziato a combattere contro la muffa nera e a farla progressivamente arretrare, facendomi tornare la voglia di scrivere, di leggere e di riflettere sulle cose, quindi, sebbene questa non sia una recensione, consiglio tantissimo di leggerlo, di parlarne e di discuterne.

And I picked on the whims of a thousand or more,
Still pursuing the path that’s been buried for years,
All the dead wood from jungles and cities on fire,
Can’t replace or relate, can’t release or repair,
Take my hand and I’ll show you what was and will be.

All’inizio di “Ballardismo Applicato” si parla di Incarichi Sotterranei, che sono una cosa affine alla sincronicità di Jung, però la contemporaneità è data dal fatto che la tempolinea non è lineare ma aggrovigliata su sè stessa e quindi le cose connesse nel groviglio sono contemporanee ma nella percezione del tempo come lineare sembrano anche lontane nel tempo. Vorrei saperlo spiegare meglio, ma non ci riesco, però mi viene in mente che anche l’aver comprato e letto “La Sincronicità” di Jung, di cui sto parlando adesso in questa cosa che ho avuto voglia di scrivere dopo aver letto “Ballardismo Applicato“, dopo aver giocato ad un gioco di ruolo by chat in cui il concetto di Sincronicità era centrale, mi sembra un incarico sotterraneo. E anche tutte le cose che ho scritto sopra. L’autobus blu col popper, i Joy Division, la muffa nera, i giochi di ruolo e tutto il resto.

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«Le nostre vite sono percorse da incarichi sotterranei», concluse. «Le coincidenze non esistono»

Incarichi sotterranei. 

Avrei presto imparato qual era il vero significato di quelle parole. Avrei capito che tutto è soggetto a connessioni profonde, che la nostra mente conscia non può decifrare.

Intermezzo: aggiornamenti

É nata una nuova rivista che si chiama Menelique, la trovate online (qui) sempre e in edicole, librerie e spazi culturali ogni tre mesi. Ci scrivo anche io, sto facendo un esperimento narrativo a puntate di sci-fi speculativa sui soliti temi che mi piacciono, ovvero cyborg, femminismo, rapporto tra umano e postumano e dintorni. Sul numero #0 cartaceo già trovate la prima puntata.

Il modulatore di umore di Blade Runner

Negli ultimi dieci anni nella mia vita ci sono state poche costanti significative: due di queste sono la presenza in varie forme della psichiatria e la fissazione per un certo tipo di fantascienza, più o meno cyberpunk.

Qualche giorno fa, non so precisamente per quale motivo, le riflessioni sulla psichiatria e quelle sul cyberpunk mi si sono sovrapposte nel cervello e mi è venuto da pensare che forse dovrei smetterla di riflettere così tanto su cose a caso ma pure ai modulatori di umore Penfield di Blade Runner, che nessuno si ricorda mai perchè pensano tutti agli androidi e al monologo di Rutger Hauer, e invece sono una delle cose più fighe insieme alle scatole empatiche. In realtà non ricordo nemmeno se siano solo nel libro o anche nel film, ma comunque non è rilevante, sto di nuovo riflettendo troppo.

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 «Se digiti il codice» disse Iran, occhi aaperti e vigli «per ottenere un astio maggiore, guarda che lo faccio anch’io. Chiederò il massimo e allora vedrai un litigio che farà impallidire qualsiasi discusssione che abbiamo mai avuto finora. Fai quel numero e vedrai; mettimi alla prova.» Si alzò anche lei, lesta, si portò al quadro di controllo del proprio modulatore d’umore e gli rivolse uno sguardo di sfida. Aspettava.
Lui sospirò, sconfitto dalla minaccia. «Digito il codice  di quello che c’è sulla mia agenda per oggi.»
Consultando il programma del 3 gennaio 1992, vide che gli si richiedeva un atteggiamento professionale, da uomo d’affari.  «Se io digito il codice secondo programma»  disse cauto «sei d’accordo a farlo anche tu?» Attese, astuto quanto basta da non impegnarsi prima che la moglie accondiscendesse a seguire il suo esempio.
«La mia agenda per oggi prevede sei ore di depressione autoaccusatoria» disse Iran.
«Cosa? Perché hai messo in programma una cosa del genere?» Andava contro la finalità del modulatore d’umore.

Negli ultimi dieci anni ho fatto a pugni costantemente con bulimia, depressione, disturbi d’ansia e difficoltà relazionali pseudoborderline varie ed eventuali e quindi lo step successivo di questa gigariflessione non poteva essere altro che una cosa tipo “Ma io, se si diffondesse davvero una cosa come il modulatore d’umore Penfield (che poi lo hanno pure mezzo inventato sul serio) lo userei? Lo userei con le cose programmate per essere una persona funzionale o cercherei il codice per le sei ore di depressione autoaccusatoria?“.

La risposta giusta è “non lo so“. Una parte di me gioirebbe all’idea di poter essere una persona funzionale e con un cervello semplice solo digitando una serie di numeri su un pannellino, senza più dover sottostare allo stress di infinite sedute di psicanalisi e/o psicofarmaci. Una parte di me vuole solo stare bene e nient’altro, smettere di vomitare, smettere di avere paura di diecimila cose, smettere di credere di avere ventotto malattie rare al giorno, smetterla di essere una frana con le persone, lasciarle andare a caso e poi pentirsene e poi riprenderle e poi pentirsene di nuovo. Un’altra parte di me, quella che ha letto troppo Foucault arrivando a non capirci più un cazzo, quella che riflette sempre troppo, invece, spera che la psichiatria del futuro non sia davvero così, con gli stati d’animo programmati giorno per giorno in base a quello che serve, quello che ti rende più produttivo e funzionale (funzionale è una parola orribile quando si parla di persone).

Detesto le menate sulla depressione che ti aiuta a riflettere, sulla pazzia come forma di normalità ™ e tutte quelle cose motivazionali da foto brutte condivise su Facebook a catena: se stai male stai male e basta, a volte il pulsante lo devi premere e basta e anche adesso mentre scrivo vorrei un pulsante che mi aiuti a smettere di pensare che questa bolla che mi è spuntata al centro dello sterno da qualche giorno sia sintomo di una malattia mortale o che il mal di schiena sia sintomo di una qualche altra malattia ancora più mortale, e per uscire da tante altre cose. Però concordo pure con Mark Fisher quando dice che certe forme di depressione e di disagio psichico in genere (la bulimia di cui ho sofferto per anni e di cui ho ancora gli strascichi sicuramente) possano essere meglio comprese e combattute attraverso schemi impersonali e politici, piuttosto che individuali e psicologici. E ho paura che cose come il modulatore di umore Penfield di Blade Runner con gli stati umorali programmati impediscano di vedere questi schemi politici, impediscano di comprendere, di chiedersi cose come “Perchè diamine ho bisogno di un pulsantino per essere una persona funzionale?” o “Che cazzo vuol dire essere una persona funzionale?“, salvo usare trick tremendi come quello delle sei ore di depressione autoaccusatorie. Vorrei contemporaneamente qualcosa che mi salvi istantaneamente da tutto questo casino nel cervello e qualcosa che non trasformi il mio umore in un prodotto del capitalismo selvaggio. Vorrei tutto. “Vogliamo tutto” vale anche nella psichiatria del futuro.

Mi viene anche da pensare che il capovolgimento tra gli androidi capaci di provare emozioni e gli esseri umani con le emozioni appiattite, codificate e programmate sia una chiave di lettura di Blade Runner interessantissima ma questo è l’ennesimo corollario del riflettere troppo e quindi magari lo svisceriamo un altra volta.

Provincia cyberpunk

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Sono nata in un paesino di provincia: uno di quei posti bucolici in cui facevano il vino buono senza l’ingombro degli inglesi, degli Sting di turno e delle ville, marginalizzato pure dalla camorra che al massimo ci veniva a buttare la munnezza che non entra più nelle buche della Terra dei Fuochi e ci usa come ruota di scorta per noiosi intrallazzi da mafietta vintage riservando ad altri posti l’onore degli effetti speciali da serie tv. La gente di città ci veniva d’estate per una settimana al massimo, per staccare dallo stress e vivere l’esperienza folkloristica di Hit Mania Dance e Peroni nelle sale giochi coi videogiochi di dieci anni prima.

Sono sopravvissuta ad un’adolescenza da stranetta fuori luogo bullizzata, da Carrie senza la telecinesi, soprattutto grazie a due cose: la speranza di andarmene fisicamente in un primaopoi ipotetico e la capacità di farlo almeno mentalmente. L’adolescenza è passata e il primaopoi ipotetico per una combo letale di mancanza di soldi e incombenza opprimente del patriarcato non è mai arrivato, così la capacità di andarmene mentalmente ha dovuto adattarsi, evolversi, rafforzarsi e per farlo si è servita della rete e si è fusa con essa quasi come i pezzi di AI in “Neuromante” di Gibson.

Che non sarebbe stato il posto magico, il regno delle favole dove tutto è possibile e tutto è permesso di cui parlavano alcuni o lo strumento magico che avrebbe risolto tutti i mali del mondo di cui dicevano altri lo avevo capito dall’inizio e per certi versi ne ero perversamente felice: non volevo un’oasi bucolica priva di confini, volevo il conflitto della metropoli che nel reale mi era precluso moltiplicato all’infinito e per quanto il sessismo e la marginalizzazione che spesso subivo o incrociavo nello spazio infinito della rete fosse per certi versi addirittura peggiore, più perverso, più grande, ripetuto all’infinito come in un sistema di specchi della merda, rispetto a quello che mi trovavo a subire nell’habitat angusto del mio corpo reale, si moltiplicava anche il mio potenziale di reazione. Diventavo Carrie coi superpoteri.

É passato un anno, poi due, poi tre, poi dieci. Il mondo si è trasformato, io mi sono trasformata ma se non ci fosse stata la bulimia a fare da unico anello di congiunzione tra il mio cervello e il mio corpo forse non me ne sarei nemmeno accorta.  Intanto, però, l’iperdiffusione dei social network trasformava incessantemente anche la rete: paradossalmente lo spazio infinito piuttosto che dilatarsi si restringeva diventando sempre più simile ad una provincia virtuale, altrettanto angusta. Le sacche di infinite potenzialità e infiniti conflitti venivano colonizzate dalle versioni embrionali e senza suggestivo nome giapponese delle zaibatsu di Gibson col risultato che le infinite potenzialità diventavano la versione patinata e finta di sè stesse e il conflitto diventava necessario conflitto di difesa, catenaccio cyberpunk piuttosto che entusiasmante gioco di attacco. Ci eravamo fatti fregare e se da un lato c’erano quelli che ci sguazzavano meglio di prima, dall’altro c’erano quelli che come pazzi millenaristi predicavano di ritorni ad altri tempi mai esistiti davvero e recupero di vecchie tradizioni che facevano schifo e che sarebbero dovute restare sepolte per sempre.

Poi c’erano quelli come me che un posto e un passato a cui tornare nemmeno ce l’avevano e nel tentativo di costruirsi un corpo lo avevano accidentalmente anche distrutto. All’inizio pensammo che non riuscire a percepire più la differenza tra il dentro e il fuori, tra lo spazio categorizzato come reale e quello categorizzato come virtuale, fosse un problema nostro, una dispercezione derivata dalla confusione, dall’essere stati troppo tempo connessi e aver perso la capacità di vedere i confini. Poi abbiamo capito. Abbiamo capito che, come succede agli universi paralleli in certe serie tv, le due porzioni di esistente si erano scontrate finendo prima per influenzarsi a vicenda e poi per diventare indistinguibili. Il dentro è diventato il fuori, il fuori il dentro, il dentro il fuori, il fuori il dentro.

La provincia è diventata a sua volta un’entità ibrida tra una città fantasma congelata eternamente all’apice della sua storia sociale e un interstizio di connessione vuoto tra due punti di uno sprawl infinito. E le guerre di dentro e quelle di fuori sono diventate indistinte, adesso c’è solo da capire come sfruttare anche la telecinesi da Carrie indistintamente.