Fuggire dalla performance, tornare al racconto #1

La (ri)comparsa di nomi come Brunetta, Gelmini e Carfagna sulla scena politica e nelle cronache ha più o meno prevedibilmente generato l’ennesima nostalgia per i presunti bei tempi andati e sebbene io sia convinta che la nostalgia acritica, anche (soprattutto?) quando è nostalgia di movimento è pericolosamente reazionaria, non ho potuto fare a meno di lasciarmi andare ai ricordi. Siccome sono come al solito un’egocentrica di merda, però, ho direzionato la nostalgia verso me stessa e mi sono messa a riflettere sulla me stessa di dieci anni fa. Poi, come capita di solito a noi overthinker professionisti, una riflessione si è sovrapposta all’altra in un groviglio confuso e alla fine ho deciso di provare a districare un minimo il groviglio con la scrittura. Questo racconto, che divido in puntate perchè mi sta venendo davvero troppo lungo, è quello che ne è venuto fuori

I • La costruzione di sè

Circa dodici anni fa il mio disturbo alimentare spegneva la sua seconda candelina e io, rispondendo ad un appello di un blog femminista molto in voga all’epoca che si chiamava Femminismo a Sud, decisi di provare a raccontare qualcosa della mia convivenza con la bulimia. Il post ottenne un sacco di riscontri e soprattutto avevo l’impressione che scrivere, raccontare della bulimia, in qualche modo mi aiutasse a stare meglio, sia perchè mi rendeva più semplice scendere a patti con il demone che mi infestava la testa che perchè mi faceva sentire utile alla lotta, ai movimenti e al mondo, permettendomi di incanalare le mie insicurezze e le mie fragilità, di sovvertirle e di trasformare in un percorso di rivolta che passava per l’autonarrazione. Non mi potevo permettere un terapista, dieci anni fa la terapia non era ancora socialmente accettata come adesso (non sto dicendo che la situazione attuale sia rosea, ma dieci anni fa era molto peggio) e per di più il triangolo relazionale tra me stessa, il mio disturbo e i miei genitori che all’epoca iniziavano ad attraversare i primi tumulti della crisi che li avrebbe portati alla separazione era un cazzo di disastro, quindi scrivevo, scrivevo, scrivevo qualsiasi cosa mi capitasse e/o mi passasse per la testa. Il mio primo blog, che si chiamava “La femme cannibale” (il titolo di una canzone degli UIan Bator), ebbe un discreto successo, o almeno così mi sembrava: Loredana Lipperini lo menzionò nelle pagine culturali di Repubblica, un sacco di gente mi scriveva ringraziandomi per le cose che scrivevo e visto che all’epoca non esisteva ancora Io, professione mitomane a farti sentire ridicolo ogni volta che gioivi per i tuoi stupidi ed effimeri successi su internet, mi ritrovai a vivere – bulimia a parte – un periodo relativamente felice, illuminato da una discreta stima di me stessa, delle mie presunte capacità di scrittura e della presunta utilità politica di quello che scrivevo.

All’epoca utilizzavo poco Facebook e la maggior parte della mia vita virtuale si svolgeva su Twitter e su Giap, il blog dei Wu Ming, oltre che sui blog che hanno preceduto questo su cui sto scrivendo ora. Si era creato più o meno spontaneamente un gruppo di persone che interagivano spesso tra loro costituendo (più o meno) una versione embrionale di quella che sarebbe poi diventata la mia filter bubble attuale e siccome all’epoca esistevano ancora gli spazi occupati, i centri sociali, la realtà fisica, i festival, le presentazioni dei libri e la possibilità di girare ed incontrarsi iniziai a mischiare la mia identità reale e la mia identità virtuale incontrando dal vivo alcune delle persone con cui interagivo nella pseudobolla e partecipando addirittura ad assemblee ed altri eventi pubblici in cui bisognava parlare a voce. Calare la virtualità nella realtà innescava nella mia testa un processo strano: da un lato era entusiasmante, eccitante, mi faceva sentire finalmente al centro delle cose che succedono e del fermento e libera dall’orizzonte del paesello da cui avevo cercato di scappare per tutta la vita e dall’altro era una specie di ordalia, una tortura autoimposta durante la quale piuttosto che dedicarmi a conoscere genuinamente la persona che avevo di fronte mi concentravo, da schifosa egocentrica quale sono – deve essere per via dell’ascendente leone – su me stessa, chiedendomi cosa pensasse l’altra persona di me e se avessi soddisfatto le sue aspettative sulla persona che ero e rispondendomi da sola che “sicuramente no“.

Pensavo a Keats, a quando racconta, profondamente deluso, del suo incontro con Wordsworth: si aspettava un genio brillante, si era ritrovato ad avere a che fare con un omuncolo mediocre. Io volevo così tanto e da così tanto tempo essere Keats che ero terrorizzata dall’idea di scoprirmi Wordsworth e all’epoca, quando mi illudevo ancora che almeno le mie fragilità e i miei difetti fossero solo miei, speciali ed eccezionali pur nella loro bruttura, pensavo di essere la sola al mondo a sentirmi in quel modo e mi sentivo l’unica persona fragile e sfigata in un mondo di persone fichissime, assertive e di successo.

Quello che è venuto dopo mi ha fatto non solo cambiare idea sull’eccezionalità delle mie ansie ma anche capire che si trattava della punta dell’iceberg, di uno dei tanti sintomi del capitalismo della performance. Di questo, però, parliamo nella prossima seduta di autoanalis-puntata, volevo dire puntata.

Scrivere (riflessioni sparse e una writing challenge)

Ultimamente faccio un sacco di fatica con la scrittura. Avevo un sacco di post in programma, avevo deciso gli argomenti e la scaletta dei contenuti ma ogni volta che provavo a mettermi al pc per scrivere ero assalita da un senso di frustrazione e ansia e mi ritrovavo a fissare lo schermo sperando in un’illuminazione che non arrivava mai o – più spesso – ad arrendermi e mettermi a cazzeggiare dopo cinque secondi. Ho sofferto molto, ho riflettuto, ho combattuto interminabili battaglie di overthinking nella e con la mia testa, ho pensato spesso di mollare e non scrivere mai più niente che dovesse o potesse essere letto da altri. Poi, dopo un po’, ho capito che il problema erano le aspettative, mie ed altrui, e l’immagine di me stessa che, anche per via della permanenza lunghissima in un certo tipo di filter bubble, si era venuta a creare e mi ero creata.

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Negli ultimi dieci anni ho scritto o avuto la pretesa di scrivere theory più o meno densa e complessa e un po’ di autofiction che però era comunque condita da riflessioni teoriche ipercritiche da overthinker compulsiva quale purtroppo ancora sono. Bello, ma non è (più, o forse non è mai stata) la mia cup of tea, sia perchè ci sono altr_ che lo fanno e lo sanno fare molto meglio di me che, soprattutto, perchè voglio tornare a quando scrivere mi faceva stare bene e la theory non mi fa stare bene e al di là dell’appagamento momentaneo nel momento della pubblicazione del pezzo mi ha portata solo ad una spirale di autocommiserazione, overthinking e aspettative troppo alte e per questo continuamente disattese. Come se non bastasse, il networking non vale tutto l’investimento emotivo e di tempo che costa starci dietro e dal punto di vista economico non solo non ho visto un centesimo, nonostante le collaborazioni con webzine anche mediamente note, ma spesso ci ho pure rimesso.

Per tutti questi motivi ho deciso di portare a termine gli impegni che ho già preso (di cui saprete a tempo debito) e poi, almeno per un po’ di tempo, provare a scrivere altro. Ho autoprodotto (con l’aiuto di un post trovato su Pinterest che non taggo perchè non riesco a ritrovarlo) una lista di temi per dei raccontini a cui mi dedicherò nei mesi a venire come se fosse una specie di writing challenge (e se le writing challenge vi sembrano una cosa scema pensate al fatto che anche “Frankenstein” di Mary Shelley è nato da una writing challenge!). Di seguito c’è la lista, è assolutamente open source e se vi piace l’idea potete partecipare anche voi alla challenge, modificarla, farla a metà o inventarne di nuove, nella speranza che aiuti anche altr_ a ritrovare l’ispirazione e magari anche ad ingannare un po’ il tempo in questo strana e confusissima piccola apocalisse in slow-motion in cui ci troviamo a vivere nelle ultime settimane.

La lista: 

  1. Lo sconosciuto (come concetto)
  2. Creare un mito sull’origine della vita
  3. Uno strano processo
  4. Un sogno che hai fatto
  5. Il te stesso ideale
  6. Un incontro tra due divinità
  7. Crea la tua creatura sovrannaturale
  8. Inventa una storia su una superstizione
  9. Descrivi un nuovo pianeta
  10. Un’epifania
  11. Una canzone legata a un ricordo
  12. Un testo che pubblicizzi una cosa brutta
  13. Qualcuno perde qualcosa di importante
  14. Scrivi una lettera ad un tuo personaggio
  15. Scrivi a te stesso una lettera inviata da un tuo personaggio
  16. Descrivi una festa
  17. Inventa una storia partendo da un meme a tua scelta
  18. Scrivi di una volta che hai avuto torto
  19. Racconta un innamoramento
  20. Inventa un personaggio famoso. Come lo è diventato?
  21. Racconta una rivolta
  22. Cosa significa per te “destino”?
  23. Inventa una città con elementi fantasy. Descrivila.
  24. Come sarà il posto in cui vivi in un ipotetico futuro? Descrivilo.
  25. Crea una razza aliena
  26. Descrivi un’invenzione fantastica (oggetto magico o artefatto sci-fi)
  27. Parla di una società segreta (reale o inventata)
  28. Uno spettacolo teatrale finito male
  29. Rivisita una leggenda metropolitana
  30. Un personaggio storico a tua scelta si ritrova nel presente
  31. Un’apocalisse
  32. La fine di una storia d’amore
  33. Una famiglia in quarantena
  34. Un fantasma. Come è morto e perchè è un fantasma?
  35. Una maledizione.

Note e regole: 

Io non mi dò particolari regole, non fatelo nemmeno voi se decidete di provare la challenge: deve essere una cosa che vi (ci) faccia ritrovare il piacere per la scrittura, non uno stress. Lunghezza a scelta, libertà di dare alle storie e agli argomenti il taglio che si preferisce, libertà di stravolgere o saltare dei temi. Mi farebbe piacere se in qualche modo poi mi fate leggere le vostre storie, se decidete di partecipare, ma se non vi va di condividerle e preferite tenerle per voi lo capisco più di quanto crediate. Intanto, spero di farvi leggere i miei primi a brevissimo.

«Ten years ago I went blind» aka I LISTONI DEL DECENNIO

Disclaimer vari: (1) si tratta di liste, non di classifiche. L’ordine è assolutamente casuale e non implica che una cosa scritta prima mi sia piaciuta più di una scritta dopo e viceversa. Le classifiche non le so fare, le lascio alle persone meno indecise di me sulla vita, l’universo, i gusti e tutto quanto. (2) nessuna pretesa di universalizzazione qui. Si tratta delle cose che, per un motivo o per l’altro, sono state più significative per me in questo decennio. Se mi scrivete anche le vostre liste mi fa un sacco piacere così magari scopro cose nuove, se invece mi dite “Avrei messo questa cosa piuttosto che quest’altra” o “COME HAI OSATO METTERE IL FILM/LIBRO/DISCO TALDEITALI PIUTTOSTO CHE QUEST’ALTRO” faccio spallucce. (3) in questo post ci sono solo le liste, poi arriveranno delle recensioni fatte a modo mio, probabilmente per gruppi tematici.

Film

  • Frances Ha, Noah Baumbach
  • Paterson – Jim Jarmush
  • Me and Earl and the Dying girl – Alfonso Gómez-Rejón
  • Inside Llewyn Davis– Joel e Ethan Coen
  • Melancholia – Lars Von Trier
  • The Vvitch – Robert Eggers
  • A ghost story – David Lowery
  • Mad Max: Fury Road – George Miller
  • Ladybird – Greta Gerwig
  • Marriage Story – Noah Baumbach
  • La nuova trilogia di Star Wars – Vari
  • The Lobster – Yorgos Lanthimos
  • The Killing of the Sacred Deer – Yorgos Lanthimos
  • Her – Spike Jonze
  • Ex Machina – Alex Garland
  • Coco – Lee Unkrich e Adrian Molina
  • Moonrise Kingdom – Wes Anderson
  • Clouds of Sils Maria – Oliver Assayas
  • Blue Valentine – Derek Cianfrance
  • Hagazussa – Lukas Feigelfeld
  • Inside Out – Pete Docter

Libri

  • La straniera – Claudia Durastanti
  • Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti
  • Il cardellino – Donna Tartt
  • Ghosts of my life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures – Mark Fisher
  • Borne – Jeff VanderMeer
  • Limonov – Emmanuel Carrere
  • L’inconfondibile tristezza della torta al limone – Aimee Bender
  • Dieci dicembre – George Saunders
  • 1Q84 – Murakami Haruki
  • Tutto il nostro sangue – Sarah Taylor
  • Ballardismo Applicato – Simon Sellars

Serie tv

  • Mad Men – Matthew Weiner
  • Stranger Things – Matt e Ross Duffer
  • Black Mirror I/II – Charlie Brooker
  • Utopia – Dennis Kelly
  • Sense8 – Lana e Lilly Wachowski
  • Les Revenants – Fabrice Gobert
  • Fleabag – Phoebe Waller-Bridge
  • True Detective I – Nic Pizzolatto
  • Mozart in the jungle – Roman Coppola, Jason Schwartzmann, Alez Timbers, Paul Weitz
  • Master of None – Aziz Ansari
  • Bojack Horseman – Raphael Bob-Waksberg
  • Adventure Time – Pendleton Ward
  • Twin Peaks – David Lynch
  • You’re the worst – Stephen Falk
  • Parks and Recreation – Greg Daniels e Michael Schur
  • Homeland I/II – Howard Gordon e Alex Gansa
  • Mr Robot – Sam Esmail
  • Dark – Baran bo Odar e Jantje Friese
  • The chilling adventures of Sabrina – Roberto Aguirre-Sacasa
  • Game of Thrones – quei due tizi lì
  • Girls – Lena Dunham
  • Euphoria – Sam Levinson
  • The haunting of hill house – Mike Flanagan
  • Shameless USA I/II/III – Paul Abbott
  • I love Dick – Sarah Gubbins e Jill Soloway
  • The end of the F***ing world – Jonathan Entwistle
  • Steven Universe – Rebecca Sugar

Dischi

  • Cattive Abitudini – Massimo Volume
  • Il nuotatore – Massimo Volume
  • Trouble will find me – The National
  • Sleep well beast – The National
  • High Violet – The National
  • Push the sky away – Nick Cave and the Bad Seeds
  • Scialla semper – Massimo Pericolo
  • Come over when you’re sober I/II – Lil Peep
  • Hellboy – Lil Peep
  • Suffer On – Wicca Phase Spring Eternal
  • If you leave – Daughter
  • Inside the rose – These New Puritans
  • Field of Reeds – These New Puritans
  • Carrie and Lowell – Sufjan Stevens
  • Blackstar – David Bowie
  • Norman Fucking Rockwell – Lana del Rey
  • Aventine – Agnes Obel
  • Ghosteen – Nick Cave and the Bad Seeds
  • Grimes – Visions
  • 6 Feet Beneath the Moon – King Krule
  • Ruins – Grouper
  • Halcyon Digest – Deerhunter
  • Glamour – I cani
  • FKA Twigs – LP1
  • ANTI – Rihanna
  • Still Smiling – Blixa Bargeld + Teho Teardo
  • Are We There – Sharon Van Etten
  • Beyondless – Iceage
  • Apocalypse, girl – Jenny Hval
  • No Shape – Perfume Genius

Nelle prossime settimane arrivano recensioni a gruppi/per temi di queste cose qui (non tutte, impiegherei un altro decennio e poi nel post del 2029 non saprei che cosa scrivere) e altre due liste (che però forse non scriverò sottoforma di liste vere e proprie): momenti memorabili e cose dell’internet.

 

Manifesto intimo del culto di Sailor Saturn

I: Dark Kingdom

Quello tra me e Hotaru Tomoe non è stato un amore a prima vista.
Quando ho visto Sailor Moon S, che è la stagione di Sailor Moon in cui compare per la prima volta, ero in quarta elementare, non so come avevo fatto a convincere i miei genitori a comprarmi un bellissimo vestito da Sailor Moon con tanto di parrucca e nella banda di Sailor Moon – una specie di versione infantile dei LARP che era il gioco must di tutte le ricreazioni – ero Sailor Moon. Non Usagi Tsukino, proprio Sailor Moon: non era identificazione con la persona goffa che ha un rapporto complicato col cibo e col concetto di diventare una persona adulta e responsabile che è Usagi quando è sè stessa, era voglia – al limite della pretesa prevaricatoria – di fare il capo.
Fino a metà delle medie, infatti, ero la nemesi della me stessa che sarei diventata dopo e che a grandi linee sono tuttora: volitiva, carismatica, capace di impormi, di essere amata e rispettata come una Blair Waldorf in grembiulino blu, in anticipo di un lustro e senza insicurezze. Alla bambina detestabile che ero, Hotaru Tomoe sembrava un personaggio come un altro nella migliore delle ipotesi, una sfigata pallosa nella peggiore, tipo la tizia – tale Elisa – che in quinta elementare, col passaggio dalle bande di minilarper alle bande di minicriminali, era il bersaglio preferito di tutte le nostre prepotenze, giudicata colpevole senza possibilità di appello di venire dalla campagna e di essere povera e che, a differenza di Hotaru Tomoe, non riusciva nemmeno a diventare fica trasformandosi in Sailor Saturn (e comunque non fica come Sailor Moon, che era e restava il capo).

La punizione karmica per le nefandezze dei primi dieci anni della mia vita (che probabilmente sto scontando ancora oggi, che di anni ne sono passati venti) arrivò sottoforma di catastrofe ormonale: alle medie la trasformazione dei corpi delle mie amiche fu un glow-up simile a quello delle guerriere Sailor, la mia invece fu una deformazione da body horror alla Cronenberg o da personaggio di un qualche racconto di Junji Ito. La pancia e lo stomaco diventarono più grandi del seno, il collo si allargò, le cosce e i polpacci pure, diventai progressivamente tozza e flaccida. In terza media iniziarono ad appiopparmi nomignoli del cazzo, che non riesco nemmeno a riscrivere. Se questo fosse un film americano con un lieto fine e una morale, finirebbe con me che capisco gli errori della mia infanzia, mi scuso con Elisa e con tutte le altre Elisa marginalizzate da me e dalle mie bande di minicriminali alle elementari e poi, tutte insieme, ci rivoltiamo contro gli aguzzini.

Invece non è un film americano, e nemmeno una favola a lieto fine. Al massimo è una versione venuta male di “La Bella e la Bestia” in cui sono contemporaneamente la Bestia, il principe arrogante trasformato in un mostro dalla maledizione ormonale di una strega invisibile, e Belle, con la Sindrome di Stoccolma nei confronti degli aguzzini: ero terrorizzata dall’idea che se mi fossi ribellata sarei rimasta da sola, quindi fingevo compiacenza, mi mettevo addosso una maschera di autoironia e ogni volta che mi davano quel nome o un qualsiasi nome affine, cioè praticamente sempre, piuttosto che ribellarmi ridevo, come se trovassi davvero davvero divertentissime le loro battute, sebbene ne fossi l’oggetto, manco avessi dentro al cervello uno di quei tizi che sotto ad un joke sessista, razzista, omofobo, transfobico o abilista non riesce a fare a meno di commentare “EFATTELAUNARISATADAICHEPALLECHESEI”.

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Mentre in pubblico ridevo, in privato compensavo maldestramente l’incapacità di chiedere scusa ad Elisa e a tutte le Elisa del paesello e del mondo chiedendo scusa ad Hotaru Tomoe ed imparando ad amarla.

II: Black Moon

Come gran parte delle mie coetanee per circa vent’anni o giù di lì pensare a Sailor Moon per me equivaleva a pensare all’anime, quello con i tagli, le censure e i nomi tradotti alla cazzo che davano su Italia 1 nel primo pomeriggio, durante Bim Bum Bam. Sapevo – durante l’adolescenza – dell’esistenza del manga, ovviamente, ma non lo avevo mai letto e non riuscivo a pensare a nient’altro che non fosse l’anime.

Nella versione italiana dell’anime Hotaru Tomoe si chiama Ottavia e compare per la prima volta nel ventiduesimo episodio della terza stagione, Sailor Moon S (il 111 nel conteggio complessivo che parte dalla prima puntata della prima stagione). La scena immediatamente precedente alla comparsa di Hotaru è ambientata altrove e apparentemente non ha alcun nesso con lei: Usagi, trasformandosi per la prima volta in Super Sailor Moon grazie al Calice Lunare (una versione sailormoonesca del Sacro Graal che nell’anime italiano hanno tradotto letteralmente come Sacro Graal) generato dai talismani posseduti dalle tre guerriere del sistema solare esterno, Sailor Pluto, Sailor Neptune e Sailor Uranus, è riuscita a sconfiggere Eudial, una delle 5 Witches al servizio dei tanto famigerati quanto misteriosi Death Busters. La trasformazione, tuttavia, l’ha lasciata completamente priva di energie e semi-svenuta e questo induce le tre guerriere del sistema solare esterno a dichiarare che Sailor Moon non è la presunta salvatrice che stanno cercando, colei che impedirà l’imminente distruzione del mondo ad opera di non-si-sa-ancora-chi.
Stacco, la scena si sposta altrove, in una camera da letto piuttosto grande. La luce è soffusa, fredda, grigio-bluastra, quasi asettica. Al centro della stanza c’è una ragazzina completamente vestita di nero, la vediamo solo di schiena, è rannicchiata su sè stessa e sta apparentemente soffrendo per qualcosa. Altro stacco, vediamo quello che sembra il classico scienziato pazzo standard ed iconico nel suo laboratorio, intento ad armeggiare con provette e macchinari e a fare esperimenti con “embrioni di demone”. Lo abbiamo già visto in altre puntate, ma finora ci è sembrato solo un altro membro random dei Death Busters che dà ordini alle 5 Witches. Nemmeno stavolta ci viene detto granchè sulla sua identità, lo vediamo solo interagire con un’altra delle Witches, Mimete, che gli comunica quello che è successo con la Coppa Lunare e propone di impadronirsene e trovare qualcuno che possa sfruttare il potere della coppa a vantaggio dei Death Busters. Ultimo stacco della puntata, viene inquadrata di nuovo la ragazzina sofferente di prima, stavolta di profilo e più da vicino. Fine.

Nella puntata che segue scopriamo che la ragazzina si chiama Ottavia Tomoe (traduzione infamissima) e che è la figlia dello scienziato pazzo clichè e la vediamo fare amicizia con Chibiusa. L’amicizia tra Hotaru e Chibiusa diventa un elemento ancora più interessante se la correliamo al fatto che nella stagione precedente – Sailor Moon R – la crescita di Chibiusa e la sua personalità oscura, Black Lady, sono elementi narrativi fondamentali: anche Hotaru, come scopriremo, nel corso delle puntate che seguono, ha una personalità oscura, dal momento che suo padre l’ha resa ricettacolo dell’embrione della regina demone Mistress 9, e anche Hotaru quando assume la sua forma oscura diventa adulta. Un’amicizia tra outcast, Hotaru la emo fragile e Chibiusa l’insopportabile piagnucolona, che poi, come è prevedibile, nelle fanfiction si trasforma in amore, anticipando, anche nel cromatismo violanero / rosa oltre che nell’attitudine, la coppia Marceline + Bubblegum di Adventure Time (viene quasi da pensare che la cosa sia voluta).

La trasformazione di Hotaru in Sailor Saturn e il legame tra Hotaru, Sailor Saturn e la suddetta regina demone Mistress 9 nell’anime è affrontata e resa in modo piuttosto confuso: sul lato mistico, simbolico e filosofico prevale, in definitiva, quello emotivo.

La me stessa liceale, quella dilaniata dalla conflittualità tra il “farsi una risata” e la sofferenza, quella che cercava di trasformare la sofferenza in espressione artistica perdendosi in un cosmo fatto di My Chemical Romance, Placebo, David Bowie, Joy Division e la bellissima, oscura e ormai dimenticata (non si trova più nemmeno su youtube) scena darkwave molisana, viveva la trasformazione di Hotaru in Sailor Saturn come l’ultima speranza di un glow-up post-adolescenziale e post-emo, una sorta di desiderio di un futuro mitico in cui anche io da ragazzina triste, emarginata e non più in grado di essere la Sailor Moon di niente, avrei potuto ambire a trasformarmi in Sailor Saturn e a diventare – per usare una parola cara ad un certo femminismo e sulla quale personalmente (prima o poi ne scriverò) sono piuttosto critica – empowered.

Non è andata così, e per qualche anno, sentendomi tradita, mi sono dimenticata di Hotaru. Poi ho imparato ad amare la catastrofe.

III: Infinity

«Credevo un tempo che parlare di esseri umani significasse parlare di palazzi che crollano, di ragazze che credono di essere grattacieli destinati a implodere per un attacco terroristico interno. Ma quando penso a certe esistenze, mi vengono in mente solo geopolitiche che non sono state aggiornate, vecchie versioni del Risiko! lasciate a prendere polvere, in cui ci sono state nazioni devastate dal dolore, ma in cui c’erano anche roccaforti inespugnabili, condannate a resistere, convinte che l’assedio sarebbe passato, finchè non sono rimaste solo loro e il corpo circostante non è diventato uno stato di cui erano le uniche dittatrici. É difficile raccontare questi corpi rimasti, la memoria va sempre al paese in tempo di guerra e non a quello in tempo di pace, al Vietnam che non si fa mai California. Un tempo scrivevo a un’amica “Spero che qualsiasi Apocalisse ti ucciderà sia meravigliosa”, ma l’Apocalisse richiede una coerenza che gli esseri umani non hanno: il disastro è per forza di cose incrementale, un’accumulazione quotidiana, per la maggior parte di noi, e prima di vederne gli esiti moriremo. 

(“La straniera“, Claudia Durastanti)

“La Straniera” di Claudia Durastanti è stato uno dei miei libri preferiti del 2019 e questo passaggio in particolare è uno dei miei preferiti. C’è un gruppo su Facebook – un tagging group, come si dice in gergo – che si chiama “I feel personally attacked by this relatable content” e credo che niente esprima meglio di così il sentimento di doloroso riconoscimento che provo ogni volta che lo rileggo: speravo di trasformarmi in Sailor Saturn dopo il liceo, o quantomeno di andarmene da qui, di scappare da me stessa, dai traumi e dal farsi una risata imperativo. Non ci sono riuscita (e forse probabilmente non sarebbe servito a niente comunque) e i miei disastri hanno cominciato ad accumularsi, come gli errori di sistema nei computer dopo anni di utilizzo un po’ sconsiderato. Non so se sia come dice la Durastanti e le Apocalissi interiori siano impossibili a prescindere o se sono io ad essere ed essere stata troppo poco coraggiosa per generarne e viverne una, diventando quantomeno speciale attraverso l’auto-martirio. So solo che ho smesso presto di sperarci, e poi ho anche capito che sarebbe stato individualismo egoista: era tutto il mondo ad aver accumulato disastri, errori di sistema, non solo la mia vita. Era tutto il mondo ad aver bisogno di una catastrofe.

Uno dei miei libri preferiti di sempre è “White Noise” di Don De Lillo, anche se quando è diventato uno dei miei libri preferiti di sempre non sapevo esattamente perchè. Sul significato politico e filosofico del libro sono state fatte centinaia e centinaia di analisi nel corso degli anni, ne ho lette un sacco, ne ho condivisa qualcuna. Non lo rileggo da almeno un paio d’anni, ma quello che mi è rimasto dentro, che mi si è quasi sedimentato nel cervello, è il modo in cui De Lillo descrive l’interazione tra la disfunzionalità della famiglia (e delle persone) protagoniste della prima parte del romanzo e la catastrofe di massa che invece occupa la seconda parte, il modo in cui la catastrofe modula e deforma le vite e le emotività di queste persone, sospende lo spazio-tempo, aggrega emotivamente in un modo che nessun movimento e nessuna religione riesce a raggiungere e contemporaneamente disgrega l’ordinarietà, la routine e il cumulo di responsabilità, schematismi, costrutti e ruoli creati dalla società capitalista borghese. Non ne ero ancora del tutto consapevole ma era esattamente quello che avevo iniziato a desiderare.

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Ieri sera ho scoperto per caso un sito bellissimo che si chiama Dictionary of Obscure Sorrows. La missione del suo creatore John Koenig è quella di “riempire i buchi del linguaggio” inventando definizioni per stati emotivi più o meno complessi che non ne hanno ancora una, o raccogliendo eventuali definizioni già esistenti ma misconosciute. Koenig ha definito il sentimento che provo lachesism (presumibilmente traducibile con lachesismo), dal nome di Lachesi, una delle tre Moire (le altre due erano Cloto ed Atropo, ed erano tutte e tre sorelle, figlie della Notte in alcune versioni e di Mnemosine, la memoria, in altre), precisamente quella che distribuiva la quantità di vita e decideva il destino di ogni essere umano.

lachesism

n. the desire to be struck by disaster—to survive a plane crash, to lose everything in a fire, to plunge over a waterfall—which would put a kink in the smooth arc of your life, and forge it into something hardened and flexible and sharp, not just a stiff prefabricated beam that barely covers the gap between one end of your life and the other.

Sì, ok, tutto molto bello, ma che nesso hanno tutti questi stralci del mio rapporto con le catastrofi con il culto di Sailor Saturn e con Hotaru Tomoe? É solo per il clichè un po’ trito ma comunque sempre bello che ricollega più o meno arbitrariamente emo e morte e interpreta la catastrofe semplicemente come una morte in scala più vasta? Non esattamente.

Pretty Guardian Sailor Moon Crystal è una nuova versione dell’anime, più fedele al manga originale, uscita per la prima volta in Giappone nel 2014 e in Italia nel 2015, per celebrare il ventennale della nascita del Moonverse. L’arco narrativo di Sailor Saturn, che qui (e nel manga) si chiama Infinity, è la terza stagione ed è andata in onda nel 2016 in Giappone e nell’estate del 2017 in Italia.

Non ricordo esattamente cosa sia successo nella mia vita nel 2017, ma ricordo distintamente di aver visto Infinity in autunno, a settembre, forse ottobre, e di essere rimasta folgorata come San Paolo sulla via di Damasco dalla nuova (almeno per me, che fino ad allora non avevo mai letto il manga) versione della storia di Sailor Saturn.

In questo caso la storyline di Hotaru (che finalmente ha ripreso possesso del suo nome originale) e quella di suo padre Souichi, sono intrecciate in modo ancora più chiaro e definitivo rispetto al primo anime che tratta la questione solo superficialmente, a una strana ed inquietante scuola privata ed istituto di ricerca avanzato che si chiama Accademia Infinity. Souichi Tomoe, espulso dalla comunità scientifica per esperimenti sui superorganismi al limite della dark sci-fi, è diventato il finanziatore principale dell’Accademia Infinity e le 5 Witches costituiscono praticamente tutto il corpo docente. Anche qui l’avvicinamento tra Hotaru e le Sailor Senshi avviene attraverso Chibiusa e anche qui vediamo lo sviluppo dell’amicizia tra una Chibiusa reduce della sè stessa Black Lady ed Hotaru. Uno degli episodi chiave sia dell’amicizia tra Chibiusa ed Hotaru che del character arc di Hotaru è invece una novità per chi (come me) fino a quel punto conosceva solo il manga: scopriamo, attraverso gli occhi straniti e inquietati di Chibiusa, che Hotaru è una cyborg, un ibrido tra ragazzina umana e macchina.

Più o meno precisamente, la storia è questa: il dottor Tomoe sta studiando i superorganismi, sua figlia Hotaru, che all’epoca ha tre o quattro anni, resta coinvolta in un incidente in laboratorio e lui approfitta della possibilità di salvare sua figlia e creare contemporaneamente l’essere perfetto innestandole componenti meccaniche e rendendola di fatto una cyborg. Mentre la procedura di cyborgizzazione di Hotaru (che essendo una cyborgizzazione non autodeterminata ma imposta dal padre/patriarca/icona della scienza al servizio del capitale non è liberante) è in corso, tuttavia, arrivano dei demoni alieni da una galassia parallela, guidati da Pharaoh 90. La sua assistente Kaori diventa un ricettacolo, assumendo il nome di Kaolinite e fungendo poi da guida e capo per le neo-generate creature umanoidi che diventeranno poi le 5 Witches (in una sorta di parallelismo con Lilith, madre di demoni e signora della stregoneria), Tomoe viene infettato dal mostro Germatoide e Hotaru viene offerta come ricettacolo per la compagna di Pharaoh 90, Mistress 9. Il riferimento, disseminato in tutta la storyline, a un’altra celebre apocalypse maiden, Rei Ayanami di Evangelion, è piuttosto evidente, sebbene non sia chiarissimo chi si sia ispirato a chi, dal momento che parliamo di prodotti più o meno contemporanei.

Nella compresenza tra il corpo cyborg di Hotaru e il demone alieno Mistress 9 che usa quello stesso corpo come veicolo, Sailor Saturn è la grande assente, apparentemente silente: sebbene dalla prima puntata si parli già, attraverso flash onirici e successivi tentativi di decifrarli, di una misteriosa e terribile Dea della Distruzione, veniamo a sapere effettivamente per la prima volta della sua esistenza per bocca di Sailor Pluto, che spiega che la missione che ha da compiere, insieme a Sailor Uranus e Sailor Neptune. è quella di fermare Sailor Saturn, che è per l’appunto la Dea della Distruzione, Colei che non si deve risvegliare. Il risveglio di Sailor Saturn, infatti, determinerebbe la distruzione del mondo, come successe già per la prima versione del regno lunare in seguito alla morte della Principessa Serenity (poi reincarnatasi in Usagi).

Nel momento di rottura, quando Mistress 9 ha ormai apparentemente preso completamente possesso del corpo cyborg di Hotaru annullando la sua coscienza, e Pharaoh 90, sotto forma di Nube Nera (sarà voluto o casuale il riferimento a “La nuvola nera” di Fred Hoyle -tra l’altro citato ed analizzato da Eugene Thacker in “Tra le ceneri di questo pianeta” – che parla per l’appunto di un’entità aliena che infesta la terra espandendosi sotto forma di nube?), Sailor Saturn si risveglia e effettivamente, a differenza del primo anime in cui il tutto è ridotto (e distorto) ad un sacrificio salvifico pseudo-cristiano, calando la Death Glaive, la Falce del Silenzio (Death Reborn Revolution è il nome dell’attacco) distrugge il mondo ormai in rovina.

La rivelazione quasi messianica è che in realtà la distruzione totale e Sailor Saturn che ne è l’agente, costituiscono il sistema di reset estremo del Sistema Solare: quando gli errori accumulati diventano troppi, quando la rovina è inevitabile, la catastrofe, lo spegni-e-riaccendi, diventano l’unica soluzione percorribile. Tra l’altro, è interessante notare come la correlazione tra scienza, tecnologia, demonologia e catastrofe anticipi di almeno un decennio l’accelerazionismo e lo xenofemminismo, soffrendo tuttavia sia l’effetto della distorsione/infantilizzazione del primo anime che quello del pregiudizio che sostiene l’inconciliabilità di un manga di genere majokko, apparentemente frivolo, con la theory seria (cosa che invece non capita a Neon Genesis Evangelion).

IV: Dream

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(Hotaru Tomoe se fosse un personaggio di Junji Ito. Trovata per sbaglio, scrivendo Hotaru Tomie, piuttosto che Tomoe)

Da qualche anno ho iniziato a studiare la cosiddetta occulture in modo più organico e strutturato rispetto alle passioni intense ma confuse che mi porto dietro dall’adolescenza e questo, oltre a farmi scoprire che sono nata col Sole in congiunzione a Saturno e a metà del periodo che nell’Antica Roma era consacrato a Saturno, prendendo appunto il nome di Saturnalia, e segnando la fine di un ciclo e l’inizio del successivo, mi ha indotta a riflettere su un altro paio di aspetti della mistica di Sailor Saturn / Hotaru Tomoe che vale la pena puntualizzare.

Il primo punto è il rapporto tra Hotaru/Saturn e Sailor Pluto: Sailor Pluto è colei che nomina per la prima volta Sailor Saturn ed è anche colei che, insieme a Sailor Neptune e Sailor Uranus, quando dopo la distruzione Hotaru si reincarna come neonata, la prende con sè per allevarla. Questo dettaglio non solo è importante perchè stabilisce un abbozzo di xenofamiglia (o kin, per dirla alla Haraway) che sembra quasi in opposizione alla convenzionalità della famiglia costituita da Mamoru, Chibiusa e Usagi che aveva dominato l’arco narrativo precedente, ma anche perchè dal punto di vista della simbologia il collegamento tra Plutone, il pianeta della Morte e degli Inferi, a Saturno, il pianeta della Distruzione (e infatti, sebbene sia Saturn ad avere come arma la Death Glaive, anche Pluto ha degli attacchi i cui nomi richiamano la morte).

Il secondo punto è collegato in qualche modo al primo ed ha a che fare col tempo: Pluto, che come abbiamo detto è una dei genitori di Saturn, è anche la Guardiana della Porta del Tempo e Saturn, dopo la rinascita, abbatte i limiti del legame tra tempo e corpi crescendo e sviluppandosi in modo innaturalmente rapido. Inoltre, a causa di discordanze tra le varie versioni dell’anime, del manga e di altri prodotti successivi del franchise, è ancora oggi in corso un dibattito sulla sua età definitiva effettiva, quasi come se la narrazione avesse involontariamente creato, a mò di ipersigillo morrisoniano, un’alterazione della percezione del tempo più estesa di quella interna alla storia.

Il terzo punto, che ancora una volta ha a che fare anche con Pluto, è la numerologia. I numeri associati a Sailor Saturn sono il 9 di Mistress 9 e il 6 gennaio, data di nascita di Hotaru. Il sei, ripetuto tre volte, è l’ormai celebre Numero della Bestia citato nell’Apocalisse di Giovanni e il 6 gennaio è anche il giorno in cui terminavano i Saturnalia.
Il 9 è il numero associato a Plutone e sottolinea ancora una volta la predestinazione del rapporto tra Saturn e Pluto. Inoltre, alcuni estratti dalla definizione relativa al numero nove del numogramma del CCRU,  se collegati al tema della distruzione e alla mistica di Sailor Saturn che abbiamo tracciato, appaiono ancora più suggestivi:

The number nine has a null value in digital reduction, practically enabling all nines to be eliminated from any complex reduction (involving at least one digit other than nine or zero). The same formula (9 = 0) is also derivable from Barker twinning (or Zygonovism) – long familiar to Dogon sorcery – for which nine functions as the summative key. Such zygonovism (or nine-sum coupling) divides the decimal numerals into five twins, and underlies both Numogram syzygetics and the game of Subdecadence.

The number nine is the last numeral of the decimal system, and its associations with death and fatality are primarily based on this purely numerical (modular) function of termination. There are nine rivers of the underworld, and the mortuary aspect of the cat is indicated by her nine lives. Charles Manson’s adoption of the Beatle’s Revolution-9 (or Revelation IX) as an apocalyptic ‘family anthem’ was fully in keeping with this aspect of the number.

[…]

The Ninth Gate (Gt-45) connects Zone-9 to itself, transducing the third involutionary channel (see Zone-0, Zone-1). Nma sorcery refers to it as the Gate of Pandemonium (a fact Stillwell attributes to the coincidence of its number (45) with that of the Nma demonomy). The Tzikvik associate it with Tchukululok (fabled City of the Worms), and emphasize its numerical cross-match with the 5+4 Syzygy, whose demonic carrier they call Kattku (the Nma ‘Katak’). The Xxignal track Utterminus is dedicated to the Ninth Gate, linking it to K-goth synthanatonic fugues. In contrast, Polanski’s film ‘The Ninth Gate’ – despite its title – has only the most tenuous and allusive relation to the Numogram path of this name.

Probabilmente ci sarebbero altre centinaia di aspetti da analizzare e altri duemila simbolismi da sviscerare (come in tutte le religioni che si rispettano) ma almeno per oggi il tempo della teologia è finito ed è arrivato quello della preghiera.

Santa Sailor Saturn, Dea della Catastrofe, Risvegliati, Distruggici e Salvaci. 

 

Zero_sottrazione/sovversione

A un certo punto della mia vita, quando ormai l’adolescenza volgeva al termine o quasi, iniziai a frequentare uno spazio occupato nella città in cui facevo pure il liceo.

Dopo anni passati a fare i conti con l’essere la weird marginalizzata, la Carrie di Stephen King (che però a differenza di quella originale non sviluppa nessuna strana abilità psichica e non è interpretata nè da Sissy Spacek, nè da Chloe Grace Moretz) della edgeland del centro Sud in cui vivevo, credevo di aver finalmente trovato il mio posto nel mondo o qualcosa che ci assomigliasse. Capii presto che mi sbagliavo, e non solo per i motivi che adesso, a più di dieci anni di distanza, pur non essendo stati (purtroppo) risolti, sembrano quasi banali grazie alle numerose prese di posizione femministe nel denunciare il sessismo nei movimenti: il mio caso era, per certi versi, più complesso.

Long story short: la situazione disagiata dei trasporti nel centro-Sud fa sì che, nonostante i dieci minuti scarsi di viaggio che si impiegano in teoria per arrivare dal paesello edgeland alla città (o alla cosa che qui assomiglia di più a una città vera), non esistano mezzi pubblici di collegamento ad orari decenti e non si può fare altro che andare avanti e indietro in auto. Peccato che io, l’auto, non sia in grado di guidarla. Peccato che il significato di “attivismo politico” venga preso alla lettera e se non sei attivo, se non fai cose e non produci perchè non ne sei in grado per un motivo qualsiasi, finisci al grado zero della piramide sociale o quasi, e fa ancora più male di tutti gli altri gradi zero-o-quasi di tutte le altre piramidi sociali perchè è un posto in cui le piramidi sociali non ti aspetteresti di trovarle.

Non riuscendo a risolvere il conflitto interiore tra i sensi di colpa che mi provoca il chiedere di accompagnarmi ed essere di peso al prossimo e quelli che mi provoca il non riuscire ad esserci finisco per il disertare i movimenti per quasi due anni. Poi mi trasferisco, finalmente in città, un’altra, una più grande di quella di prima, quasi vicina all’essere una metropoli: a quel punto, però, le edgeland e le difficoltà con i trasporti sono stati sostituiti dalla depressione, dall’ansia sociale e dagli attacchi di panico e anche il mio secondo tentativo con i movimenti finisce male per le stesse identiche ragioni del primo. Non riesco ad esserci abbastanza.

Emptiness is loneliness and loneliness is cleanliness
And cleanliness is godliness, and God is empty just like me
Intoxicated with the madness, I’m in love with my sadness
Bullshit fakers, enchanted kingdoms
The fashion victims chew their charcoal teeth

Intanto, Facebook è la panacea perfetta per il senso di colpa da assenza: se nei primi anni, infatti, ci sono ancora quelli che ergendosi a profeti della vera rivoluzione (™) continuano a ripetere in loop il mantra diffidente secondo cui “La vera rivoluzione si fa nelle strade”, poi stare sui social inizia a diventare sempre più imperativo collettivamente, e l’idea che i social siano uno spazio da presidiare ed abitare diventa quasi la norma. L’idea di presenza, l’idea di esserci e di fare, viene traslata, metaforizzata dal piano del reale a quello del virtuale ed è più o meno a questo punto che iniziano a partire i miei primi campanelli d’allarme e che il mio cervello inizia a non reggere più l’imperativo morale della presenza, nemmeno se si tratta di presenza virtuale. Vado in overload, in burnout. Resisto ancora per un po’, poi provo a sottrarmi, anche se non riesco a sottrarmi del tutto, perchè resta il senso di colpa, lo stesso che mi attanagliava quando non riuscivo ad esserci fisicamente al tempo degli spazi occupati, lo stesso che mi urla continuamente che non posso permettermi di non fare niente.

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Di recente ho riletto “Zeros + Ones” di Sadie Plant e ho riflettuto sul modo in cui parla dello zero, del vuoto e in definitiva dell’assenza come qualcosa di potente e dirompente e in un periodo in cui si parla di riempire le piazze il più possibile, di sardine, di cose che ad una con l’ansia sociale tipo me, al di là delle valutazioni politiche pure, fanno mancare l’aria solo a pensare all’idea di troppe persone concentrate in una piazza, mi chiedo se sia possibile pensare ad un tipo di sovversione che si basi non sulla presenza e sull’esserci ma sul vuoto, sull’assenza, magari sul colonizzare le edgeland, sul riprenderci i margini. Non riesco ancora a darmi una risposta.

Storie, corpi e rivoluzioni: qualche nota su “Il libro di Joan”

libro di joan

(Soundtrack: https://www.youtube.com/watch?v=pPf5Ki9ygVY)

Un paio di mesi fa, nel bellissimo e densissimo longorm Insurrezione goticapubblicato su Not, Claudio Kulesko ha descritto con una precisione ai limiti del perturbante la contemporaneità, caratterizzata dalla bizzarra e paradossale combo tra la vertigine dell’iperaccelerazione tecnologica e l’angoscia della frammentazione politica e sociale del Basso Medioevo (o meglio, dell’immagine non storicamente correttissima del Basso Medioevo che ci è stata restituita da narrazioni mainstream e cultura pop). É come se il flusso temporale, immaginato e raccontato per secoli come un percorso lineare o al massimo iperbolico, avesse finalmente svelato la sua reale natura di groviglio caotico generato dall’incrocio tra presunzione di realtà e narrazioni.

Lydia Yuknavitch, nel suo Libro di Joan, uscito qualche mese fa per Einaudi, nella traduzione di Laura Noulian, sembra partire esattamente da queste premesse. La storia, in breve, è questa: Jean de Meun, grazie alla popolarità guadagnata come autore di innesti narrativi – storie incise sul corpo e raccontate col corpo – simili a romanzetti rosa, finisce per diventare un governante tiranno, e Christine, anche lei autrice di innesti narrativi, decide di sfidarne l’autorità ed inventarsi una rivoluzione scrivendo su sè stessa e sui suoi compagni la storia di Joan, ecoterrorista rivoluzionaria data per morta sul rogo dopo essere stata catturata nell’ultima battaglia che ha segnato il destino della terra e la migrazione dei superstiti su una colonia spaziale orbitante, CIEL.

La Joan del titolo è nientemeno che una Giovanna d’Arco riadattata ad un tempo a cavallo tra il presente e un futuro inquietantemente prossimo e trasformata in un’icona rivoluzionaria, una santa contemporaneamente distruttiva e salvifica. La Yuknavitch non fa mistero della cosa, non si tratta di una semplice “ispirazione” vaga, quanto piuttosto un parallelismo rivendicato e sottolineato, dal racconto dell’infanzia di Joan in Francia con la prima manifestazione delle voci-nella-testa, che in questo caso vengono definite canzone” e sono frutto di una comunione con la materia che è presentata (sort of, poi approfondiremo in seguito questo punto) in termini di superamento dell’umano, piuttosto che in termini mistico-religiosi, alla morte di Joan sul rogo, al fatto che più volte venga chiamata Pulzella. Anche gli altri personaggi principali, la coprotagonista Christine e l’antagonista Jean de Meun, sono esplicitissimi rimandi all’immaginario del Basso Medioevo: Christine è infatti nientemeno che la versione postmoderna e pseudo sci-fi di Christine de Pizan, scrittrice e poetessa francese di origini italiane che tra le altre cose scrisse un poema su Giovanna d’Arco e criticò la rappresentazione della donna come essere vizioso presentata da autori contemporanei come, guarda caso che non è per niente un caso, Jean de Meun.

Ci sono quindi in questo libro di Joan innumerevoli intuizioni narrative felicissime, da questa commistione tra Basso Medioevo e un futuro prossimo (come ci dimostra lo scenario dell’infanzia di Joan, simile al nostro presente) a metà tra il cyberpunk di CIEL e la post-apocalisse di quello che resta della Terra, alla metafora degli innesti narrativi che rappresentano il potere del creare immaginari, del produrre storie. A questo proposito è importante anche sottolineare il fatto che sia il tiranno Jean de Meun che la rivoluzionaria Christine siano creatori di innesti narrativi: le narrazioni e la produzione degli immaginari non sono, a dispetto di quello che pensano molti liberal progressisti nostrani, oggetti intrinsecamente rivoluzionari, quanto piuttosto semplici mezzi che possono essere usati sia in modo tirannico e in difesa dello status quo, come fa Jean de Meun (e il modo in cui usa la spettacolarizzazione della morte e della tortura è fondamentale in questa strategia e fa pensare che la Yuknavitch abbia letto più volte La società dello spettacolo di Debord) e come fanno nella nostra realtà quasi tutti i media mainstream, sia in modo rivoluzionario, come fa Christine e come a fatica tentiamo di fare tutti noi che vorremmo fare della produzione di storie, narrazioni, immaginari ed iperstizioni un’arma contro la neoreazione.

Queste intuizioni felicissime, suggestive e che suscitano inevitabilmente al lettore una pioggia di riflessioni su sè stessx e sul mondo, però, si scontrano con una serie di difetti strutturali. Il primo è sicuramente lo stile della Yuknavitch, che in alcuni punti predilige un lirismo non riuscitissimo alla scorrevolezza della narrazione, finendo per risultare piuttosto confusa e confusionaria. Il secondo, forse legato a questa confusione stilistica, è che alcuni temi, come quello (altra intuizione felice, almeno apparentemente) del superamento del genere e dell’androginia dei corpi di CIEL, quello del superamento dell’umanità nella rappresentazione dei generini – creature a metà tra l’uomo e la materia, come poi si scoprirà essere la stessa Joan – e quello della potenza rivoluzionaria della distruzione, vengono sviluppati male e intrisi, verso la fine, di un misticismo che cozza col resto e che a tratti risulta quasi fastidioso (ci sono alcuni passaggi sulla “potenza generatrice delle donne” decisamente discutibili, ad esempio).

Se si tiene conto di questi difetti strutturali e si supera il lirismo, però, Il libro di Joan della Yuknavitch, per le riflessioni che suscita sul nostro presente, sul nostro passato e sul nostro futuro (o meglio, sul groviglio tra presente, passato e futuro che è la nostra linea temporale) resta assolutamente un libro da leggere.

Hedgehog’s dilemma

«Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l’uno verso l’altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l’uno lontano dall’altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere.

A colui che non mantiene quella distanza, si dice in Inghilterra: keep your distance! − Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui. − Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.»

La comunicazione è stata il primo dei cardini della mia personale mitopoiesi, non solo nel senso classico – quello secondo cui è il cardine di tutte le mitopoiesi del mondo – ma anche in un senso molto più profondo e personale: mia nonna ormai ultranovantenne e tre quarti dei miei parenti vicini e lontani quando parlano di me amano ricordare e raccontare come se fossero leggende da trasmettere oralmente storie riguardo al fatto che io abbia straordinariamente iniziato a parlare a sei mesi e altre storie su come solo qualche mese dopo amassi interloquire in un bambinese che nonostante tutto era già abbastanza intellegibile con passanti sconosciuti fermati in strada in ogni dove. Non so precisamente dove finisca la verità e dove inizi la leggenda e ad oggi hanno raccontato queste storie così tante volte che hanno finito per generare automaticamente dei ricordi che non sapevo di avere, come in una sorta di iperstizione in reverse.
Il secondo dei cardini della mia personale mitopoiesi è stato l’empatia – o sensibilità che dir si voglia: alle elementari andavo al catechismo (mi ci portavano) e quando mi raccontavano le storie dei bambini africani che morivano di fame mi dispiaceva al punto da stare male, anche se all’epoca attribuivo la responsabilità della questione ad una generica e informe sfortuna piuttosto che all’imperialismo capitalista bianco.

Le prime cose che ho scritto e collettivizzato erano letterine scritte e lette in chiesa durante la notte di Natale in cui tentavo di convincere signore di mezza età in pelliccia e collana di perle a sborsare soldi per i suddetti bambini poveri e per la gloria di Gesù bambino. L’ho fatto dai sei agli otto anni o giù di lì, poi ho smesso e mi sono concentrata sullo scrivere temi per scuola e partecipare a concorsi provinciali farlocchissimi.

Che diamine di nesso hanno Gesù, i bambini poveri e le mie personali leggende fondative (che è una perifrasi poetica per “cazzi miei”) con Neon Genesis Evangelion e Schopenauer (sì, la citazione sotto al video è di Schopenauer), a parte il fatto che il secondo è citato nel primo che sto rivedendo nelle ultime settimane?

Il nesso è che a un certo punto, più o meno verso la fine dell’adolescenza, ho sviluppato il mio terzo superpotere, quello più distruttivo (e autodistruttivo) di tutti: l’overthinking. In virtù di ciò ho passato giorni, settimane, anni interi a riflettere su quanto l’interazione con gli altri, il sentire gli altri e il comunicare con gli altri mi definissero come persona (come del resto – ma lo avrei scoperto solo dopo – fanno anche NGE, Schopenauer e in un certo senso anche Deleze). Sul piano filosofico: dove finisco io come individuo e dove inizia la me stessa che vive e che è definita attraverso il rapporto con gli altri? Su quello psicologico: come posso fare a trovare un equilibrio tra il mio proprio benessere e l’interazione col prossimo? Come posso fare a conciliare la necessità di conservare un mio safe space con la necessità di stabilire reti, rapporti ed entrare in comunità?

La risposta che mi sono data (o che ho scelto di darmi) è che l’unica via d’uscita dal dilemma è e deve essere politica e che la politica che pratico e che voglio si situa esattamente all’intersezione invisibile e estremamente labile tra la me stessa individuale e la me stessa definita dal rapporto con gli altri, tra il mio safe space e quello altrui e del resto, di contro, la tossicità delle relazioni e il ferirsi assume spesso nomi che si chiamano patriarcato o capitalismo. Ed è per l’appunto contro il patriarcato e il capitalismo che dovremmo usare i nostri aculei da porcospini.

Di alieni, bulimia e autonarrazione

Sto rileggendo Aliens & anorexia di Chris Kraus a due anni di distanza dalla prima volta perchè mi sono fissata con questa idea bislacca di scrivere qualcosa di lungo – un longform, come li chiama la gente cool – su xenofemminismo e disturbi dell’alimentazione. Non ho ancora iniziato a scriverlo, però in compenso mi è tornata, fortissima, violentissima, la voglia di scrivere in genere di bulimia, disagio psichico e di tutta la roba con cui combatto da quasi dieci anni e di cui scrivo in giro da quasi dieci anni. C’è un passaggio del libro in cui la Kraus parla di Simone Weil (come in altri duecento passaggi del libro, del resto) che mi ha folgorata, per quanto mi si cuce bene addosso e per quanto parla bene delle cose che provo a dire da un pezzo sul tentativo di autoraccontarsi, di raccontare le fragilità e il senso di inadeguatezza in un modo che possa essere politico.

Weil’s awareness of her personal imperfections made her sensitive to all the imperfection in the world

Chris Kraus, Aliens & anorexia

Mi sembra che sia molto simile ad una delle mie cose preferite mai scritte, cioè questo articolo di Paul Preciado su Internazionale sul coraggio di essere sè.

Proprio perché vi amo, voglio che siate deboli e disprezzabili. Perché è attraverso la fragilità che opera la rivoluzione.

Paul B. Preciado

Non so esattamente perchè ho iniziato a scrivere di me, non è stata una cosa consapevole e questa idea del trasformare la condivisione delle mie fragilità in un’azione di lotta politica è arrivata in corso d’opera, mentre lo stavo già facendo. Ho dovuto lottare dal primo momento, da ancora prima che scrivessi la prima lettera sul primo foglio bianco virtuale del mio primo blog sfigato, con le vocine interiori autoaccusatorie che continuavano a ripetermi cose come “rischi di romanticizzare la merda che hai in testa anche se romanticizzare la merda è una cosa che ti ha fatto sempre schifo” o “stai facendo solo self-loathing” o “lo fai solo perchè cerchi approvazione”. Poi ho dovuto lottare con il banalissimo “quello che stai scrivendo fa schifo, non ne sei in grado” e poi, ancora, con il senso di responsabilità derivato da tutte le persone che nel corso degli anni mi hanno scritto dicendomi che leggermi le aveva aiutate, o qualcosa del genere.  Lo faccio ancora adesso, mentre sto scrivendo, ma la differenza è che provo a trasformare l’autoaccusa in autoconsapevolezza. Quanto alla responsabilità, invece, Vi amo, miei coraggiosi simili ma non scrivo per aiutare qualcuno, scrivo egoisticamente per aiutare me stessa e idealisticamente perchè spero che si inneschi un sentimento comune di lotta contro lo stato di cose esistenti, contro il patriarcato e contro il capitalismo che di tutti questi disagi sono i primi responsabili, un aiutarsi collettivamente con e nella lotta partendo da sè stessi, dalle proprie imperfezioni e dalle proprie fragilità e collettivizzando le proprie imperfezioni e le proprie fragilità. Non l’empowerment che predicano i liberal, non il diventare forti uccidendo le proprie debolezze ed eliminandole, quindi, ma prendere le proprie debolezze e farle diventare armi, abbracciarle e farsi abbracciare da esse, raccontarle per collettivizzarle come antidoto contro la solitudine (anche questa è una citazione, di David Foster Wallace, per inciso).

E ho deciso, a mesi, forse anni di distanza dall’ultima volta, di riprendere a farlo.